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Intervista al Presidente dei Periti Agrari di Napoli

Territorio, sicurezza alimentare, tutela del made in Italiy ed Expo 2015: ne abbiamo parlato con Biagio Scognamiglio, Presidente del Collegio dei Periti Agrari e Periti Agrari Laureati della provincia di Napoli.

Da meno di un mese c’è stato il rinnovo del Consiglio del Collegio e dei Revisori dei Conti dei Periti Agrari e Periti Agrari Laureati della provincia di Napoli che ha visto la conferma del presidente, l’anastasiano Biagio Scognamiglio, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Quali sono le imminenti priorità che il nuovo Collegio Provinciale dei Periti Agrari e Periti Agrari Laureati intende realizzare per il territorio?
«Con questo mandato per mia scelta c’è un numero consistente di giovani, per dare ulteriore forza fresca all’interno del consiglio. Dobbiamo prendere coscienza che il territorio non è qualcosa da usare a fini speculativi ma è qualcosa da rispettare perché è da esso che traiamo la nostra sussistenza; per questo dobbiamo salvaguardarlo insieme alle nostre vite e soprattutto attueremo quel concetto di sostenibilità che è un obbligo e non più un’opzione per l’economia regionale».

E’ possibile trasformare ed allo stesso tempo trasformare un territorio? Se sì, in che modo?
«Questa tematica è stata affrontata a Visciano al seminario organizzato dal Collegio Provinciale dei Periti Agrari e Periti Agrari Laureati avente titolo proprio "Conservazione e Trasformazione virtuosa del territorio". Per l’occasione sono intervenuti diversi relatori, tra i quali il nostro Presidente del Collegio Nazionale Lorenzo Benanti, l’assessore all’agricoltura di Napoli Nugnes, il presidente dell’ordine degli architetti Visone ed il vescovo Depalma.

Si è inteso dare un segnale più razionale dell’uso del territorio senza cadere nel genericismo di dire "o tutto da buttare o tutto da salvare". Bisogna edificare nella misura giusta, in base alle esigenze del territorio, conservare quella parte del territorio che ha testimonianza di carattere culturale, sociale e produttivo, come la valorizzazione dei prodotti tipici locali. Questa trasformazione e conservazione del territorio passa attraverso la sinergia di più contesti (professionali, sociali ed economici), altrimenti si cade in un atteggiamento che non produce nulla.

L’orientamento del collegio ha un carattere più dettagliato: intendo la nostra professione agro ecologica nel senso che non è solo un’attività di carattere professionale che scaturisce dall’ordinamento professionale nato molti decenni di anni fa ma una professione che ha avuto nel suo tempo una sua evoluzione di carattere professionale e sociale. Il perito agrario si è sempre occupato del territorio, nella misura della gestione della cartografia catastale, della stima degli immobili, ecc… ma poi si è adeguato alle esigenze territoriali.

Abbiamo avuto negli ultimi anni delle trasformazioni epocali che hanno inciso profondamente nella gestione della cultura del territorio. Oggi per un perito agrario fare attività professionale significa soprattutto impegnarsi ad operare nel campo della materia ambientale, agroalimentare, paesaggistica e agricola. Dunque, questa figura professionale tende a operare in un campo che non è più solo quello agronomico ma è agro ambientale e agroalimentare».

Parliamo di sicurezza alimentare: i nostri territori sono martoriati a causa dell’inquinamento del suolo e dell’aria e molti cittadini si chiedono cosa ci sia sotto il suolo e si interrogano sulla qualità dei cibi che arrivano sulle tavole. Che risposte date in merito?
«Il nostro Collegio è sempre stato attento all’evoluzione di questa realtà perché c’è stato un momento mediatico che ha accomunato in maniera disordinata quello che è un fenomeno dell’inquinamento dei terreni che già c’è da diversi anni e che ha avuto una punta di esasperazione negli ultimi anni dove sono state prodotte azioni malavitose e delinquenziali che hanno danneggiato alcune zone ben precise del territorio.

Però non si può parlare dell’inquinamento del territorio in maniera generalizzata e irresponsabile perché i prodotti della terra vesuviana sono sani genuini, di altissima qualità ma ciò non toglie che per la sicurezza alimentare è necessario attuare in maniera totale i regolamenti CEE che attualmente gestiscono la salvaguardia del prodotto alimentare. E’ necessaria la tracciabilità e rintracciabilità di un alimento: è importante conoscere non solo la sua costituzione ma anche la sua provenienza. L’azienda agricola oggi deve essere in grado di far conoscere che quell’alimento è prodotto in quell’azienda ed ha precise caratteristiche».

