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Implacabili

Entusiasmo per il Napoli di Mazzarri che ha steso al San Paolo la Lazio per 3 a 0

“No, Davide, non mi dire niente, ma allo stadio con uno juventino e un’interista io non ci vado!” Asserisce categoricamente Gianni, impugnando un grosso corno azzurro.

“Ma Gianni, tu sei un ricercatore scientifico, non puoi essere ancorato a questi retaggi medievali”.
“Appunto, la scaramanzia è una scienza esatta. E pure ll’uocchie ‘ncuollo. I gobbi, quelli a tinta unita, portano bene. Ma quelli a strisce no. E gli interisti a me mi fanno venire l’orticaria. Ma che precedenti hanno?”
“No, ma quali precedenti? Sono incensurati. Lo juventino è il mio commercialista e l’interista è mio cognato. Non posso dirgli di no”, cerca di giustificarsi il povero Davide, che pure non aveva fatto salti di gioia quando i due nemici calcistici gli avevano manifestato questo inspiegabile desiderio di assistere ad una partita in cui neppure erano coinvolte le loro squadre, probabilmente con l’unico scopo di gufare.

“Ma non mi riferivo ai precedenti penali. Chiedevo che precedenti hanno al San Paolo, Hanno già visto qualche partita del Napoli?”
“Ah, sì, Claudio, lo juventino, venne a vedere Napoli-Juve 3-0, tripletta di Cavani e Antimo, l’interista, venne a vedere la semifinale di coppa Italia che vincemmo contro l’Inter”.
“Ah, e ma allora il discorso cambia. Questi non è che possono venire, questi due debbono venire! Però debbono andare in un settore separato. Debbono stare a distanza di sicurezza. Noi nei distinti e loro in curva, così se portano male li diamo in pasto agli ultrà”.
Arrivati nei pressi dello stadio, Gianni ricorda a Davide il rituale.

“Davide, aspetta, debbo andare dalla signora. Marenna che vince non si cambia! Questa marenna salsiccia e friarielli è imbattuta da Napoli-Inter 0-2, con autorete di Ferrario e goal di Beccalossi. E prendiamo pure i caffè Borghetti. A me il caffè non piace, ma li ho presi contro il Milan, l’Inter e il City e hanno portato bene, quindi il rituale va rispettato. Claudio, tu che prendi?”
“No, grazie, io mi prendo un gelato durante la partita”.
“Ma guarda che se tu vai in curva senza marenna se ne accorgono subito che sei juventino e ti abboffano di mazzate. La marenna è un segno distintivo del tifoso napoletano. Nessun tifoso azzurro si sognerebbe di andare allo stadio senza marenna e comprare… un gelato durante la partita”. Claudio, su consiglio di Davide cerca di camuffarsi da tifoso del Napoli e si avvicina ad un ambulante comprando sciarpa, cappello, bandiera e vari gadget azzurri.

“Quanto pago? Chiede l’infiltrato napolentino”.
“Sarebbero ventotto euro, ma per voi sono trenta alla cassa”, risponde l’ambulante, che lo aveva smascherato immediatamente. Sì, perché uno juventino si riconosce subito, dalla faccia. Le facce degli juventini sono tutte uguali. Hanno un colorito bianco morto, lo sguardo inespressivo e tutti dimostrano due anni in più a quelli che hanno, a prescindere da quanti anni hanno.
Davide, come sempre, si è portato la marenna spaziale da casa, mentre l’interista tiene nello zainetto un termos con una cotoletta alla milanese.

Manco il tempo da togliere dal fodero la marenna e a seguito di un calcio d’angolo per la Lazio, il pallone termina inopinatamente in rete. Davide, che pure è un professionista di rilievo, con un’educazione ben radicata, si unisce alla bestemmia sincronizzata dei quarantamila circa del San Paolo e alle urla di De Sanctis, che rincorre tutti e sei gli arbitri per tutto il campo. Probabilmente sono gli stessi invocati avi defunti di Miroslav Klose che consigliano al teutonico di confessare il netto fallo di mano, sfuggito ai sei arbitri, che tutti insieme non mettevano insieme le diottrie di Mr Magoo, il simpatico vecchietto dei fumetti che si ostinava a non mettere gli occhiali nonostante la forte miopia e che riusciva a scambiare un orso per suo nipote.

