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La tragedia della tragedia: cronaca di un Canova in mille pezzi

Lo scorso 2 agosto un calco in gesso rappresentante “L’uccisione di Priamo” di Antonio Canova è stato distrutto durante le operazioni che dovevano portarlo alla mostra assisiate. Un delitto d’arte illustre che ha fatto poco scalpore.

Preservato per oltre due secoli e pochi istanti per cancellarlo dalla memoria: è il destino toccato il 2 agosto scorso al calco in gesso del capolavoro di Antonio Canova (1757-1822) “L’uccisione di Priamo” (foto).

LA CRONACA. Il dramma si è verificato quando gli addetti stavano spostando il gesso per imballarlo dopo averlo staccato dal muro dell’Accademia d’Arte di Perugia allo scopo di condurlo alla mostra su Canova ad Assisi, a meno di 30 chilometri di distanza. Durante il delicato lavoro, il bassorilievo, nell’atto di essere calato a terra, è invece caduto frantumandosi. Sono intervenuti i tecnici della Soprintendenza e la compagnia assicuratrice dell’opera la quale – magrissima consolazione di fronte alla distruzione di un’opera inestimabile – dovrebbe ripagare circa 700.000 euro.

IL SOGGETTO DISTRUTTO. La copia in gesso del Canova in questione riproduce una delle scene più drammatiche della poesia epica: il testo di riferimento per lo scultore neoclassico è l’Eneide, II, vv. 526-558. Al centro, sui gradini dell’altare di Zeus e Atena, si erge Pirro bloccato nell’attimo di colpire il vecchio Priamo che ha già afferrato per i capelli; ai loro piedi giace il cadavere di Polite. A destra alcune donne fuggono terrorizzate o si disperano; a sinistra due figlie si protendono verso l’omicida, mentre una terza sorregge Ecuba svenuta nei pressi dell’albero di alloro. È rappresentato l’istante che precede il dramma, eppure non c’è frastuono, non c’è terrore. C’è solo la “nobile semplicità e quieta grandezza”, espressione con cui Winckelmann indicava la caratteristica dei capolavori greci e che identifica, di fatto, tutta la produzione artistica neoclassica di cui Canova fu maestro indiscusso.

TRAGEDIA DI UNA TRAGEDIA. Dunque l’opera di Canova è la rappresentazione di una tragedia classica. E sempre di tragedia si tratta quando si parla della sua fine. L’opera infatti è, o meglio era, uno dei pochi esemplari noti dell’Uccisione di Priamo, episodio epico che, come altre famose scene della letteratura classica, ispirarono il maestro. Ad amplificare la gravità dell’accaduto, oltre alla rarità iconografica del suo soggetto, è il fatto che il “delitto” illustre sembra passato inosservato tra le cronache nazionali, relegato ai margini delle notizie culturali di secondo piano da una disinformazione incalzante perché, probabilmente, in Italia, vige la maldestra considerazione che un calco in gesso abbia meno valore di un originale; di conseguenza, l’accaduto non sembra fare eccessiva notizia.

Oltre al silenzio dei media, a rincarare la dose di rabbia di fronte al fatto c’è il grado di eccessiva approssimazione che emerge dalla vicenda con cui è trattato il patrimonio italiano. Allo scempio di monumenti ed edifici millenari che cadono a pezzi perché non salvaguardati accuratamente e alla piaga gravissima del vandalismo gratuito contro i capolavori delle nostre città, oggi s’aggiunge questo. Fatalità o negligenza umana che sia, la distruzione del Canova e il mancato risalto dovuto alla rilevanza dell’episodio, fanno veramente capire che l’Italia non sa né curare né tutelare e, di conseguenza, non si merita quella preziosa risorsa che è il patrimonio culturale ereditato della Storia.
(Fonte foto: Rete Internet)

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