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Dal 29 agosto prossimo gli under 35 avranno la possibilità di fondare una Srl semplificata con un solo euro di capitale sociale. Sarà vera gloria?

Finalmente, dopo un periodo di gestazione lungo e complicatissimo, la Srls vedrà presto la luce. E per una volta, se Dio vuole, la faccenda non sembra poi così arzigogolata. Poche e comprensibili, infatti, le prescrizioni da rispettare:

a) la società semplificata deve essere costituita con atto pubblico notarile secondo uno schema conforme al modello standard tipizzato con il decreto del ministro della Giustizia ora pubblicato in «Gazzetta»;
b) gli amministratori devono essere soci;
c) è nullo il trasferimento di quote di partecipazione al capitale sociale a soggetti diversi dalle persone fisiche oppure a persone fisiche che abbiano compiuto 35 anni;
d) l’ammontare del capitale sociale (che va versato esclusivamente in denaro, non essendo ammessi i conferimenti in natura) deve essere pari almeno ad 1 euro e inferiore all’importo di 10mila euro; pertanto, le società che abbiano bisogno di una capitalizzazione pari o superiore ai 10mila euro non possono adottare la forma della Srls e, allo stesso tempo, la società che si trovi ad aumentare il suo capitale sopra i 9.999,99 euro dovrà dismettere l’abito della società semplificata per indossare quello dell’ordinaria Srl.

Eppure a leggerla così un po’ di confusione la si fa comunque. Questo benedetto notaio s’ha da pagare o no? In realtà le spese notarili toccheranno soltanto a chi sceglierà di optare per una Srlcr (Società a Responsabilità Limitata a Capitale Ridotto, aperta pure agli over 35), anche se per questi ultimi non sarà obbligatoria l’adozione del modello standard per lo statuto. Chiaro, no?
Ma poi al compimento del trentacinquesimo anno d’età che succede? Be’, a quel punto le opzioni sono due: o si trasforma la società adeguandola ad un’altra forma giuridica che non preveda limiti anagrafici, oppure si salutano mestamente i vecchietti del gruppo costringendoli a disfarsi delle proprie quote.

Poco fa girava un post (diventato poi un libro) dal titolo “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli”. Protagonisti due giovani napoletani, Stefano Lavori (la fantasia non ci manca, si sa) e Stefano Vozzini, programmatori talentuosi ma inguaribilmente squattrinati. Alla fine di una lunga serie di peripezie, prestiti negati, insulti, derisioni, «i due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno (un computer rivoluzionario che avrebbe cambiato le sorti del mondo intero) nel cassetto. Diventano garagisti».
Insomma una parabola/parodia dell’ “uomo che ha inventato il futuro” con un finale in salsa partenopea. Ora però basta scuse, gambe in spalla e via libera alla fantasia.
Da oggi con la Srls vedrete che di Jobs ne spunteranno a iosa. Saranno dappertutto, come le arance, le pesche, i limoni e l’uva, con tanti saluti alla mela bacata.
(Fonte Foto: Rete Internet)