Dopo la seconda dichiarazione di Schiavone, un prete coraggioso fa una proposta. Intanto beni confiscati alle mafie marciscono in attesa del nulla. Questo e altro ancora in un’amara denuncia attuale.
Che lo Stato sia corrotto e pericoloso è ovviamente la scoperta dell’acqua calda, eppure non c’è proprio nulla da dare per scontato, considerando che stiamo parlando dell’istituzione più importante per una nazione.
Recenti dati parlano di centinaia, migliaia di siti sequestrati al crimine organizzato e lasciati all’incuria della disorganizzazione. Investire su un bene confiscato alla camorra è, nella teoria, l’atto più simbolico ed economicamente proficuo contro il metodo camorristico, a vantaggio di quella stragrande maggioranza della popolazione che intende rivalutare questa regione, dandole un riscatto morale e possibilità di sviluppo. Il grande lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine impegnate a espropriare ricchezze ai boss, viene vanificato per colpa del caos della disorganizzazione (in Campania c’è quasi il 15% del patrimonio confiscato alle mafie in Italia, centinaia di questi beni non sono sfruttati).
Per quanto inconcepibile possa apparire, dobbiamo tristemente ammettere che la camorra riusciva a far fruttare quei beni, mentre lo Stato? Lo Stato dorme sonni beati, posticipando questioni vecchie di decenni. A quanto pare utilizzare in modo responsabile questi beni, in molti casi è troppo complicato: gli interessi degli enti “sacri” contro le mafie, gli accordi politici, le collusioni sempre presenti, hanno reso questi luoghi anime dannate in attesa di redenzione in un purgatorio di menefreghismo. Riempiamoci di domande: come mai non vengono generati gesti di contrasto lampanti, forti, determinanti per far sentire la presenza fisica dello Stato contro la camorra? A chiunque venga a conferire le motivazioni di tale caos disorganizzativo, non ci può essere che una sola risposta: gli anni stanno passando e le chiacchiere stanno a zero.
Fatti, realizzate fatti, plateali, simbolici, produttivi, eclatanti, ma che siano fatti, volti a farci sentire protetti, volti a raffigurare chiaramente una netta distinzione tra senso di responsabilità e potere nero. La richiesta è chiara, in ogni ambito della camorra c’è bisogno di prese di posizione forti e pubblicamente riconosciute da parte della politica che deve trovare tutti i modi possibili per contrastare la camorra. Tornano in mente Marcello Torre e gli altri eroi che intuirono il disinteresse e la collusione degli amministratori. Quegli esempi di lotta devono essere vivi e devono stimolare a far cambiare le cose concretamente, anche attraverso un definitivo investimento sui beni confiscati. La ricerca della trasparenza nelle procedure per l’assegnazione dei beni confiscati deve essere una nuova priorità.
Pur volendo ammettere le eventuali difficoltà burocratiche, non è ancora chiaro come mai esistono in Campania centinaia di beni confiscati che ancora non sono stati fatti fruttare per il bene comune. La Regione Campania insieme con l’amministrazione comunale napoletana potrebbe organizzare qualcosa che non è tanto difficile da attuare. Tutti i delegati dei comuni in cui esistono i beni confiscati, attraverso una pubblica e trasparente riunione decisionale in cui affrontare punti precisi per la lotta alla camorra, potrebbero ridefinire un ufficio unico, con tanto di amministratore che si occupi esclusivamente del monitoraggio e dello smistamento dei beni confiscati, con poteri burocratici atti a velocizzare le procedure di assegnazione.
Cosa utile e responsabile sarebbe dare finalmente un potere regionale più efficace all’Agenzia dei beni confiscati, istituita con clamore nel 2010 ma che non fu dotata dei mezzi necessari per operare al meglio. La gente ha ormai l’impressione che si perda troppo tempo. Tali assegnazioni non devono necessariamente essere affidate a enti sacri dell’antimafia, ma piuttosto ai migliori acquirenti con il miglior progetto che contenga idee per produrre lavoro per i giovani e sviluppo culturale ed economico in ogni sua forma, favorendo inoltre agevolazioni fiscali per le nuove imprese.
E’ tanto complicato? Qui c’è puzza d’interessi. Il sospetto è più che lecito. Eccola, di nuovo, la puzza delle arroganze mafiose sottoforma di “intoppi burocratici”. Come sempre è una questione di definizioni. Se intendiamo il termine “camorra” in una forma più generica, riusciremmo ad avere una percezione di significato differente, quasi scientifica, che comprende anche e soprattutto quelle autorità legali che coincidono col crimine organizzato, che coprono interessi o collaborano con i danni generati dalle procedure malavitose. Ciò che sembra sempre più indefinita è la netta scissione tra la presenza dello Stato contro le mafie e le mafie stesse che studiano astutamente mezzi sempre nuovi per gemellare governo, potere e crimine.
Un ulteriore inconcepibile scempio lo ritroviamo in riferimento alle ecomafie, il pentito Carmine Schiavone ha fatto di nuovo risentire la sua voce, aggiungendo dettagli alla precedente intervista rilasciata qualche giorno fa. Il quadro che ha dipinto Schiavone in questa seconda intervista è nero come la morte. L’ex boss ha chiaramente specificato che già da parecchio lo Stato è a conoscenza dei luoghi precisi dove sono stati sotterrati i rifiuti tossici in Campania. Questi siti non li ha confessati ora, ma anni fa. Adesso tutto questo inquinamento sta producendo miasma cadaverico. E’ emergenza, è rabbia, e questo silenzio nell’attuazione dei provvedimenti è mafia! Praticamente metà regione è infettata da veleni industriali e scarti tossici di vario genere.
La domanda ovvia è: come mai lo Stato non ha risolto il problema quando Schiavone mostrò dettagliatamente i luoghi contaminati? La risposta dello Stato fu “ci vogliono troppi soldi”. Nasce immediatamente un’altra domanda: questo Stato è davvero convinto che siamo tutti dementi? Veramente dobbiamo pensare che non c’è speranza per i ragazzi che intanto muoiono di cancro? Don Maurizio Patriciello, attivista anticamorra, impegnato da tempo contro i disastri ambientali generati dalla camorra, mette a disposizione il suo stipendio da sacerdote e chiede di raccogliere fondi per bonificare alcune aree contaminate, segnalate da Schiavone nella zona del campo sportivo di Casal Di Principe.
E’ surreale: il coraggio di un sacerdote deve tentare una soluzione e lo Stato deve fischiettare con indifferenza? Siamo alla frutta, contaminata, ma pur sempre frutta.

