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Napoli

All’alba un’umanità dolente

Correndo la mattina presto per le strade della città incontri un’umanità in gran parte dolente

Correre all’alba per le strade della città, ammirare con l’emozione di sempre i palazzi e le chiese di via Toledo, piazza San Ferdinando, del Plebiscito, le fontane, il lungomare, il panorama più bello del mondo. E vedere la gente presente e in movimento con le prime luci del giorno, una popolazione così diversa da quella che da lì a poco affollerà quei luoghi. Un’umanità dolente, in gran parte.
A cominciare dai due che dormono rannicchiati sui gradini della chiesa di San Nicola alla Carità, e dove altrimenti, incuranti delle intemperie fra i cani e i cartoni. Senza fissa dimora, senza casa, vagabondi: pare che molti scelgano loro di vivere così, ci diciamo per giustificare la nostra indifferenza. E poi puzzano e sporcano, imbrattano. Ci vuole una civica e cristiana sopportazione del diverso…
Urla agghiaccianti dalla Galleria di un ragazzone che una signora esile ben vestita, la mamma forse, cerca di governare. Una donna su un muretto poco distante, che agita perennemente la bottiglia di plastica con i sassolini nell’inutile tentativo di coprire voci e acufeni che l’hanno fatta uscire di senno. Un tizio che si abbassa il pantalone e fa i suoi bisogni per strada come se niente fosse. Il disagio psichico.
Ma quanti sono! Scelgono l’alba per stare a loro agio e sentirsi padroni della città? O, più probabilmente, nelle ore successive, si controllano, si confondono, si camuffano, tra la gente normale. Certo, all’alba stanno bene con i baristi e camerieri che servono i primi avventori mentre sistemano tavolini, sedie, ombrelloni e gazebi sul suolo pubblico. Con i giornalai che allestiscono le edicole e i passanti che si fermano a leggere i titoli di cronaca nera. Con i tassisti che in gruppo discutono animatamente di sport mentre anche le loro vetture accostate l’una all’altra sembrano confabulare amabilmente. E con noi che corriamo a piedi e in bicicletta.
Ma il disagio non finisce con loro. C’è un altro piccolo esercito che si infoltisce nel fine settimana. Ragazze e ragazzi ancora sotto l’effetto delle droghe ingurgitate insieme a massicce dosi di alcol. Fanno pena, ancora iperattivi o scoordinati e abbandonati su sé stessi. Gli unici a volte pericolosi per noi che corriamo. Una volta colpiti da lanci di bottiglie, per fortuna di plastica.
E poi frotte di prostitute, prostituti e travestiti, ancora con trucchi e abiti vistosi e improbabili che stonano con i discorsi divenuti domestici, familiari e umani, da volgari e sguaiati che erano. Persone spesso così giovani con addosso tutti i segni della reiterata violenza subita, che invano cercano di dissimulare e rimuovere.
Sono già in azione mendicanti ed accattoni: quelli di colore, giovani, allegri e rispettosi; quelli nostrani, anziani, petulanti e un po’ invadenti. I venditori di ombrelli, che appaiono, scompaiono, per poi ricomparire al seguito della perturbazione. Ma ormai è giorno. L’alba si è dissolta come l’immagine dello schermo nel cinematografo quando all’improvviso si accendono le luci.
Ormai è giorno. E s’illuminano i problemi grandi di tutta la città. La povertà, la disoccupazione, la scarsa vivibilità, la malavita. Le funicolari, la vesuviana, i suk degli immigrati, il Loreto Mare. Ma all’alba, la mattina presto, i problemi s’incarnano nelle persone che incontri. E pure la speranza. Come il vestito della festa che indossa questa famiglia giovane di cingalesi, la mamma, il papà, una bambina e un bambino. Da tempo avanti a noi, si affrettano a raggiungere la loro comunità per fare memoria dell’evento avvenuto all’alba del primo giorno dopo il sabato. La speranza anche per questa città di risorgere.

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