La Fiat continua a sbagliare con i suoi lavoratori. E la politica continua a deludere, evitando di affrontare temi seri.
Come chiesa diocesana siamo intervenuti, ancora una volta, a favore dei 19 lavoratori Fiat. È ormai muro contro muro e vogliamo tutti augurarci che ritorni il senso del dialogo, della sensibilità, dell’umanità, soprattutto da parte dell’Azienda, la parte più forte in questo caso. Non è concepibile, per la chiesa, dare il salario, senza la “fatica” del lavoro. A questo proposito voglio ricordare alcuni princìpi fondamentali del pensiero sociale della chiesa, circa la dottrina del “giusto salario”.
Già nel 1891, nella prima enciclica sociale (Rerum Novarum), papa Leone XIII così scriveva: ”Il principale tra i doveri dei datori di lavoro è dare a ciascuno il giusto compenso. Il determinarlo secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale i capitalisti e i padroni ricordino che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. "Ecco, la mercede degli operai … che fu defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le orecchie del Signore degli eserciti" (Gc 5, 4). Da ultimo è dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell’operaio né con violenza né con frodi né con usure manifeste o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto più debole e mal difeso è l’operaio e più sacrosanta la sua piccola sostanza. L’osservanza di questi precetti non basterà essa sola a mitigare l’asprezza e a far cessare le cagioni del dissidio?”.
È ovvio che qui, accanto al salario, entrano in gioco ancora varie prestazioni sociali, aventi come scopo quello di assicurare la vita e la salute dei lavoratori e quella della loro famiglia. E ancora, il Catechismo della chiesa Cattolica così recita: “Il giusto salario è frutto legittimo del lavoro. Rifiutarlo o non darlo a tempo debito può rappresentare una grave ingiustizia. Per stabilire l’equa remunerazione, si deve tener conto sia dei bisogni sia delle prestazioni di ciascuno. Il lavoro va remunerato in modo tale da garantire i mezzi sufficienti per permettere al singolo e alla sua famiglia una vita dignitosa su un piano materiale, sociale, culturale e spirituale, corrispondente al tipo di attività e grado di rendimento economico di ciascuno, nonché alle condizioni dell’impresa e al bene comune”.
E, inoltre, Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus, afferma: “La società e lo Stato devono assicurare livelli salariali adeguati al mantenimento del lavoratore e della sua famiglia, inclusa una certa capacità di risparmio. Ciò richiede sforzi per dare ai lavoratori cognizioni e attitudini sempre migliori e tali da rendere il loro lavoro più qualificato e produttivo; ma richiede anche un’assidua sorveglianza e adeguate misure legislative per stroncare fenomeni vergognosi di sfruttamento, soprattutto a danno dei lavoratori più deboli, immigrati o marginali. Decisivo in questo settore è il ruolo dei sindacati, che contrattano i minimi salariali e le condizioni di lavoro”. Questi princìpi sono sacrosanti per tutelate la dignità e i diritti dei lavoratori. Tutti i datori di lavoro devono tenerli presenti e attuarli.
Anche la Fiat, a Pomigliano, non solo deve far rientrare in fabbrica tutti i lavoratori in cassintegrazione, ma assicurare loro anche un “giusto salario”. I lavoratori non ce la fanno più a stare fuori a vivacchiare e in cassintegrazione, nell’incertezza del proprio futuro e delle loro famiglie. A questo proposito mi pongo qualche interrogativo che mi inquieta e che deve inquietare il mondo della politica e l’intera società: come fare per ridurre il divario sociale tra chi guadagna troppo e chi fa la fame ogni giorno? Penso agli stipendi non solo dei politici, ma anche a quelli dei calciatori, sportivi, mondo dello spettacolo, manager aziendali e altri.
Non sarebbe il caso di porre un tetto agli stipendi e pensioni d’oro e favorire così una vera giustizia sociale? Questi dovrebbero essere i temi della campagna elettorale e non i soliti litigi tra le parti a cui stiamo assistendo quotidianamente, con proclami o promesse vuote, senza senso e che, quasi sicuramente, non avranno concretizzazione.
(Fonte foto: Rete Internet)

