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Roma. Il colonnato del Bernini, un capolavoro sotto restauro

A più di trecento anni dalla sua realizzazione, il Colonnato di Gian Lorenzo Bernini, in Piazza San Pietro, è oggi in fase di restauro. Intanto, la Filatelia Vaticana emana due francobolli per ammortizzare le spese dei lavori.

Quando Alessandro VII Chigi salì al soglio pontificio il 7 aprile del 1655, si trovò a fare i conti con i due precedenti pontificati di Urbano VIII e Innocenzo X, durante i quali una fervida attività edilizia, promossa dagli stessi papi, aveva cambiato, per sempre, il volto della città. Il popolo romano, che si serviva della celebre statua “parlante” di Pasquino per sentenziare la politica papale, coniò perfino un motto per canzonare la famiglia Barberini, di cui Urbano VIII era membro.

Il motto recitava così: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, ossia “quello che non hanno fatto i barbari, lo hanno fatto i Barberini”. Con queste parole i romani vollero alludere, con toni critici, agli scempi edilizi ordinati dal pontefice; su tutti l’asportazione delle travature bronzee del pronao del Pantheon che il papa fece fondere per la costruzione del Baldacchino berniniano in San Pietro e per i cannoni di Castel Sant’Angelo.

Era scontato, dunque, che il nuovo pontefice Alessandro VII dovesse superare in magnificenza i suoi predecessori con un’opera monumentale senza precedenti. Fu optato per l’edificazione di un “recinto” per la piazza antecedente la Basilica Vaticana, il cui risultato doveva essere colossale. La scelta dell’esecutore cadde immediatamente su Gian Lorenzo Bernini, a quel tempo il più famoso artista di Roma, che, appena un anno dopo, nel 1656, presentò il suo primo progetto.

Ci vollero anni per decidere la forma della nuova piazza (frutto dell’incastro tra una piazza “retta” ed una ovale) e per erigere l’imponente struttura che, ancora oggi, conta 284 colonne e 140 statue, alle quali la folta bottega di scultori del Bernini collaborò senza tregua. Molti, inoltre, i problemi da risolvere. Bisognava, ad esempio, mantenere la visibilità della facciata e, soprattutto, della cupola michelangiolesca che doveva dominare la visione dello spettatore lungo tutta la nuova piazza. Il colonnato avrebbe così permesso ai fedeli di riparasi dal sole e dalla pioggia senza perdere mai di vista l’edifico ecclesiastico e, con esso, la tomba dell’apostolo Pietro, sotto l’altare maggiore della chiesa, esattamente perpendicolare alla lanterna della cupola.

Un altro problema era la scelta di chiudere o meno il “recinto” della piazza con la costruzione di un cosiddetto Terzo braccio, tra le due braccia principali del Colonnato, progettato dal Bernini più volte e in diverse posizioni, spesso prevedendo la risistemazione dell’antica Piazza Rusticucci, ma mai realizzato, anche a causa della morte del committente, Alessandro VII, cui non fu possibile vedere la conclusione dei lavori. Nel Seicento, d’altro canto, era ancora integra la Spina di Borgo, la parte del quartiere popolare Borgo demolita poi sotto il regime fascista per far spazio all’attuale Via della Conciliazione, a cui, scherzi del destino, Bernini risparmiò allora la parziale demolizione.

L’artista aveva capito, difatti, che i labirintici vicoli della Spina supplivano perfettamente alla mancanza di un Terzo Braccio, che lo stesso Bernini aveva ideato come una sorta di sipario, utile a creare una certa suspance prima che lo spettacolo della nuova piazza si fosse rivelato, in tutto il suo splendore, agli occhi dei pellegrini e degli stranieri che visitavano la città per la prima volta. Un’intervista ad Alberto Sordi, in cui il grande attore romano raccontava del suo primo “incontro” con la piazza, che si mostrava in tutta la sua bellezza innanzi ai suoi occhi di bambino, dimostra proprio l’importanza che la lunga serie di vicoli della Spina di Borgo aveva nel progetto berniniano.

Alla fine, dopo più di dieci anni di lavoro, il Colonnato fu terminato e la piazza assunse l’aspetto attuale. Fu lo stesso Bernini a paragonare il suo Colonnato alle braccia materne della Chiesa che avvolgono i fedeli, riuniscono gli eretici e conducono gli infedeli alla vera fede. Dal 2009, dopo più di trecento anni dal suo compimento, un imponente restauro sta gradualmente riportando il capolavoro del Bernini allo splendore originario. Il progetto, che comprende anche il risanamento dell’antico obelisco egizio che l’architetto Domenico Fontana trasportò al centro della piazza nell’estate del 1586, voluto dal Governatorato della Città del Vaticano e sottoposto alla supervisione scientifica del prof. Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, e dell’ing. Pier Carlo Cuscianna, direttore dei Servizi Tecnici del Governatorato, è oggi giunto a buon punto.

Molti gli sponsor coinvolti nella storica iniziativa, ma dopo tre anni dall’inizio dei lavori il Vaticano chiede soccorso. Per il costo eccessivo delle riparazioni, infatti, l’Ufficio Filatelico e Numismatico della Città del Vaticano, lo scorso 20 novembre, ha ordinato un’“Emissione straordinaria per il Restauro del Colonnato” di due francobolli, attraverso i quali è possibile tuttora partecipare, con un piccolo contributo economico, agli interventi di restauro che stanno interessando il monumento berniniano.

I due francobolli, a tiratura limitata, su cui sono raffigurati rispettivamente l’emblema di Alessandro VII e quello di Benedetto XVI, dal valore di 10 euro cadauno, sono acquistabili, al prezzo totale di 20 euro, con uno speciale certificato. Due le versioni disponibili: una con la scritta, rigorosamente in latino, “Officium Philatelicum et Nomismaticum” e l’altra personalizzabile con il nome e cognome del contribuente.

Per informazioni è possibile visitare il sito ufficiale della Città del Vaticano, ma davvero saranno sufficienti due francobolli a salvare il celeberrimo capolavoro del Bernini? In passato la vendita delle indulgenze avrebbe aiutato, ma i tempi sono cambiati e oggi si spera nell’amore per l’arte, la storia e la cultura. È sicuro che il numero di benefattori non sarà lo stesso.
(Fonte foto: Rete Internet)

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