Nato in Puglia, il pittore Giuseppe De Nittis si formò all’Accademia di Belle Arti di Napoli e, attraverso lo studio della natura di Napoli e della sua periferia, acquisì un linguaggio pittorico schietto, fresco ed elegante che avrebbe ammaliato Parigi.
“Dipinge molto bene il mondo della gente perbene”. Apostrofando in maniera arguta – e non senza un velato biasimo – la pittura di Giuseppe De Nittis, un critico d’arte coevo ne precisava i contorni, esaltandone la straordinaria capacità di immortalare scene di vita piccolo borghese, accendendo i riflettori su quel ceto medio che muoveva l’economia del tardo ottocento di cui il pittore faceva parte.
De Nittis, oggi riscoperto nella mostra personale a Palazzo Zabardella a Padova, dal 19 gennaio fino al 26 maggio 2013, fu uno degli “Italiani di Parigi”, un piccolo gruppo di pittori che erano riusciti a sfondare nella capitale francese all’indomani della rivoluzione impressionista: l’apertura mentale e l’avanguardia culturale di cui Parigi è la culla europea, richiama Federico Zandomeneghi da Venezia, Medardo Rosso da Torino e Giuseppe De Nittis, nativo di Barletta, ma napoletano di formazione. Il fascino parigino è quello di una metropoli in crescente sviluppo, foriera di una modernità che, per la neonata nazione italiana, sembrava ancora lontana.
Prima di spostarsi a Parigi, dove avrebbe sperimentato le tematiche impressioniste riscuotendo un successo immediato, De Nittis ricevette un’ educazione artistica in cui Napoli e la sua periferia furono centrali. Nato il 25 febbraio 1846 a Barletta in una famiglia di ricchi proprietari terrieri, mosse i primi passi in pittura sotto la guida del pittore barlettano ma di scuola napoletana Giovanni Battista Calò che, notandone il talento, lo incoraggiò affinché proseguisse gli studi. Quindi, giovanissimo, lasciò la Puglia per approdare a Napoli, capitale di un regno vicino al tramonto ma ancora centro di riferimento culturale di fama internazionale. L’Accademia di Belle Arti di Napoli fornì le basi del disegno e della tecnica ad un ragazzo dalle doti notevoli e dal carattere ribelle: recalcitrante ai canoni tradizionali imposti dalla scuola e insofferente ai metodi accademici degli insegnanti, De Nittis riuscì a resistere appena due anni prima di essere espulso per insubordinazione.
La sua inclinazione verso il dato naturale anticipava una delle prerogative di Monet e Renoir: uscire dall’atelier e dipingere dal vero quella natura che li ispirava. Nelle sue memorie, infatti, avrebbe affermato: “La natura, io le sono vicino. L’amo! Quante gioie mi ha dato! Mi ha insegnato tutto". La pianura vesuviana, le suggestioni di Napoli e della sua periferia furono per De Nittis la scuola migliore. La sua immersione fisica ed emozionale nelle bellezze della Campania il soggetto ispiratore più fecondo del verismo di matrice toscana di cui era impregnato. Il contatto con la pittura dei Macchiaioli rappresentò il primo step verso l’adesione ad un linguaggio pittorico schietto, fresco ed elegante allo stesso tempo.
Il trasferimento del pittore a Parigi nel 1867 non segnò il definitivo allontanamento dai paesaggi da cui aveva tratto insegnamento: tra la Puglia e la Campania, De Nittis scoprì il sapore unico della natura, ne sperimentò quel fascino bucolico che sprigionava ogni suo quadro e che deliziò il pubblico francese. Dipinti en plain air che riprendono le rive della Senna e i boulevard parigini, ma soprattutto le distese campagne alle falde del Vesuvio, gli scorci incantevoli di Portici e del golfo di Napoli, fanno dei capolavori di Giuseppe De Nittis cartoline vivaci dei luoghi che aveva tanto amato; il realismo della sua pittura, supportato dal virtuosismo tecnico del suo pennello e dal brio del colore impressionista teso a cogliere i segreti e le sfaccettature della luce, ci riconsegnano un pittore sensibile, acuto ed attento alle novità maturate in Europa nella sua epoca, rendendolo, insomma, un cosmopolita dell’arte.
(Fonte foto: Rete Internet)

