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Le due Napoli: la battaglia finale tra la Città carogna e la Città coraggiosa

L’incendio della Città della Scienza ha portato la Napoli addormentata e distratta sul ciglio dell’abisso: un altro passo, e vai giù, per sempre. Oppure ti svegli, e cerchi di salvarti.

 C’è una Napoli vigliacca, che la sua puzza di carogna non riesce più a nasconderla nemmeno con il sentimentalismo ruffiano di certi miti, il sole, il mare, la solidarietà napoletana, le lacrime napoletane, le canzoni napoletane.

Non riesce e non vuole. Anzi, si compiace di essere e di apparire carogna: per capirlo, basta osservare certi sguardi. La carognaggine – posso chiamarla così? – è trasversale, taglia in verticale il corpo della città, marchia con lo stesso fetore di morte clan di delinquenti professionisti, bande di professionisti delinquenti, certi politici, la camorra e grosse fette della società civile. L’altra Napoli è quella che vuole – il buon odore della volontà- mantenersi pulita. E’ la parte di Napoli che non vuole morire di morte atroce, soffocata nell’abbraccio in cui la stringe la Città carogna per corromperla con il suo marciume: essa ha il coraggio di aspirare a una morte più dignitosa e onorevole, se è scritto che si deve morire.

Questa Napoli coraggiosa, insorta con uno sdegno commovente contro le fiamme che hanno distrutto la Città della Scienza, deve ammettere, lealmente, di non aver capito, nonostante i segnali, numerosi, chiari, concordi, che i vermi della Napoli carogna avevano da tempo portato il loro nero desiderio di morte e di dissoluzione al grado più alto: e l’avevano raggiunto, questo grado, nascondendo nel corpo della terra montagne di rifiuti, corrompendo le fibre e gli umori di quel corpo con laghi di liquami, squarciando con fiumi di acidi putrescenti la fibre dei frutti e degli ortaggi e le radici delle piante : un disprezzo totale della vita: un’abiezione, che rende insopportabile la lettura delle dichiarazioni di certi signori che prima hanno inquinato l’aria, la terra e l’acqua, e poi si sono pentiti.

Nel settembre del 2008 il titolo di copertina di un numero dell’” Espresso “ era: Così ho avvelenato Napoli – Le confessioni di Gaetano Vassallo, l’imprenditore che per 20 anni ha gestito con la Camorra il traffico dei rifiuti tossici in Campania. Venti anni, rifiuti tossici, la Camorra con la C maiuscola, il latte di bufale comprate in Romania, bufale malate di brucellosi, un pentito dichiara: in caso di controllo ci preavvertivano dalla Asl, e gli ispettori trovavano tutto a posto; un altro pentito svela che queste bufale rumene spesso venivano “ infettate appositamente al fine di destinarle agli abbattimenti e lucrare così l’indennizzo governativo per eliminare il bestiame malato “: mi pare che gli abitanti superstiti della Città coraggiosa non abbiano sentito, o non abbiano capito. E ancora mi chiedo perché gli artefici di tanta corruzione non debbano essere accusati di omicidio plurimo volontario.

Misurato con i criteri che di solito si usano per la criminalità organizzata, l’incendio risulta di difficile lettura. Molti pensano che l’abbiano voluto certi comitati di affari che mirano a una gigantesca speculazione edilizia, o agli appalti della ricostruzione e della bonifica dei luoghi. Insomma, un percorso già collaudato con le vicende del dopo- terremoto e con il grande affare dei rifiuti: c’è un’emergenza, e se non c’è, la si crea; poi se ne dilatano i confini; poi si mettono le mani sui capitali destinati a risolvere l’emergenza. Ma l’incendio della Città della Scienza è un crimine troppo grosso, che fa clamore e va sotto i riflettori. Può darsi che strateghi raffinati l’abbiano fatto di proposito, e che, in questo momento in cui a Napoli e a Roma le istituzioni sono così deboli che a stento si tengono in piedi, essi abbiano voluto mandare un chiaro messaggio: qui comandiamo noi, qui facciamo quello che vogliamo.

Da sempre l’arroganza della delinquenza organizzata si esalta nel vuoto dello Stato. Può anche darsi che gli strateghi abbiano calcolato che tra poco i riflettori si sposteranno sui casini romani, che si annacquerà la mobilitazione della Napoli coraggiosa, e l’abitudine a dimenticare prenderà il sopravvento sullo sdegno. La Napoli carogna vincerà la battaglia finale, combattuta in un luogo – ha osservato Roberto Saviano- , che ha visto altre sconfitte di Napoli. Il mare e la spiaggia di Bagnoli, che avevano affascinato i Greci e i Romani – il fascinum di una vera e propria malia .- vennero sacrificati al dio della modernizzazione e al suo tempio, l’Italsider. Poi tutto finì, e di quel sogno sono rimaste solo le scorie di un inquinamento mostruoso, che ha contaminato la sabbia del litorale e spento la luce e la vita del mare.

La civiltà ha offeso la natura, e la natura si vendica ostentando senza pudore la dismisura dell’oltraggio. E ora la distruzione della Città della Scienza: il fuoco infernale ha divorato le forme del sapere, e sono solo scheletri neri e ammassi di rovine i padiglioni in cui fino ad ieri schiere di giovani andavano a sperimentare nuove strade per la conoscenza e a rappresentare, con la loro presenza, con il loro interesse, la fiducia nel futuro e la speranza che Napoli potesse essere, possa ancora essere, anche una città normale. Qualcuno immagina che ad appiccare il fuoco sia stata la mano dell’ eversione, per aggiungere confusione a confusione. Quando la battaglia si metteva male, i condottieri romani gettavano nella mischia i soldati dell’ ultima fila delle legione, tutti veterani esperti, tutti leoni: i triarii, che aspettavano il loro turno piegati su un ginocchio. Res venit ad triarios: tocca ai triari. E’ l’ultima carta.

O si vince o è la catastrofe. Un folle terrorista ha deciso di dar fuoco alla Città della Scienza per portare la Napoli addormentata e distratta sull’orlo dell’abisso: o vai giù, o apri gli occhi e ti svegli. E ti salvi. Potrebbe essere la trama di un romanzo, degna di una città che ha conosciuto tutte le vette e tutti i precipizi dell’eccesso. E’ necessario che i Napoletani coraggiosi capiscano che il coraggio non può essere una fiammata, intensa ma breve: deve essere un fuoco continuo e tenace, un ostinato esercizio quotidiano, che coinvolga cittadini e istituzioni e sostituisca le parole con gli atti e con i fatti. Al sonno della ragione Napoli deve rispondere con l’azione silenziosa. Ora, o mai più. Quell’incendio è, per Napoli e per l’Italia, nella realtà e nella metafora, il Fondo dell’Abisso.
(Foto: Louise Bourgeois, Spider III, 2007)

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