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L’Algida chiude per due mesi di fila: tedeschi e inglesi vogliono scippare il cornetto

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Smantellamento industriale: si apre un caso nella grande fabbrica di Caivano produttrice del famoso gelato. Lungo stop in cassa a zero ore, da novembre a gennaio. Parte delle produzioni già dirottate in Inghilterra e in Germania.

Una delle eccellenze campane, il grande stabilimento Algida, chiuderà per due mesi di fila: mille lavoratori in cassa integrazione a zero ore. E adesso la sensazione è che il mitico cornetto stia per prendere la strada del nord Europa, col risultato che l’Italia rischia di rimanere a bocca asciutta.

Secondo la Unilever, multinazionale anglo-olandese con sede in Svizzera, proprietaria del noto marchio di gelati, crisi congiunturale a parte (le piogge che hanno sconvolto quest’estate il nord Italia) l’impianto di Caivano presenta un costo del lavoro troppo alto rispetto agli altri due siti produttori di dolciumi di Oppenheim, in Germania, e di Gloucester, in Inghilterra, dove il colosso mondiale ha già provveduto a trasferire parte delle produzioni napoletane. Qui, nella grande fabbrica di località Pascarola, il costo del lavoro è giudicato poco competitivo soprattutto a causa dell’eccessiva fiscalizzazione (i salari degli operai napoletani restano infatti comunque più bassi di quelli dei colleghi tedeschi e inglesi).

La Unilever ha quindi preso contromisure drastiche: l’Algida resterà chiusa per due mesi consecutivi, a partire dal prossimo 3 novembre. 854 lavoratori da mettere in cig, da tenere a casa per settimane. Addetti ai quali bisogna aggiungere l’indotto, che fa superare la soglia delle mille unità agli organici complessivi. Le attività saranno riprese nella prima decade di gennaio. Ma la situazione sta facendo temere il peggio. “Non vogliamo assolutamente che il lavoro all’Algida sia reso stagionale – l’aut aut di Nicola Ricci, responsabile territoriale della Flai-Cgil – non è possibile pensare a una struttura del genere, con tanti operai, ma che lavori soltanto alcuni mesi all’anno”. Per i lavoratori ci sono altri rischi, quelli contenuti nel jobs act predisposto dal governo.

Un provvedimento che riduce sensibilmente gli ammortizzatori sociali e che quindi in prospettiva darebbe pochi margini di movimento ai provvedimenti aziendali meno traumatici. Intanto le organizzazioni di categoria aspettano una risposta da Unilever entro i primi giorni della prossima settimana. La notizia della chiusura temporanea della fabbrica è stata consegnata ai rappresentanti delle maestranze venerdì scorso, nell’Unione Industriali di Napoli. “L’azienda non ha dato risposte chiare – scrivono i sindacati – ed anzi ha prospettato un 2015 con volumi produttivi ridotti rispetto al 2014, con 10-12 milioni di litri in meno e una nuova organizzazione del lavoro”.

La paura è che dietro l’angolo ci sia il pericolo di uno scippo progressivo del cornetto Algida, dell’ormai altrettanto conosciuto Magnum e delle note vaschette. “In pochi anni – fa notare ancora Ricci – sono stati chiusi due stabilimenti dell’Algida, quello di Cagliari e quello di Roma: migliaia di posti di lavoro persi. Intanto dal 2008 a Caivano sono stati fatti sacrifici, sono andati in mobilità volontaria e incentivata 170 dipendenti”.

“Unilever a Caivano – aggiungono i segretari di Fai Cisl, Flai Cgil, Uila Uil e Ugl del settore, Buonaguro, Ricci, Vitiello e Figlioli – ha deciso di stravolgere le strategie per il sito di Caivano relegandolo a un ruolo non più strategico nei confronti dell’Europa e degli stabilimenti tedeschi e inglesi. Non è pensabile che l’unica attenuante per la multinazionale sia la crisi o il calo di consumi. Era stato raggiunto – continuano i sindacalisti – un accordo di gestione meno traumatica della cassa integrazione, ma questo sacrificio era subordinato all’inizio di un confronto serio per il futuro di Caivano. Questo non è avvenuto. Anzi l’azienda , in modo provocatorio, ha avviato una sottile guerra psicologica che invece di guardare agli investimenti, alle nuove produzioni, a volumi importanti, stravolge i ritmi e i carichi di lavoro e il cui unico risultato è l’inefficienza e l’ improduttività”.

Infine, l’avvertimento. “Se Unilever non cambierà i piani per Caivano – concludono Ricci, Buonaguro, Vitiello e Figlioli – sposteremo il confronto su altri tavoli istituzionali: Regione e Ministero del Lavoro. L’obiettivo è di capire che fine hanno fatto i sacrifici dei lavoratori, gli accordi sottoscritti e gli investimenti dell’ultimo triennio”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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