Il gesto del bomber avversario è applaudito dal pubblico del San Paolo, tranne che da Gianni, che per il dolore aveva precedentemente catapultato la salsiccia nei semi deserti distinti inferiori, e da Lotito che urla: “Ma chi ce l’ha mannato questo? Proprio qui doveva venì ‘a moralizzà er calcio?”.
Lo juventino, mimetizzatosi insieme all’interista in curva B, è incredulo e pensa, orgoglioso, “noi non avremmo mai ammesso una roba del genere”.

Ma ecco che comincia lo spettacolo. Il Napoli ritorna ad essere feroce a centrocampo, con Behrami che sbrana gli avversari e che, senza accorgersene, ingoia pure la mascotte della Lazio, che volava a bassa quota nel suo spazio aereo. Cavani, come spesso accade, è uno e trino; dopo un azione d’attacco, lo si ritrova a chiudere in difesa con un vigore impensabile per un comune mortale, che starebbe ancora srotolando la lingua scesa al di sotto delle ginocchia per la fatica.
Il Matad’or è scatenato più che mai. Con un tiro di rara potenza, richiesto a gran voce da Gianni e Davide, porta in vantaggio il Napoli grazie anche alla provvidenziale deviazione di un difensore avversario.

Il tiro a sponda, degno del signor Quindicipalle, provoca un boato tale da far confondere anche l’interista e lo juventino che esultano per inerzia, dimenticando per un attimo la loro inspiegabile fede avversa. Lotito, in tribuna, impreca in latino e con un impeccabile ricorso alla perifrastica passiva invita a passare a miglior vita il colosso francese per il quale aveva appena sganciato moneta, ma che in campo mostrava l’abilità di un cammello.
Al secondo goal di Cavani, il pubblico del San Paolo si commuove, Anche San Gennaro, che aveva compiuto un miracolo proprio qualche giorno prima si commuove, e gli si scioglie di nuovo il sangue nell’ampolla.

Che Cavani semini gli avversari come patate e folgori Marchetti con un missile che gli brucia i guanti rientra nella straordinaria amministrazione, ma il lancio di Cannavaro che pesca l’uruguaiano a quaranta metri è uno di quei misteri che manco Fatima riesce a spiegarsi. L’urlo di Gianni provoca il distacco della sua ugola, che verrà ritrovata all’indomani in sala stampa, con una mala parola liberatoria, di rara potenza espressiva, ancora incastrata tra alcune corde vocali anch’esse catapultate nell’opposto settore dello stadio rispetto a quello di provenienza.
Ma Cavani colleziona triplette come fossero francobolli, e sul lancio di Campagnaro, l’uruguaiano volante dribbla pure il portiere e, quando la rete laziale si gonfia come il petto dei tifosi azzurri, anche lo stadio inteso come struttura prova un orgasmo di quelli rari.

Sul tre a zero la Lazio non è più l’avversaria del Napoli. La Lazio è “tamquam non esset”, come direbbe il suo presidente. La nemica, quella per l’obiettivo serio, è la Vecchia Signora. E allora lo stadio diventa una bolgia, con i quarantamila, compreso lo juventino, che saltano urlando: “chi non salta bianconero è”. Il povero Claudio è costretto a saltare. Non può non farlo. Anche l’interista salta, chiedendosi perché mai uno nato e cresciuto a Napoli possa aver contratto questa inspiegabile malattia.

La “malatia”, quella con una sola “t”, quella che ha veramente un senso, è quella di Lorenzinho Insigne, campioncino tascabile, parte nopeo e parte sudamericano, che fa scomparire il pallone con una finta alla David Copperfield che fa smaterializzare il difensore avversario, facendolo ricomparire solo per procurarsi il fallo da rigore.
L’UFO Cavani dal dischetto fa volare il pallone sopra la traversa, ma mai rigore sbagliato era stato così applaudito in uno stadio di calcio. Il pubblico è felice, ha visto un calcio spettacolare che non si vedeva da decenni, una squadra in cui tutto ha funzionato alla perfezione, grazie anche al lavoro del tecnico più amato e criticato degli ultimi anni, il più testardo in assoluto, ma che spesso dimostra di aver ragione, compreso in alcune scelte di mercato, come quella di Valon Behrami, che sradica palloni dai piedi degli avversari, con una ferocia e una semplicità disarmanti.

L’unico che probabilmente riceverà un rimbrotto dalla società sarà probabilmente Juan Camillo Zuniga, che in un tackle ha sradicato dal terreno circa diecimila euro di zolle, che gli verranno probabilmente scalate dallo stipendio. Ma va bene così. Siamo primi in classifica! E anche se quella parola lì non la pronunceremo neppure sotto tortura, ci crediamo tutti. Forza Napoli!
(Fonte foto: Rete Internet)

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