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“Ovunque, proteggici” di Elisa Ruotolo: quando un libro sa farsi ricordare

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La malia delle superstizioni, Garcìa Marquez, la carnalità del linguaggio e la genìa dei Girosa nel romanzo in odor di Strega

La storia di “Ovunque, proteggici”, romanzo nella rosa dei dodici finalisti al Premio Strega, ha un incipit che si tinge immediatamente di giallo: Lorenzo Girosa, cinquantenne protagonista ed io narrante del romanzo, riceve una lettera con la scritta “assassino”, testimonianza di un delitto commesso quando egli era ancora un bambino.
Inizia così un cammino a ritroso lungo le varie generazioni della sua famiglia, nel tentativo di rischiarare un passato oscuro e remoto.

“Dicono che ci sia un punto debole nelle cose. Nei vetri, per frantumarli. Nel ferro, per domarne la forma. Nei corpi, per morirne. E ce n’è uno persino negli alberi che a un certo punto smettono di germogliare ed è come se dormissero, ma senza la secca del malanno o il coraggio della fine. (:) era malinconia che in certi alberi diventa letargo“.

Il delitto è il parassita che contamina l’albero genealogico dei Girosa e infesta di malasorte il karma di personaggi derelitti e diseredati, di sopravvissuti e sopravviventi, naufraghi di un destino fatto di barche che remano controcorrente in balia degli eventi.
Il tempo della narrazione abbraccia l’arco di un secolo e tale elemento richiama alla memoria, come un sottofondo musicale costante, il romanzo più famoso, e probabilmente più bello, dello scrittore Gabriel García Márquez (scomparso lo scorso aprile), “Cent’anni di solitudine”.

Ritroviamo in “Ovunque, proteggici” lo stesso sapore magico di Garcìa Márquez, analogie sfumate di scene narrative, di piccoli dettagli, di personaggi (il Gregorio della Ruotolo ricorda il Melquíades di Márquez, entrambi curatori d’anime e di malanni con la magia e con le erbe), e di due ville testimoni silenziose delle vicende dei loro abitanti (la Villa dei Girosa e la Villa dei Buendìa).

Fortemente si avverte l’aroma penetrante del Realismo magico latinoamericano, ma la Ruotolo ha avuto il merito di creare un genere di realismo italico che collima, magistralmente, con le fedeli superstizioni radicate nelle terre campane.

Nasce così il Realismo magico partenopeo, perchè “Ovunque proteggici” è un incantesimo fatto di segni della croce, di esistenze tenaci come querce nel bel mezzo dei temporali, di donne forti e umiliate, di bauli di legno contenenti abiti nunziali nell’attesa di quella bramata libertà che l’amore concede ai suoi schiavi, di uomini inconcludenti e di colpe paterne, di preghiere sibilate tra i denti, di ferri scaccia-ruggine e sfortuna, di vergogne e di malevene, “di legami familiari che faticano a legittimare il diritto del sangue“, di una casa dove incombe la maledizione di una sorte senza figli, di superstizioni leggendarie, de “la Merica”, luogo di speranza raggiunto da Domenico Girosa, nonno del protagonista, per ritrovare se stesso nella consapevolezza del disamore della vita domestica, di Nicola detto Blacmán, un personaggio a metà tra un mangiafuoco e un saltimbanco truffaldino per nulla incline al senso paterno, di erbe indiavolate, di ventate di malinconia e di sentimenti ruvidi, di follia e di “domani senza nome”.

E poi sullo sfondo, come una presenza rassicurante, c’è una casa fiabesca, Villa Girosa, pronta ad accogliere tra le braccia i suoi figlioli, nonostante le malefatte, come soltanto una madre generosa e amorevole è capace di fare. Una casa piena di stanze, di porte chiuse a chiave colme di segreti da celare, di lunghi corridoi come sentieri tortuosi di formiche, una casa sospesa in un luogo dove i confini della realtà si stemperano nella fantasia, fino a sovrapporsi e divenire inscindibili e indistinguibili.

“La storia è nata da una scintilla: avevo in mente l’idea di un ragazzino che – eroe opposto a quelli di Dickens – non è orfano, bensì desidera diventarlo”, mi scrive la scrittrice.
Oltre alla fascinazione della storia in sè, la Ruotolo ammalia il lettore con il suo stile di scrittura eccellente ed impeccabile, frutto di talento innato e di sapienza ricercata, impastato con espressioni originali che dapprima ingolosiscono e poi incantano, come una pozione fatta di parole che chi legge beve e poi ne rimane piacevolmente stregato. Frammenti poetici arricchiscono la scrittura senza divenire meri abbellimenti, bensì forma linguistica, che come un fluido tutto amalgama, che poi si trasforma in sostanza ben strutturata, in un racconto equilibrato e sorprendente. Così un carattere lunatico è descritto come “di cielo a marzo”, la pazzia come “la ragione girata di traverso”, l’infanzia come “un tempo ancora buono per i balocchi”, la premonizione come “anticipare le girate del vento”, il pasto quotidiano è “il cucinato”.

La prosa attinge, dunque, linfa vitale dalla poeticità genuina e naturale della penna della Ruotolo, facendo risultare il labor limae mai forzato nè banale, tale ventata poetica, anzi, come un abbraccio carnale, scalda l’intero racconto e fa ardere la curiosità del lettore, pagina dopo pagina.

La scrittrice casertana semina parole, aneddoti, sfumature che d’incanto mettono radici nell’animo di chi le legge per poi germogliare, nella memoria e nelle viscere, e divenire, in tal modo, memorabili.

Approfondimenti
Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (Ce) dove vive tuttora. Insegna Italiano in una scuola superiore. Ha esordito per la casa editrice nottetempo nel 2010, con la raccolta “Ho rubato la pioggia” vincitrice del Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito 2010.
“Ovunque, proteggici”, pubblicato nel 2014 (nottetempo edizioni) rientra nella rosa dei dodici finalisti al Premio Strega 2014 ed è stato presentato dagli scrittori Dacia Maraini e Marcello Fois.

CULTURALMENTE

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