Una splendida manifestazione all’interno della “Fontana del villaggio”, che è, come dice il sindaco dott. Antonio Falcone, una “sorta di rete cittadina” che tutela l’identità civica in nome della cultura della solidarietà.
Grande è stato il successo della sagra “ ‘A patana ‘e notte”, che si è svolta sabato 11 a San Vitaliano, e che aveva anche lo scopo di raccogliere fondi per il restauro e la manutenzione delle baracche dei campi di concentramento di Auschwitz e di Birkenau. La funzione sociale di questa splendida manifestazione è stata vigorosamente sottolineata da Giovanni Malesci, presidente della “Populorum Progressio Onlus”, che ha curato l’organizzazione unitamente alla Pro Loco cittadina e con il patrocinio del Comune di San Vitaliano, nell’ambito della “ Fontana del Villaggio”. Che, come ha scritto il sindaco dott. Antonio Falcone nel sito ufficiale del Comune, è “ una sorta di rete cittadina” costruita perché la comunità possa cercare le radici e il disegno della propria identità, e tutelando questa identità sia capace di difendere consapevolmente anche la propria dignità. Parole chiare e profonde, quelle del Sindaco: parole che diventano realtà in ogni momento della vita cittadina. E di questi tempi, soprattutto, è merito non piccolo dell’ Amministrazione guidata dal dott. Antonio Falcone l’ orientare l’attività sociale, e dunque anche la “festa”, verso gli obiettivi indicati dalla cultura dell’identità civica e della solidarietà.
La patata ha una storia sociale e una storia gastronomica. Piero Camporesi e Massimo Montanari hanno raccontato con ricchezza di particolari le vicende della contrastata diffusione del tubero in Europa. Non fu facile superare l’ostilità dei contadini, persuasi che i proprietari volessero indurli a mangiar patate al posto del grano per indebolirli. Per piegare la loro resistenza le autorità politiche ricorsero anche all’aiuto dei parroci, che furono invitati a illustrare dai pulpiti i vantaggi di un regime alimentare costruito sulla patata. Ma furono le carestie della seconda metà del ‘700, le carestie “artificiali” prodotte dai complicati meccanismi del “commercio dei cereali” e la carestia, vera e drammatica del 1770 -1772, a piegare l’ostilità dei contadini e a spazzar via i pregiudizi, e tra questi il sospetto, diffuso soprattutto tra i contadini slavi, che la patata, che si nasconde sotto terra, fosse una pianta diabolica. Ma alla fine anche questo svilupparsi sotto terra divenne un elemento positivo, poiché si notò che sottraeva il tubero alle devastazioni della guerra. In breve tempo la patata passò dall’ostilità dei contadini all’ingresso trionfale nella cucina della ricca borghesia. Nel 1798 Vincenzo Corrado, il grande cuoco della nobiltà napoletana, e in particolare della famiglia Imperiali di Francavilla, scrisse un trattato sulla patata: “per andare a seconda della moda, vengo a parlar delle patate, e col presente opuscolo formare un nuovo pitagorico cibo.”. Vincenzo Corrado prese subito le distanze da Antoine Parmentier, che era stato il vate del pane fatto con le patate: il che dimostrava, scrisse don Vincenzo, che non aveva capito “la natura “ del tubero. Le patate, “servite alla semplice”, sono “un ottimo cibo per i poveri”, ma cotte e condite in un certo modo, possono essere servite anche “nella mensa dei facoltosi”. E nel suo trattatello Corrado descrisse una cinquantina di ricette che rendevano il tubero adatto al gusto dei ricchi. Anche a Napoli solo il mais restava, senza appello, cibo dei poveri.
Durante il regno di Murat venne introdotta nel circondario di Nola “ la semina delle patate con molto vantaggio; e si aumenta di anno in anno per essere anche vantaggiosa la sua ricolta e tenue la spesa della semina e profittevole il loro uso. Per la semina di un moggio vi bisognano cantaia quattro di patate ( poco più di kg.350), ed il prodotto è di cantaia quaranta (kg. 3600 circa). La spesa poi totale del maggese, seme, coltivazione e ricolta è circa il terzo del loro prodotto.”. La coltivazione delle patate incominciò a diffondersi nel Nolano nel momento in cui da Cimitile a Marigliano l’ incremento della produzione della canapa, che da tempo aveva preso il posto del cotone, favorì lo sviluppo dell’industria tessile e fece crescere il numero dei “canapari” addetti alla coltivazione e alla lavorazione.
La produzione di patate alimentò quasi subito anche un fiorente commercio. Nel 1821 alcuni mercanti ottajanesi, e tra questi i Di Prisco, avevano “patente” per recarsi a Cicciano, a caricare sui carri le patate a loro vendute dai fittavoli dei terreni “seminatori” che appartenevano ancora ai Carmeltani del monastero napoletano di Porta Medina.
I nomi di tre dei piatti preparati dagli organizzatori della sagra, la parmigiana di patate, il “gattò” e le “patane all’insalata”, sono già presenti nell’opera di Vincenzo Corrado. Certo, il nostro stomaco non sopporterebbe oggi il “gattò” di Corrado, in cui alla patata si mischiavano grasso di vitello, spezie, prosciutto, animelle, fegatelli e funghi. Ma già allora la patata metteva a disposizione degli ingredienti nobili e costosi la sua umiltà, che era, ed è, anche capacità di creare accordi di gusto.
Insomma la patata è un simbolo perfetto per la bella festa che la città di San Vitaliano ha dedicato ai valori della solidarietà, della pace, e della memoria storica, della storia che nessuno deve dimenticare.





