Alla vigilia della I guerra mondiale l”Italia è attraversata da moti di protesta. Il Paese però è in crescita, lo dimostra lo sviluppo dell”industria. Ma il Sud è sempre più indietro. Di Ciro Raia
Antonio Salandra, uno dei leader della destra liberale, nel 1914, succede a Giolitti; il governo dello statista di Dronero, tranne una breve parentesi in cui ha retto le sorti del paese Luigi Luzzati, ha avuto una vita abbastanza lunga.
Salandra si trova, come prima urgenza, a dover fronteggiare lo scontro tra lo Stato e la popolazione nella settimana rossa, un moto sociale e politico simile ad una pericolosa rivoluzione. Egli aveva vietato le manifestazioni antimilitaristiche che si sarebbero potute verificare in occasione delle sfilate per l”anniversario dello statuto albertino.
Ad Ancona, dove era prevista una manifestazione con corteo dei dimostranti, si registrano degli scontri tra coloro che avevano organizzato un comizio per protestare contro le “compagnie di disciplina” (reparti in cui sono sottoposti a dura vita i militari sovversivi) e le forze dell”ordine. Sul suolo restano tre morti e molti feriti. Mussolini sulle colonne dell”Avanti! scrive: “L”eccidio di Ancona è stato un assassinio premeditato”. È la squilla per la rivolta popolare. La protesta si allarga subito a molte città. A Roma una folla inferocita tenta di assaltare il palazzo del Quirinale; in Emilia Romagna si paralizza il traffico ferroviario; a Napoli e Bari si contano altri morti. Milano, Firenze, Genova e Torino insorgono in armi. I borghesi chiedono allo Stato di intervenire con forza.
Oltre 100.000 soldati sono inviati sulle piazze più calde; i socialisti ed i repubblicani sperano di provocare la caduta del governo Salandra; i giornali non arrivano nelle edicole per lo sciopero dei distributori; addirittura circolano voci che il re è in fuga e che si è insediato un governo del popolo. Rinaldo Rigola, leader della Camera del Lavoro, chiede ai suoi iscritti di cessare gli scioperi. Continuano poche schermaglie; poi, la situazione torna sotto controllo. La settimana rossa, la più grande agitazione di popolo avvenuta in Italia, si esaurisce. Il drammatico bilancio è di 16 morti e 660 feriti tra gli scioperanti; un morto e 400 feriti tra le forze dell”ordine.
Si è alla vigilia della prima guerra mondiale e l”Italia è un paese in crescita e in movimento. La popolazione, nel 1913, è di 36 milioni di abitanti. Un dato, però, è spaventoso: oltre 11 milioni di persone, di età superiore ai 6 anni, sono analfabeti!
La vita media dell”uomo è cresciuta e ciò grazie alle migliorate condizioni igienico-sanitarie. Il chinino argina la malaria ed i malarici scendono, in pochi anni, dal 31% al 2% della popolazione.
I 6 milioni di emigrati, se costituiscono una vergogna dal punto di vista del sentimento nazionale, contribuiscono, tuttavia, con i loro risparmi –le rimesse– a far lievitare l”economia del paese. Ogni anno circola –grazie appunto alle rimesse inviate in patria- oltre mezzo miliardo di lire (circa 200 milioni di euro dei nostri giorni).
L”industria fa passi da gigante nel settore siderurgico, meccanico, chimico e farmaceutico. Con il neo dell”esclusione del meridione e delle isole e con la conseguente economia differenziata tra nord e sud. Gli altiforni a coke trasformano in ghisa e in profilati i materiali ferrosi dell”isola d”Elba. Si ampliano gli stabilimenti esistenti e se ne creano anche di nuovi. I complessi produttivi della FIAT e dell”Ansaldo si impongono a livello delle migliori imprese europee. L”industria elettrica sostituisce l”uso del vapore; nascono la Società Alta Italia e la Società Idroelettrica Piemontese (SIP), la Edison e la Meridionale.
La regione più progredita e ricca di industrie è la Lombardia: da sola assorbe più del 25% dell”intero apparato industriale. Subito segue il Piemonte e, poi, altre regioni del nord. L”unica regione meridionale presente è la Campania col suo centro siderurgico di Bagnoli.

