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L’espressione volgare rivolta al dipendente in quanto persona e non alla sua condotta, diventa ingiuriosa

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Il datore di lavoro non può utilizzare parole volgari verso il proprio dipendente, accusandolo di non fare alcunchè sul luogo di lavoro, perchè rischia di risponderne penalmente sotto il profilo dell’ingiuria.

Una società ricorre per cassazione contro la sentenza della Corte di appello di Roma che ha confermato la dichiarazione di responsabilità a suo carico per il reato di ingiuria, commesso in danno di un suo dipendente . La società aveva pronunciato nei confronti del dipendente le espressioni:

"a *****, mò m’hai rotto li cojoni, io voglio sapè te che cazzo ci stai a fa qua dentro, che nun fai un cacchio ed altro". Con l’unico motivo di ricorso la società, sostiene che in considerazione del rapporto gerarchico esistente, della circostanza che il fatto avvenne durante l’orario di lavoro e che la persona offesa si era intromessa in colloquio di lavoro tra altre persone, peraltro in ambiente di lavoro ricco di tensione, quale quello della movimentazione di valori, la frase pronunciata non aveva valore di ingiuria trattandosi di espressione volgare e colorita utilizzata come forte critica nei confronti di comportamento stigmatizzabile del sottoposto.

La frase "io voglio sapè te che cazzo ci stai a fa qua dentro, che nun fai un cacchio ed altro" stava a significare che il dipendente si trovava fuori luogo rispetto al suo naturale posto di lavoro.
Alla luce dell’evoluzione di costumi e del particolare luogo di lavoro ove era dato udire ogni tipo di sconcezza non era condivisibile l’opinione che il dipendente – quasi rivestisse la figura di Cappuccetto Rosso – si fosse sentito offeso nell’onore.

Osserva la Corte, con sentenza 14.11.2007 n° 42064, che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile perchè proposto per motivi manifestamente infondati.
É vero, infatti, che, alla luce della giurisprudenza invocata dalla società occorre fare riferimento ad un criterio di media convenzionale in rapporto alle personalità dell’offeso e dell’offensore nonchè al contesto nel quale detta espressione sia stata pronunciata ed alla coscienza sociale; senonchè, nella concreta fattispecie la società non si è limitato a pronunciare – in modo volgare – la frase innanzi precisata, ma ha aggiunto, altresì, l’altra ("io voglio sapè te che cazzo ci stai a fa qua dentro, che nun fai un cacchio ed altro").

In proposito, peraltro, va ricordato che "in tema di ingiuria, affinchè una doverosa critica da parte di un soggetto in posizione di superiorità gerarchica ad un errato o colpevole comportamento, in atti di ufficio, di un suo subordinato, non sconfini nell’insulto a quest’ultimo, occorre che le espressioni usate individuino gli aspetti censurabili del comportamento stesso, chiariscano i connotati dell’errore, sottolineino l’eventuale trasgressione realizzata. Se invece le frasi usate, sia pure attraverso la censura di un comportamento, integrino disprezzo per l’autore del comportamento, o gli attribuiscano inutilmente intenzioni o qualità negative e spregevoli, non può sostenersi che esse, in quanto dirette alla condotta e non al soggetto, non hanno potenzialità ingiuriosa" (Sez. 1, Sentenza n. 185 del 1998, Rv. 209439).

Ciò premesso, va rilevato che la Corte territoriale ha accertato che la condotta ingiuriosa non era finalizzata a stigmatizzare una specifica condotta censurabile del dipendente nell’esercizio delle sue mansioni, bensì era motivata dalla "stizza" per un comportamento genericamente inopportuno del dipendente. Talchè la concreta fattispecie esula dalle ipotesi di critica legittima nei termini indicati dalla richiamata giurisprudenza.

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