In Italia coma a Volla, la politica si fa spesso beffa del concetto di meritocrazia, preferendo affidarsi, nell’assegnazione delle cariche pubbliche o amministrative, ai dettami dell’ “appartenenza”.
La crisi politico-amministrativa al comune di Volla potrebbe essere spiegata con il nuovo significato della parola “Meritocrazia”?
Essere eletti ad amministrare un comune, una regione o il paese equivale a gestire il potere e il danaro pubblico. Nell’accezione “eletti” (non nominati) è implicito il concetto di aver avuto da qualcuno, in questo caso da un numero cospicuo di cittadini, la fiducia e l’autorizzazione per spendere i soldi della comunità e compiere scelte significative per il “bene comune”.
Negli ultimi anni come nuovo modello di cultura politica, sia di destra, sia di sinistra, è stato usato (anzi abusato) il termine “Meritocrazia”.
Wikipedia definisce la “Meritocrazia” come una forma di governo nella quale le cariche amministrative, quelle pubbliche, e in genere qualsiasi ruolo che richieda responsabilità nei confronti degli altri, vengono affidati secondo criteri di merito, e non di appartenenza lobbistica, familiare (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia).
Ma, nel nostro paese, invece, per essere, per avere, per dimostrare, per valere e per far valere i tuoi diritti devi “appartenere” a qualcuno o a qualcosa. Quello dell’appartenenza è un concetto sociologico di relazione tra l’individuo e le varie forme di azione collettiva che contribuisce a definire i confini e la struttura di un dato sistema sociale. E’ un concetto atavico, tribale, che richiama alla memoria le culture dell’antichità o di alcuni rari luoghi del pianeta. Se appartieni a quella determinata “tribù” sei garantito, coperto, difeso. In cambio devi dare la tua disponibilità ai bisogni e alle esigenze della tribù stessa.
In Italia la “tribù” è il partito, il parente o l’amico potente che comanda e gestisce l’economia e il potere. E se tu “appartieni” ad esso, allora può succedere che sarai, avrai, meriterai, sarai valido e cosi via. Io do una cosa a te, oggi nel mio comune o nella mia azienda pubblica o privata, e tu la dai, o la darai, a me domani, magari nel tuo comune, o nell’azienda del tuo amico.
E’ questo il sistema che fa dilagare la corruzione che non riguarda solo ed esclusivamente le “mazzette” e che fa andare il paese a rotoli.
Così finisce che la direzione di un’azienda sanitaria, di un ospedale, di una municipalizzata, di un ente pubblico vengano affidati agli “appartenenti” a questo o a quel “clan”, a prescindere dalla bravura, dalle competenze, dal coraggio, dalle capacità. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Lo sfacelo della cosa pubblica è diventato talmente insostenibile che i “furbi” hanno, già da tempo ormai, consigliato di privatizzare, cioè di “svendere” agli amici privati.
E così può accadere che il fratello, il parente, l’amico dell’assessore o del consigliere comunale, o del borgomastro riesca ad ottenere un posto di lavoro, una gara, un appalto, una licenza edilizia, una facilitazione burocratica, un incarico pubblico. A volte, per non dare nell’occhio certi scambi si attuano anche in momenti diversi, in luoghi o comuni diversi oppure in aziende diverse.
Allora si scopre che l’amico o il figlio di un consigliere comunale o di un politico di spicco è stato assunto nella ditta che gestisce la raccolta dei tributi, che il fratello di un consigliere comunale, l’amico di un altro consigliere comunale e l’amico o il parente del borgomastro siano stati assunti a tempo determinato nella ditta che realizza la raccolta differenziata dei rifiuti, o in quella che fa la manutenzione del verde pubblico, o in un’azienda che costruisce case o nella società privatizzata che eroga l’acqua al comune, che alcuni amici di partito di un assessore siano stati reclutati per gestire attività di solidarietà estiva per gli anziani e disabili, che una cooperativa sociale, poco “cooperativa”, promuove le sue iniziative sotto l’egida dell’emblema araldico comunale … Si potrebbe continuare con l’elenco, ma tant’è.
Piuttosto, quello che ci si dovrebbe chiedere è quanto questo sia lecito, sia moralmente giusto, sia politicamente e socialmente corretto, soprattutto con i tempi che corrono.
Chi lo sa! Certamente, questa cultura, questo modo di fare politica, ubiquitario (cioè sia a destra, sia sinistra, sia a centro), contribuisce a rimpinguare le casse elettorali dei “politicanti” che attuano questa “strategia” di accumulo dei consensi e quindi dei voti. E’ un autoalimentarsi perverso, ma che in Italia funziona! Eccome! Infatti essi sono ancora “eletti dal popolo”.
Ed ecco che quindi il termine “meritocrazia” subisce inevitabilmente la sua deriva semantica volendo oggi significare che: “Gli Italiani MERITANO la classe politica che hanno e la classe politica italiana MERITA il popolo che ha”.






