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La Chiesa e le feste popolari

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Dai vescovi campani le norme per feste popolari religiose: “Fuori la camorra dalle celebrazioni”.

“Evangelizzare la pietà popolare. Norme per le feste religiose”. Si chiama così il documento presentato qualche giorno fa a Napoli dai vescovi della Campania. La Campania è una Regione (sono 25 le Diocesi) ricca di feste popolari, che registrano talvolta disfunzioni, che pertanto rendono la problematica molto delicata.

E’ molto preoccupante, in particolare, il rischio di un’ingerenza malavitosa, che con fermezza la Chiesa condanna e respinge. Tale ingerenza ovviamente può accadere nelle manifestazioni pubbliche (processioni e feste patronali…). Come non ricordare quello che è successo un anno fa a Castellammare di Stabia? 19 gennaio 2012: per le vie della città sfila la processione del patrono, San Catello. Una sosta arbitraria dei portatori della statua, a pochi metri dalla casa di un esponente della camorra locale, Renato Raffone; sosta, ovviamente, non autorizzata dall’allora arcivescovo di Sorrento-Castellammare, monsignor Felice Cece, fa infuriare l’allora sindaco della città stabiese, l’ex pm Luigi Bobbio, che si toglie la fascia e se ne va.

Già nel maggio del 2011 (la processione di san Catello ha una versione invernale, in concomitanza con la festa liturgica, e una primaverile, in occasione della festa del patrocinio del santo) era accaduto un episodio simile. A maggio 2012 è stato necessario prendere un accorgimento, con il nuovo arcivescovo Francesco Alfano e il sindaco dietro la statua: i portatori sanno che se ci sarà la sosta incriminata il presule e il sindaco lasceranno la processione. Da allora, tutto fila liscio. Questo è solo un episodio, tra i tanti. Le luminarie, i concertini, e tutta l’organizzazione “esterna” al religioso, spesso è “controllata” dalla camorra. Bisogna dire, inoltre, che tante feste popolari nella nostra regione hanno solo la parvenza del sacro. Esse, svuotate del loro contenuto cristiano, non rendono credibile la fede.

Recentemente, ricordano nel documento i vescovi, “le istituzioni civili preposte alla cura dell’ordine pubblico hanno emesso direttive, volte ad evitare tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nelle feste popolari e religiose”. Esse chiedono controlli sulla posizione penale dei soggetti responsabili nelle feste e sulle fonti di finanziamento di queste. “Si comprende che è molto sottile la linea di confine tra la manifestazione religiosa e i festeggiamenti civili”, osservano i presuli campani, ma ribadiscono che le feste religiose (in particolare le processioni) sono di “esclusiva competenza e autorizzazione dell’autorità ecclesiastica”, che coinvolge, in genere, la forza pubblica locale per il necessario servizio di vigilanza e sicurezza. Inoltre, i vescovi distinguono queste feste dalle altre manifestazioni che nulla hanno di religioso e non sono riferibili all’autorità ecclesiastica, perché attengono ad appositi comitati, a consuetudini locali, a motivazioni culturali o folcloristiche.

I vescovi, nel documento, hanno stabilito anche che “il soggetto principale dell’organizzazione delle feste popolari deve essere il Consiglio pastorale parrocchiale. Il Comitato della festa deve essere espressione di tale Consiglio e se ne assume la responsabilità, collaborando con le istituzioni civili circa i rischi di infiltrazione malavitosa”. Il Comitato deve essere presieduto dal parroco e costituito da persone che si distinguono per impegno ecclesiale e onestà di vita. Non solo: il Comitato non dovrebbe essere permanente ma restare in carica per la sola celebrazione della festa. Insomma, l’obiettivo principale è rinnovare la fede dei credenti e dare un senso più pieno a questi eventi.

“La festa – suggerisce il documento – sia preparata con un ‘novenario’ o ‘settenario’ o ‘triduo’, dando ampio spazio all’ascolto della Parola di Dio, secondo un programma preparato dal Consiglio pastorale parrocchiale. Si concluda la preparazione con un gesto di solidarietà all’interno o anche fuori dei confini parrocchiali”. Il momento ludico-esterno è un “elemento importante della festa e non va staccato dal momento religioso”, ma “non è concepibile che la festa religiosa si riduca a manifestazione paganeggiante, soprattutto con sperpero di denaro. Un altro aspetto importante è quello economico: “Non è lecito attaccare denari alla statua che peraltro non può essere messa all’asta e trasportata dai migliori offerenti. Non è consentito ugualmente raccogliere offerte e fermare la processione mentre si sparano fuochi artificiali”. Non c’è più spazio, insomma, per “feste popolari che hanno solo la parvenza di sacro e non rendono credibile la fede da parte dei lontani; né per processioni che si esauriscono in estenuanti maratone di questuanti che offendono il decoro”.

I vescovi della conferenza episcopale campana dicono, in altri termini, un fermo basta alle celebrazioni in cui la fede non è in primo piano. Davvero c’era bisogno di queste indicazioni pastorali per le nostre comunità, dove le feste patronali continuano ad essere momenti forti di aggregazione e di espressione di religiosità popolare. Sperando che almeno qualcuno ne tenga conto e cominci ad andare controcorrente. Penso proprio che tutti siamo chiamati a riflettere su questo documento e, soprattutto, nell’occasione delle feste, impegnarci a sprecare denaro in eventi inutili, orientando anche l’aspetto economico verso il mare immenso della solidarietà e in direzione dei veri bisogni della comunità.

E’ ancora pensabile di spendere tanti euro per luminarie, concertini e fuochi, quando in giro ci sono disoccupati, esodati, giovani senza lavoro e ospedali che non funzionano?

ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE

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