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Ottaviano: il PD e la sua collezione di silenzi

Pare che il PD abbia già dimenticato di aver governato Ottaviano dal 2004 fino a qualche mese fa e che ci sono domande che aspettano risposte.

Da tempo mi rosica il sospetto che il Pd di Ottaviano abbia scelto come suo motto alcuni versi di una canzone di Fiorelli e Valente: “Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato. Scurdàmmoce ‘o passato ..” La canzone è “Simmo ‘e Napule, paisa’ “: ma noi non siamo di Napoli, siamo vesuviani ottavianesi. Il vesuviano sommese Luigi Cimmino, segretario provinciale del partito, esorta bersaniani e renziani di Ottaviano a pensare prima alle politiche: per le amministrative c’è tempo. Forse lo preoccupano i dati dell’affluenza alle urne quando c’è stato il duello tra Bersani e Renzi. Hanno votato in 850, su 19.000 ottavianesi che godono del diritto al voto, in una città che è stata governata dal 2004 fino a pochi mesi fa, per otto anni, ininterrottamente, da un sindaco del PD, da assessori del PD, da una maggioranza tetragona. Se 850 votanti siano molti o pochi, lo vedano lor signori.

Lo dissi e lo ripeto: i verbali delle sedute del consiglio comunale di Ottaviano sono uno straordinario deposito di spunti narrativi. Prima delle amministrative pubblicherò, deis iuvantibus, un’antologia delle cose notevoli che vi ho trovato. Tra i “ gioielli “ più preziosi ci sono i silenzi del PD: una collezione straordinaria, roba degna di Tiffany: silenzi letterali, silenzi di convenienza, di convenienza politica, ovviamente, qualche raro silenzio di avvertimento, ma soprattutto, sfavillanti parures di quei silenzi metafisici che nascono dal parlare. Uno parla, arringa, proclama, ma è come se tacesse: perché parla di tutto, fuorché degli argomenti di cui dovrebbe parlare: parla per distrarre, per confondere le acque. Un fine silenzio metafisico è stato esercitato intorno al PUC.

É quasi pronto, è pronto, no, manca una carta, che sta per arrivare. Capita: i soliti bastian contrari vanno a pensare che in otto anni Cesare conquistò la Gallia, e dimenticano di far notare non tanto che quello era Cesare, quanto che è molto più semplice conquistare la Gallia o trovare l’ Eldorado, la favolosa terra dell’oro, che approvare il PUC di Ottaviano. E mi viene in punta di lingua una battuta malvagia, che è meglio seppellire nel silenzio. Non si può dire che del PUC non si sia parlato: sul sito del Comune c’è un’intera sezione dedicata all’argomento: perfino io ho imparato che si chiama PUC, e non piano regolatore. Ma le licenze edilizie? Il Comune ha continuato a concedere licenze edilizie “in assenza di strumento urbanistico“.

Ora la concessione di licenze edilizie “in assenza“ è un atto amministrativo: che però mette in moto l’economia, coinvolge architetti, ingegneri, geometri, ditte, lavoratori: è facile valutare il peso sociale di queste concessioni in una città in cui i livelli di disoccupazione e gli indici di povertà sono i più alti ad est del Vesuvio. Inoltre la concessione delle licenze edilizie “in assenza“ influisce potentemente sull’idea che l’opinione pubblica si fa della legalità e dell’equità. Per queste ragioni, l’atto amministrativo diventa, di necessità, tema di riflessione politica. In quale seduta del consiglio comunale il PD ha adottato le iniziative necessarie all’esercizio di questa riflessione? In quale documento pubblico posso trovare le tracce dell’attenzione che il PD avrebbe dovuto dedicare all’argomento, fatte salve, ovviamente, le prerogative degli uffici?

Giova ricordare che la storia di Ottaviano è stata scritta, dal 1950, negli Uffici preposti al “ramo edile“, e un paio di sindaci sono “caduti“ perché sono andati a sbattere contro quel “ramo“. Quali sono i criteri adottati per la concessione delle licenze edilizie “in assenza“? Quali sono gli indici di edificabilità (si dice così?)? Qual è, su questi indici, la posizione della Soprintendenza?
Le ragioni dello spazio e quelle dello stile mi impediscono, per ora, di parlare del servizio N.U. Non parlo della devastante crisi economica di Ottaviano, a cui il consiglio comunale non ha dedicato nemmeno un po’ del suo tempo prezioso. Otto anni non sono bastati a due amministrazioni guidate dallo stesso sindaco per regolare i rapporti tra Comune e Ente Parco.

I tempi lunghi della burocrazia? Questioni giuridiche? Banale dimenticanza, o una precisa scelta strategica? Non parlo dell’illuminazione pubblica. Non parlo delle strade. Non parlo di via Cesare Augusto. Del resto, le strade parlano da sé, non hanno bisogno di interpreti. Non parlo degli incarichi, né dei debiti fuori bilancio, né delle “somme urgenze”. Per ora.
Ma se il PD di Ottaviano crede di arrivare alle amministrative in carrozza, come se niente fosse successo, come se Ottaviano fosse stata amministrata in questi otto anni da gente venuta da Cuneo e da Abbiategrasso, come se gli Ottavianesi fossero ciechi, sordi, “scurdarielli“, e soprattutto, un po’ fessi: se il PD di Ottaviano crede questo, embé allora è capace di credere tutto, anche che la Befana esista veramente e abbia il fisico di una velina.

Ho letto, su un giornale on-line, un’arguta parodia della lettera che il sindaco dimissionario ha inviato agli Ottavianesi. L’autore teme che la nostra città non si chiami più Ottaviano, ma Fessopoli. No, egregio scrittore di parodie, non siamo a questo punto: Ottaviano non è ancora Fessopoli. Non escludo che qualcuno creda che lo sia già. Ma se crede questo, quel qualcuno può credere tutto: anche che a Ottaviano ci sia il mare.

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