Alcuni torinesi soffrono ancora di un antico complesso: vivere in una cittaduzza. E invidiano l’odore meridionale, che è “aura seminale”, e non è puzza.
Lo stato psichico di quei torinesi là, dall’olfatto così strano – sono una minoranza, per carità – lo rivelò, in un articolo del 1971, non un sudista, ma un evangelista del credo nordista: Gianni Brera. Il quale scrisse che “la Torino dei Savoia era una Cremona senza il duomo lombardo: una cittaduzza graziosa, non molto di più“. Nella testa e negli occhi di certi torinesi – sono una minoranza, per carità – agisce ancora il complesso della cittaduzza, resiste la psicosi del “piccolo“. Hai voglia di spiegargli che il nome “Torino“ non è diminutivo di niente, anzi viene da una radice, “taur“, che indica potenza: la montagna, il “tuoro“, il toro. Quei complessati – sono una minoranza, per carità – pronunciano “Torino“ e, turbati dalla febbre dei nervi, sentono solo la desinenza del diminutivo e vedono solo l’immagine non di un piccolo toro – che sarebbe un torello, nome accettabile, sopportabile -, ma di un toro piccolo, minuscolo: che è la negazione dell’ essere toro.
É tale la confusione dei sensi che questa minoranza di complessati non riesci a confortarla. Li esorti a farsi coraggio, “avete inventato i cioccolatini, i cremini, i gianduiotti“, ma è come buttare olio bollente su una fresca scottatura: quei nomi suonano alle orecchie ammalate solo come diminutivi di qualcosa. “Ma il vostro piatto è la bagna cauda, una salsa di sapori accrescitivi e forse anche peggiorativi, alici salate, aglio, verdure crude..”. Non c’è niente da fare: i complessati scoppiano in lacrime: “Ma che dici…non è un piatto nostro, l’abbiamo avuto in regalo dai liguri e dai provenzali, non vedi che ci sono le alici? Da dove le prendevamo le alici, noi? Dal Po?.. Ma chi siamo noi? Avremmo voluto essere francesi, e siamo solo piemontesi. Avremmo voluto essere i padroni dell’Italia, e perciò ci siamo accollati il lavoro sporco per farla, questa Italia, ma le mani sui piatti pieni di pappa le hanno messe milanesi e romani. Avremmo voluto restare torinesi, almeno questo!, ma gli Agnelli ci hanno sommersi in un’alluvione di sudisti.”.
La voluttà di annientamento diventa feroce quando artiglia quegli infelici il padre di tutti i rimorsi: l’invenzione del grissino. Il grissino è stato inventato a Torino, da un torinese purosangue. Solo un demone malvagio poté suggerire ad Antonio Brunero di costringere nella forma di un bastoncino, di uno stecchino, di un’asticciola non un alimento qualsiasi, ma il pane, simbolo archetipo della fecondità femminile e maschile: il pane, a cui noi napoletani diamo forme e nomi rispettosi di quel simbolo: palata, palatella, pane cafone, panuozzo, panella, tortano e tarallo. Mettetevi nei panni – si fa per dire – di questi torinesi febbricitanti, e tentate di indovinare cosa si associa nella loro immaginazione alla forma del grissino, cosa suggerisce quel sordo “croc“ che il grissino esala quando si spezza, un rumoretto che nasce e finisce nello stesso attimo, senza l’eco e senza la risonanza che produce, per esempio, la galletta di Castellammare: ma si sa, la galletta è tutta un’altra cosa.
Cercate di indovinare cosa provano, quegli infelici, quando dicono “grissino“, o quando dicono “rabatà”, che è il nome di un grissino particolare, e pare l’ultimo respiro di uno che sviene, di uno che si sconocchia. Mario Soldati cercò di nobilitare il bastoncino rivelando che il suo segreto sta nell’acqua di montagna, ma non convinse nemmeno sé stesso. I grissinofili raccontano che tra i patiti di questo pane allampanato c’era anche Napoleone: ma non è cosa di cui vantarsi. Napoleone fu la disperazione dei cuochi, a tavola era così distratto che nemmeno si rendeva conto di quel che metteva sotto i denti.
Spesso capita a chi soffre del complesso di inferiorità di essere trascinato a nascondere sé a sé stesso, e a rovesciare la sofferenza del sentirsi “ piccolo “ nel gioco illusorio dell’ apparire “grande“.
É la paranoia. La causa della sofferenza si capovolge in pretesto della presunzione: la “cittaduzza“ diventa immagine inimitabile di ordine, di pulizia morale e fisica. Quegli infelici – sono una minoranza, per carità – si consolano insultando il resto del mondo. I milanesi sono un popolo di berluscones e di moratti, di gente abituata a rapinare scudetti, a falsificare prove e processi, a manipolare le intercettazioni e i telefoni. Firenze diventa “piccola e povera“. Napoli puzza. Roberto Saviano ha ricordato ai torinesi che il bidet lo videro per la prima volta nella reggia di Caserta, Massimo Gramellini ha risposto che nel 1860 a Napoli non c’erano le fogne: il che non è esatto. In ogni caso una polemica che si abbassa sul bidet e sulle fogne non è rispettosa del dramma di quei torinesi dallo strano olfatto.
Essi non hanno il coraggio di ammettere che vorrebbero puzzare della puzza di cui puzzano i napoletani, i calabresi, i siciliani: che non è una puzza qualsiasi, un banale cattivo odore: è aura seminalis: è il sentore possente di corpi colmi della forza dell’ “animalità”, sazi di quel pane che è un inno alla fecondità, pane compatto, largo, lungo, tondo, tosto, vasto, che è sempre e solo pane, e non è mai grissino. Ci invidiano, quegli infelici, l’afrore aspro, aggressivo, vitale: essi sanno che alcuni medici naturalisti, per esempio il Capivaccius e il Boerhaave, tentarono di guarire uomini deperiti, fiacchi e illanguiditi costringendoli a passare giorni e notti nelle stalle piene di animali giovani, a impregnarsi dei loro effluvi, a guardarsi non dalla “pulizia“, ma dal “lusso della pulizia“, che, dice Alain Corbin, è tutta un’altra cosa.
Quegli infelici con il complesso del “piccolo“ si vergognano, nell’intimo, del loro profumino di cittadinuzzi ordinati e lindi: odiano inconsciamente questo loro odorino che fa venire il voltastomaco, peggio della puzza più vomitevole, ed è il segno inconfondibile di un certo modo di pensare e di sentire in minuscolo, di vivere chiusi all’interno del recinto dell’ottusità (Gianni Brera, 1972). I loro soldati e i loro ufficiali lasciarono le tracce del ributtante profumino nei luoghi del Sud dove massacrarono vigliaccamente donne e bambini, e certi generali e ammiragli, torinesi di nascita o di cultura, ne depositarono l’olezzo sulle pagine più nere della nostra storia militare, Lissa, Custoza, Adua, Caporetto.
Su questi campi di battaglia salvarono l’onore dell’Italia gli italiani che “puzzavano“: calabresi, sardi, siciliani, napoletani, e anche i torinesi senza febbre, quelli che avevano rispetto di sé e degli altri. Erano e sono la maggioranza dei torinesi. Una maggioranza silenziosa. Ma si sa: quasi tutti i guai dell’Italia nascono dai silenzi delle maggioranze silenziose.
(Foto: Gigi Chessa, Donna torinese in cappello nero, 1930)

