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Per improvviso malore annega bambino in piscina: responsabili gli educatori

Compito dell’ educatore è proprio quello di scongiurare sul nascere situazioni di pericolo.

Un bambino unitamente ad altri bambini e ad una trentina di adolescenti, venne condotto in un centro ricreativo dotato anche di una piscina. Uno degli educatori ad un certo punto, ebbe necessità di allontanarsi dalla piscina, ove prendeva il bagno il bambino in questione, per condurre una bambina presso il vicino gazebo perché aveva manifestato l’esigenza di essere portata via dalla confusione della piscina. In quel frangente, da parte di adulti e bambini fruitori della piscina viene lanciato l’allarme per il fatto che il bambino da qualche tempo galleggiava sul pelo dell’acqua con la testa affondata. Condannati gli educatori, con sentenza, propongono ricorso per cassazione.

In sede difensiva gli educatori sostengono che l’evento sopraggiunse del tutto imprevedibilmente: il bambino sapeva nuotare, non era scalmanato, non aveva mangiato da poco prima ed anche la settimana antecedente era stato in un altro centro acquatico. Inoltre, anche se avessero vigilato costantemente e attentamente, difficilmente si sarebbero accorti della difficoltà del bambino, non evidenziata da gesti percepibili, ma del tutto silente e caratterizzata dalla semplice anomalia della posizione inerme di galleggiamento assunta.

La Suprema Corte con sentenza 24165/2013 rigetta il ricorso.
La Corte ha convincentemente spiegato nella sentenza che uno degli educatore era venuto meno al dovere di vigilare costantemente sul minore che gli era stato affidato, proprio al fine di far fronte a situazioni rischiose non percepite come tali dal bambino a causa della sua immaturità, come la necessità di uscire dall’acqua e chiedere immediato aiuto al sopravvenire di un malore. Inoltre, anche a voler considerare non procrastinabile la necessità di allontanarsi per soddisfare le esigenze di un’altra bambina, appare evidente che ciò l’educatore avrebbe potuto fare solo dopo aver fatto uscire dall’acqua il bambino, non corrispondendo a comportamento cautelare lecito affidarsi al carattere docile e alle capacità natatorie della giovanissima vittima.

In ordine, poi, alla pretesa non prevedibilità dell’evento la Corte ha chiarito che il compito dell’educatore è proprio quello di scongiurare sul nascere situazioni di pericolo, non solo ove le stesse appaiono macroscopicamente percepibili (come nel caso di colui che vistosamente si dimena non sapendo nuotare), ma soprattutto nelle ipotesi in cui il bagnante, vittima di un malore, manifestatosi in forma subdola, si abbandoni, inerte e silente, sull’acqua.

Per la Corte il compito dell’educatore non era affatto inesigibile: era emerso, già dalla sentenza del Tribunale, che, al contrario dell’asserto difensivo, pur non negata l’onerosità del compito (e di ciò i giudici del merito terranno conto nel determinare il trattamento penale), l’educatore, posizionandosi adeguatamente, era in condizione di avere una buona visuale di tutta l’area sottoposta alla sua vigilanza, peraltro, in quel momento scarsamente frequentata, evitando “una morte in acqua” , causata da un malore, con intervento di soccorso tempestivo, sempre salvifico, nei primi tre/quattro minuti.

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