C’è sempre chi si “sbatte” e chi aspetta con calma: come nel quadro di Alceste  Campriani

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“Figure in calesse” è un olio su tela ( cm.21,5 x 26, 5, in collezione privata) che Alceste Campriani ( Terni, 1848 – Lucca, 1933) dipinse tra il 1863 e il 1865, e cioè negli anni in cui egli frequentò i pittori della “Scuola di Resina”, in particolare Federico Rossano, Marco De Gregorio e Francesco Lojacono. In questo periodo Campriani dipinse un gran numero di tavolette con personaggi del mondo “popolare”, percepiti con sorridente simpatia, e visti spesso come rappresentanti della filosofia degli “umili”.

 

Alceste Campriani appartiene a quella folta coorte di pittori “napoletani” che l’ingenuità, la cecità di certi critici e le vicende spesso misterioso del  mercato dell’arte condannarono a essere schierati, per sempre, in seconda fila, tra i “comprimari”. E invece Campriani meriterebbe, per la sua “visione” della realtà e per la sua tecnica raffinata, di fare almeno qualche passo in avanti: lo merita perché ha dipinto “Venditore di souvenirs”, “Sulla spiaggia di Mergellina”, “Bambini che giocano con gli aquiloni a Capri” – a questi quadri dedicherò un articolo a parte – e perché ha saputo cogliere e rappresentare il carattere dei Napoletani e dei Vesuviani con chiarezza di intelletto e di cuore. Campriani nacque a Terni, ma divenne napoletano perché condivise, di Napoli, i valori culturali e il rapporto complicato con la Natura: i cieli da lui dipinti – diceva l’amico De Nittis – sono veramente il cielo di Napoli.  Campriani frequentò l’Istituto delle Belle Arti, e fu allievo di Smargiassi, di Mancinelli e di Postiglione, e poi, sollecitato dall’ammirazione per De Nittis e per Federico Rossano, si legò alla così detta “Scuola di Resina”. Di De Nittis Campriani ammirava la capacità di impaginare il quadro eliminando i particolari superflui e sottolineando i dettagli, e, insieme, la tecnica pittorica costruita su pennellate sciolte, e però mai casuali e superflue. A rendere salda la loro amicizia contribuirono anche “il clima di sbrigliatezza degli artisti porticesi, la libertà di dipingere all’aria aperta, gli sproni di De Gregorio, la passione di Rossano, la profusione di studi e bozzetti, l’incontro quotidiano con la natura intrisa di umori veri e di luce: tanta luce”. (Rosario Caputo). Poi ci furono, per Campriani, il contatto con i Macchiaioli, i quattordici anni trascorsi a Parigi, le decine di quadri prodotti per Goupil, il re dei mercanti, che li vendette in tutto il mondo, e infine il ritorno in Italia, e le variazioni della tecnica pittorica e della percezione della luce: variazioni “suggerite” a lui e a Dalbono anche dalle opere di Fortuny. Alceste Campriani si divertiva – e questo divertimento contraddice solo in apparenza il suo carattere scontroso – a disegnare e a dipingere personaggi del popolo e scene della vita quotidiana costruendo con grande abilità corrispondenze “teatrali” tra i gesti, la “forma” dei personaggi e il ruolo che essi stavano svolgendo. Dico “teatrali” per ricordare che il pittore era un appassionato frequentatore dei teatri, e non nascose mai il suo interesse per i vari livelli del teatro comico napoletano. Nell’olio “Figure in calesse” egli mette in scena una “sentenza” partenopea: c’è sempre chi si “sbatte” e chi aspetta con calma di trarre il massimo profitto dallo “sbattimento” degli altri. I personaggi “sanno” di teatro: il cocchiere è tutto nel suo urlo: la bocca spalancata, il volto in fiamme, la torsione del collo, la tensione del busto, la diagonale delle redini, e il tocco geniale della barbetta che chiude a triangolo il profilo della testa. Il movimento “spastico” che scuote il corpo del cocchiere è abilmente rappresentato dalle velature di luce sull’abito scuro, dalle pieghe, dal contrasto tra il colore dell’abito e il bianco dei polsini e della camicia, dalla bombetta che cadrà tra un momento. La signora è la calma perfetta: lo dicono i colori “sereni” della sua veste e del suo manto – anche le pieghe suggeriscono immobilità – le mani che si incrociano nel gesto della quiete, l’accurata eleganza della chioma, il volto “assorbito” e placato dalla luce, lo sguardo che non mostra interesse e attenzione per il cocchiere, e si perde nella distrazione. Se fosse possibile osservare da vicino la piccola tela, vedremmo, forse, il prodigio di una tecnica pittorica che obbedisce alle necessità della scena: pennellate brevi, grumi densi di colore sulla figura del cocchiere, velature limpide sulla figura della signora, giochi magistrali della coda del pennello sulla barba e sui capelli di lui, e sulla chioma di lei. Lo aveva insegnato Solimena: si dipinge non solo con le setole del pennello, ma anche con la punta di legno.