Come intendete, invece, affrontare la problematica circa l’abbattimento degli alberi nelle zone urbane?
«A gennaio scorso, una nostra delegazione si è incontrata con il dott. Tommaso Sodano, vice sindaco del Comune di Napoli, e assessore all’Ambiente, per discutere di tale problematica. L’incontro è stato necessario perchè l’ufficio "Direzione centrale ambiente, tutela del territorio" del Comune di Napoli, non accetta la relazione agronomica allegata alla richiesta di abbattimento e potatura, sottoscritta dai Periti Agrari.

Il Dirigente comunale sostiene che l’ordinanza del Comune di Napoli (n. 1243 del 29/06/2005, ndr), parla di certificazione sottoscritta da "Agronomo", senza tener conto che l’Ordinamento professionale dei Periti Agrari, prevede tra l’altro la competenza nella progettazione e manutenzione di parchi, giardini, anche in ambito urbano. Il dott. Sodano sta portano avanti il discorso per cercare di trovare un’alternativa alla problematica».

Quali azioni di rilancio delle politiche agroalimentari si intendono mettere in campo?
«Ci sono comparti in Campania che sono trainanti per l’economia regionale, come il settore della viticoltura, dell’agricoltura ed il floricolo. La realtà della nostra Regione si manifesta attraverso ampie aree dove si sviluppano tali settori. Purtroppo oggi vi è un forte squilibrio tra agricoltori e produttori di materie prime ed industria di trasformazione. La riluttanza all’associazionismo ha frenato lo sviluppo naturale di un’azienda di trasformazione: ci sono eccellenze che producono pomodoro, pastificio, lattiero caseari, la mozzarella di bufala, ma non siamo stati capaci di far crescere di pari passo i prodotti di eccellenza. Ed è proprio su questo che dobbiamo lavorare».

Quali azioni, investimenti ed interventi sono messi in campo per tutelare i prodotti made in Italy? Come si può portare avanti l’idea di eccellenza italiana?
«L’idea di eccellenza italiana sta prendendo corpo in maniera dirompente, perchè l’agroalimentare è il settore che produce di più a livello di PIL. Se siamo capaci, a livello nazionale e regionale, di dare un impulso maggiore ad alcuni prodotti (mozzarella di bufala, viticoltura, pomodorino del piennolo) allora daremo un’importante certezza economica al nostro Paese. Questa condizione è stata ben percepita dalle nuove generazioni: oggi le facoltà di Agraria registrano in tutta Italia un incremento delle iscrizioni perché i giovani che sanno leggere bene i segni del tempo, hanno capito che l’agroalimentare, attraverso la valorizzazione di alcuni prodotti, è il settore che può dare un impulso occupazionale alle nuove generazioni».

Agroalimentare ed Expo 2015: occasione d’oro per la filiera agroalimentare o solo un evento fine a se stesso?
«Dietro ogni azione sociale c’è un uomo che pensa ed agisce. L’obiettivo dell’Expo è di porre all’attenzione del mondo il contesto Italia; è una passerella in primis delle organizzazioni agroalimentari mondiali, ma se vogliamo dare senso a questo grande evento che ci vede protagonisti, allora dobbiamo affrontare il problema della fame nel mondo. Non è possibile pensare che oggi tonnellate di prodotti vengono distrutti per mantenere fissa la regola di mercato e nel contempo milioni di cittadini muoiono di fame. Allora se vogliamo dare senso all’Expo, questi deve diventare un evento anche di carattere sociale e non solo una passerella mediatica».

Cosa ne pensa della nuova riforma degli istituti tecnici agrari?
«Non si è capito bene qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere con questa prima parte della riforma, in quanto molte materie degli istituti tecnici agrari sono state eliminate dai programmi scolastici e se non c’è sinergia tra istituti e mondo del lavoro non faremo crescere un’attività di carattere professionale vera e propria. C’è necessità di una maggiore collaborazione tra una forma di legislazione che riguarda gli istituti agrari e quello che è il mercato del lavoro. Non può esserci una riforma della scuola fine a sé stessa, senza tener conto di quali sono le prerogative di carattere professionale».

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