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Ottajano, 8 maggio 1851, festa di San Michele: sfida all’O.K. Corral tra Sommesi e Ottajanesi.

Parteciparono alla battaglia guardie, cantinieri, un aspirante guappo, e il sommese Giuseppe Iervolino che dieci anni dopo sarebbe stato fucilato, come brigante, dai piemontesi.

A metà dell’ Ottocento Giuseppe IV Medici controllava con mano ferma le cose di Ottajano, ma patrimoni cospicui e l’intreccio delle relazioni famigliari avevano accresciuto l’ autonomia di alcune casate del Centro Abitato: i Mazza, i Del Giudice, i Saggese, Raffaele e Andrea, sensali del vino e padroni del mercato delle botti, protetti dal fratello monsignor Giosué Maria arcivescovo di Chieti e amico, forse troppo amico, di Ferdinando II Borbone. Le carte dell’ Archivio di Napoli e i documenti “ criminali “ dell’ Archivio di Caserta ci raccontano che le tensioni interne al ceto dei “ galantuomini “ ottajanesi resero assai agitata la festa patronale del 1851.

Il fuoco divampò il giorno 6 maggio, all’apertura dell’ edizione annuale della fiera di asini e cavalli che a lungo fu una delle fiere più importanti della Campania. Un cavallaro di Sarno, Giovanni D’ Antonio, alzò la voce con un collega di Acerra, Vincenzo Coletta: i suoi cavalli non rispettavano i confini della spazio assegnato. Gli amici dell’uno e dell’altro intervennero nella discussione e incominciarono a schierarsi: e dalle parole sarebbero passati ai coltelli e alle fruste, se non fosse intervenuto a ordinare la pace Sebastiano Perillo, ottajanese di San Giovanni, bettoliere, fratello, nipote e zio di bettolieri, mastro di fiera autorevole: di un’autorevolezza che gli veniva dal nonno, guappo famoso, e dal prestigio conquistato nei mercati della piana del Sarno, dove, insieme con l’ottajanese del quartiere San Giuseppe Crescenzo Boccia, egli andava a dettare i prezzi della frutta e degli ortaggi.

Ma da un mese almeno si addensavano nuvole nel cielo di Ottajano: da quando il Sottointendente di Castellammare non aveva concesso il suo “ licet “ al testo della sacra sceneggiata “ San Michele viene in aiuto del popolo di Dio “ che i mastri di festa, legati ai Saggese, chiedevano di essere autorizzati a far rappresentare l’ 8 maggio, secondo l’ordine solito, prima in piazza Taverna e poi in piazza San Giovanni, subito dopo il volo degli Angeli e subito prima della tradizionale “ Caduta di Lucifero “. Il Sottointendente impose una sostanziale revisione del testo: è probabile che un innocente riferimento alla disperazione del popolo di Dio venisse letto non in chiave religiosa, ma come allusione politica. Tra l’altro, l’autore dell’opera, don Antonio Saviano, nel 1830 era stato segnalato alla polizia napoletana come troppo “ riscaldato “ dagli spiriti liberali.

Ma è probabile che la severità dei funzionari della Sottointendenza di Castellammare fosse dettata da ragioni più terrene: quell’anno i mastri di festa ottajanesi, sollecitati forse dalle paterne raccomandazioni del Vescovo di Nola, avevano ingaggiato, per la sacra rappresentazione, non la solita compagnia di Torre Annunziata, gradita a quei funzionari, ma una squadra di attori nolani. Il testo fu rivisto, e la Sottointendenza, anche per le premure di Giuseppe IV, diede il via libera. La solita tattica: prima ti chiedo, sotto sotto, di dire no, e poi ti chiedo pubblicamente di dire sì, perché tutti mi siano riconoscenti. Quante cose ci hanno insegnato i Medici….

Il mattino dell’ 8 maggio arrivò da Napoli, sul suo calesse bardato e infiocchettato come se dovesse andare a Montevergine, il cantiniere ottajanese Domenico Annunziata, fratello della guardia urbana Arcangelo, e di Antonio, che era capo dei giardinieri di Giuseppe IV Medici. La “ cannacca “ dei cavalli e i nastri svolazzanti che ornavano il mantice del calesse suscitarono gli sfottò e le risate di un gruppo di sommesi, diretti a Ottajano, in cui il cantiniere si imbatté lungo la via di campagna che costeggiava l’alveo Zennillo. C’erano, tra i sommesi, Raffaele Maiello, Giuseppe Iervolino, detto Capretti ( il soprannome è riportato da Gino Iroso ), e Fortunato Nappo, il cui fratello, Francescantonio, sposato con una ottajanese, era guardia urbana a Ottajano.

Un Raffaele Maiello fu, dieci anni dopo, membro autorevole della banda del brigante Barone, e Giuseppe Iervolino il 23 luglio 1861 venne fucilato, al Largo del Mercato di Somma, dai bersagliesi piemontesi di Federico Bosco di Ruffina, insieme ad altri cinque sommesi, tutti accusati di essere briganti e manutengoli di briganti. Accusati e fucilati, senza prove e senza processo. Le risate dei sommesi urtarono l’ottajanese: si arrivò al “ chi so’ io e chi si’ tu “, ma non all’ uso delle armi, anche perché è probabile che i sommesi avessero consegnato le loro al posto di guardia dell’ Alveo Zennillo. Durante la festa di San Michele, certamente una delle più rinomate del territorio, venivano istituiti due posti di guardia, uno all’ Alveo, l’altro a San Leonardo, dove i forestieri provenienti dal “ lato di Napoli “ e dal “ lato di Sarno e di Torre “ depositavano pistole, mazze e coltelli: il vino, la festa e le donne erano pericolosi eccitanti: meglio “ levare l’occasione “ di combinare guai.

Ma a sera tarda, in piazza San Giovanni, davanti alla cantina di Giovanni Del Giudice, si arrivò al regolamento dei conti: di qua gli Annunziata, Domenico, il fratello Arcangelo , i cugini Salvatore e Francesco, guardie campestri del principe di Ottajano, e la guardia urbana Domenico Arpaia; di là i sommesi, appoggiati dalla guardia di pubblica sicurezza D’ Errico, forse pomiglianese, e dall’ottajanese di San Gennarello Francesco Antonio Massa, che aveva già incominciato a riempire le pagine dei registri di polizia con le sue imprese di bastonatore. Il D’ Errico pugnalò a morte Arcangelo Annunziata e il cantiniere Domenico vendicò il fratello sparando nell’inguine di Francescantonio Nappo un colpo mortale con un’arma straordinaria, il “ pistone “ dei grassatori di strada del ‘700, un archibugio la cui canna finiva a forma di imbuto, e che per la sua devastante efficacia veniva anche chiamato spazzacampagna.

La sanguinosa rissa fece rumore. Gaetano Peccheneda, il terribile direttore di polizia del Ministero dell’Interno, diresse personalmente le indagini: sospese Michele Ranieri, capo delle guardie urbane di Ottajano, fece arrestare “ urbani “ e poliziotti coinvolti, invitò bruscamente il Sottointendente a svegliarsi e a vedere che le guardie urbane di Ottajano erano “ facinorosi individui “ e “ in quel circondario “ portavano non l’ordine, ma “ l’agitazione “. Si vide, infine, che anche a Ottajano come in quasi tutti gli altri Comuni la guerra interna che lacerava i Corpi della polizia locale aveva una sola causa: il controllo del contrabbando, e delle mazzette generosamente dispensate dalle “ comitive “ di ladri e di rapinatori.

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