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Incontro al teatro Bellini: Toni Servillo e il mestiere dell’attore

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Toni Servillo è tornato al teatro Bellini con il film “Il Teatro a Lavoro” di Massimiliano Pacifico, proiettato dopo lo spettacolo Elvira (Elvire Jouvet 40). Un documentario che il celebre attore e regista campano, dopo la presentazione alle Giornate degli Autori del Festival di Venezia lo scorso settembre, sta portando in giro per l’ Italia con l’intento di raccontare al pubblico la genesi dello spettacolo. Elvira tratta di sette lezioni che Louis Jouvet, regista e attore di teatro e di cinema al Conservatoire National d’Art Drammatique di Parigi, tenne realmente nel 1940 su un’unica scena del “Don Giovanni” di Molière: “L’addio di Elvira”.

Per quale motivo mettere in scena oggi le lezioni di Jouvet?

“Ho realizzato questo spettacolo poiché mi sentivo in debito nei confronti di Jouvet, spesso dimenticato dalle nuove generazioni. La mia prima intenzione quindi, è stata quella di rendere omaggio ad un grande della scena e di divulgare il più possibile il suo modo di interpretare la relazione con il teatro. Naturalmente mi auguro che realizzando uno spettacolo di qualità, questo sforzo arrivi in maniera più chiara, ma non è sufficiente. Credo che il racconto del documentario possa amplificarne la possibilità e confondere i pubblici. C’è il pubblico interessato al cinema che rimanda al teatro e il pubblico che dal teatro può essere interessato ad un documentario che racconta”.  

A proposito della “menzogna” invece, a volte si pensa che l’attore dia un messaggio universale che deve essere per forza vero. Probabilmente non è sempre così: qual è il confine tra la menzogna e la mimesis nel teatro secondo lei?

«Diceva Eduardo Il teatro è la finzione fin dentro la verità o è La verità fin dentro la finzione, nel senso che vi è un equilibrio costante. Io più che finzione direi, esiste uno spazio convenzionale in cui noi giochiamo a fingere di essere qualcun altro. Dove lo spettatore gioca fingendo che tutto il mondo sia rimasto fuori per un’ora, due o tre ore. Il tempo dello spettacolo. Che qui dentro ci sia una rappresentazione del mondo intero. E il teatro cerca di ricostruirla, mentre tu leggi un libro in solitudine.Ti sembra che il mondo da un libro venga verso di te, ma che anche una parte di te vi precipita dentro.Si tratta di meccanismo di finzione, di menzogna e credere di essere qualcun altro o desiderarlo è alla base del teatro. Un processo imitativo che avviene anche nella relazione che ha l’attore con il personaggio. Questo è uno degli insegnamenti di Jouvet. Il personaggio è qualcuno che è più grande di te perché è la creazione di un genio, come nel caso specifico di Molière o di Shakespeare».

Osservando dal documentario il retroscena del lavoro svolto con i suoi allievi e “compagni di viaggio” a tavolino, sembra che oltre al mestiere dell’attore lei stesse intraprendendo anche il mestiere del filologo del testo per approcciarsi alla materia da rappresentare.  

«C’è una seconda fase in cui si comincia ad approcciare il personaggio imitando, cercando di acquisire quante più informazioni possibili. Qui si entra nella dimensione filologica. Significa sapere esattamente che cosa si sta dicendo e perché lo si sta dicendo.L’analisi del testo è fondamentale affinché l’attore poi possa liberarsene, perché sappia perfettamente che cosa deve dire e riconosce la necessarietà di quello che si sta per dire. A teatro “nun s’ parl a vanvera”. Ogni parola è scelta perché corrisponde a una necessità emotiva e intellettuale. Le parole scelte da un drammaturgo sono precise. L’attore deve conoscere il più possibile le sue motivazioni e come vengono articolate. Devono possedere una necessarietà emotiva. Juvet ritiene che questo gioco tra l’attore e il personaggio debba consistere in un equilibrio che va dal personaggio all’attore, dall’attore al personaggio. La famosa incandescenza di cui parla nel testo è quella possibilità che l’attore ha di far palpitare una materiale testuale che è sulla carta e portarlo efficacemente alla rappresentazione, mantenendo vivi pensieri ed emozioni.Per fare questo il testo va conosciuto in grande profondità. Non può essere un mezzo su cui pattinare, qualcosa di pretestuoso che si utilizza per raccontare genericamente se stessi. È un oggetto fino ad un certo punto molto importante, ma dal quale ci si affranca conoscendolo prima».

Servillo con la sua lezione di teatro, ci ha illustrato come gli scritti di Jouvet siano divenuti materia magmatica per una rappresentazione “meta-teatrale” sulla ricerca drammaturgica. E il cinema come una lente di ingrandimento, disvela lo sforzo e le difficoltà dell’attore nella sua relazione con il teatro e il pubblico.