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Ottaviano, la tradizione della”tammorra” e il Gruppo Contadino della Zabatta

Il Gruppo Contadino della Zabatta e “Pascale ‘e mesollino” ci hanno ricordato, il 31 agosto, che antica è la tradizione ottajanese della “tammorra” e che Ottaviano, per salvare la sua identità (ciò che ne resta), deve riscoprirne le radici autentiche.

‘O tammurraro“ di Raffaele Viviani non se la passava bene: la prima guerra mondiale era incominciata da poco, e la gente non teneva “ ‘a capa fresca“ per pensare alla tammorra. Le ragazze non si accontentavano della sensualità recitata delle figure di danza che lo strumento eccitava – l’eredità dei cembali antichi e dei riti di Dioniso e di Cibele –, ma andavano in cerca di “amanti“ in carne e ossa e di altre musiche, e restavano incinte: “ ‘o tammurro t’’o forma cu ‘a panza” : “e quanno è attesato se torna ammuscià’:/ s’abboffa e se smoscia p’’o troppo sunà’”.

(La potenza descrittiva di “s’abboffa e se smoscia“ è tale che si “vede“ il moto a mantice, e si “vede“ il sorriso ironico del poeta: la lingua è musica e azione scenica e Viviani riesce a percepire ogni cosa con l’occhio del “tammurraro“.). Sul finire degli anni ’50 in piazza Municipio, nell’alveo Rosario non ancora coperto, i contadini ottajanesi e quel leggendario personaggio che fu Errico ‘e zuchetta celebravano i riti della morte di Carnevale e gli ultimi fasti della tammorra ottajanese. La cui tradizione era antica quanto quella di Somma: ma mentre i Sommesi sono stati aiutati dai démoni benigni del Vesuvio a ricordare, a conservare e a tramandare, gli Ottajanesi hanno appreso dai démoni malvagi l’arte del dimenticare: dimenticare soprattutto sé stessi.

Secondo i contadini, la tammorra combatteva proprio le influenze maligne: i ritmi, le vibrazioni e le voci, ora concitate e “risalenti“, ora lente e “ ritornanti“, mettevano in fuga i cattivi pensieri e i turbamenti peccaminosi, e stornavano il malocchio dalla forza delle viti e dalla fertilità delle donne e degli uomini. La tammorra accompagnò a lungo i riti connessi ai culti ottajanesi di San Michele, della Madonna del Carmine, della Madonna di Montevergine. Il Gruppo Contadino della Zabatta non nacque per caso. Quaranta anni fa gli amici del Giugno Popolare Vesuviano, che sapevano quanto fosse antica e gloriosa, nel territorio, la cultura della musica popolare, affidarono al Gruppo il compito di salvare ciò che restava di quel tesoro straordinario, prima che tutto si dissolvesse nel buio della dimenticanza.

Sabato 31 agosto il Gruppo Contadino della Zabatta è tornato in piazza Municipio: lo compongono “musici“ di antica e solidissima gloria, e giovani orgogliosi dell’appartenenza. Vecchi e giovani sanno che esiste, al di sopra di tutti e di tutto, il Gruppo, e che la sua identità è un valore assoluto. Non avrei voluto far nomi: mi consento un’eccezione per Pasquale Ambrosio, Pascale ‘e mesollino. La sua voce è quella di molti anni fa: è una voce cava – non so trovare altra immagine- , che si innesta sui moduli musicali e li commenta. E’ una voce di risonanze, che si apre alle suggestioni del passato e le trasmette al presente, senza artifici, senza compiacimenti, ma con l’immediatezza ora dolce, ora ruvida dell’istinto.

Questa voce costruisce un ambiente, evoca un paesaggio, incita chi ascolta a non aver vergogna del piacere della commozione, aggredisce i sentimenti. E’ un incantesimo che la tammorra e certe voci producono da sempre: i giovani e i meno giovani si sciolgono dall’ impaccio delle convenienze, cedono alle sollecitazioni del ritmo, incominciano a disegnare figure di danza, e a nessuno interessa controllare se esse rispondono alle regole del manuale. La musica e il canto costruiscono spazi reali di libertà. In piazza Municipio, piena di gente, qualcuno ha continuato a danzare anche dopo che il Gruppo aveva concluso la sua “ azione “: il cui obiettivo era proprio questo, promuovere una “rappresentazione“ collettiva, spingere gli spettatori a trasformarsi in attori. Del resto, lo “spettatore“ è figura del “teatro“ colto, non di quello popolare.

Il carro, che ha ospitato i “musici“, e i banchi dei venditori di strumenti della musica popolare hanno colorato di tinte eleganti e vivaci il carattere dell’ evento, che doveva essere per tutti – e lo è stato – un momento di nostalgia, e un momento di riflessione sulla nostalgia. La prof.ssa Marilina Perna, assessore alla cultura, ha voluto fortemente la manifestazione e ora si accinge a ricucire i fili di una storia lunga e gloriosa, quella della festa di Montevergine che, prima di spegnere le sue luci, attirò ogni anno a Ottaviano, da Napoli e dalla Campania Felice, un grande numero di visitatori. La prof.ssa Perna sa bene che la città deve, prima di tutto, riannodare la trama, oggi stracciata, di quei valori che costituiscono la sua identità.

Molti Ottavianesi non conoscono la loro terra: dunque, non conoscono una parte significativa di sé stessi. E’ necessario chiedere ai docenti e ai dirigenti delle scuole cittadine di fare in modo che i ragazzi incomincino ad avere una qualche nozione dei “beni“ artistici e ambientali di Ottaviano. E’ necessario che si aprano i cancelli del Palazzo Medici, che è un bene di Ottaviano: giova ripeterlo, perché mi pare che qualcuno abbia la tendenza a dimenticarlo. Se ci sono démoni maligni che hanno ancora l’intenzione di chiudere, bloccare, sbarrare – l’accesso al Palazzo e l’accesso alla Montagna e l’accesso alla conoscenza di storie, di fatti e di cose – , ci liberino della loro presenza: non ci costringano a cacciarli via con fragorosi concerti di timpani e di grancasse. E di tammorre.
(Foto: Saverio Della Gatta, Ritorno dalla festa dell’Architiello)

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