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Il corpo e il pubblico: i protagonisti dell’arte di Marina Abramovic

Performance artist sulla cresta dell’onda dagli anni settanta, Marina Abramovic sconvolge ogni volta con azioni dolorose e provocatorie che divengono esplorazioni dei limiti mentali e fisici dell’esistenza.

Il concetto di performance è semplice e polivalente: nello sport, indica la prestazione di un atleta o di una squadra e, per estensione, finisce per denotare il risultato ottenuto in qualsiasi circostanza attraverso una prova o un’attività. In ambito artistico l’idea è la stessa. L’azione, in questo caso, viene improvvisata e cementa la sua natura spettacolare sull’inscindibile rapporto con il pubblico. A ben guardare, tale forma “processuale” ha contraddistinto l’intera arte novecentesca: nelle serate futuriste, Marinetti e Co. si dilettavano in spettacoli ibridi a metà tra teatro e bagarre, il cui epilogo era spesso il tafferuglio, lo scontro fisico, oltre che verbale.

Il Cabaret Voltaire, nella neutrale Zurigo durante la prima guerra mondiale, inscenava situazioni paradossali, reductio ad absurdum dell’arte tradizionale che il dadaismo minava alla base.
La perfomance è centrale nel dopoguerra, negli happening di Allan Kaprow, per attuare l’utopia di un’arte concreta: 18 happenings in 6 parts (1959), un grande ambiente tripartito in cui sei partecipanti compivano evoluzioni e azioni sconnesse, segnava il debutto di una dimensione rumorosa ed insensata, in cui il pubblico diveniva protagonista assieme all’artista. Senza dimenticare l’indimenticabile performance pacifista di Yoko Ono e John Lennon, che nel 1969 tennero un Bed-In per la Pace, rimanendo a letto per una settimana nella suite 702 dell’Hotel Hilton di Amsterdam, aprendo ai curiosi le porte di quella singolare protesta non violenta contro la guerra in Vietnam.

Ecco, dunque, i due poli della performance: l’artista, il cui corpo “è il soggetto e l’oggetto dell’opera” (secondo la definizione di Body Art definita nel 1970 dal critico Sharp), e il pubblico, fruitore principale, consapevole o meno, di un’azione che viene attivata dalla sua presenza, dalla sua partecipazione. Queste due componenti si ritrovano nelle “opere” della regina contemporanea della Performance Art: Marina Abramovic. Passionale, istrionica e sconvolgente, l’artista serba domina la scena mondiale dagli anni settanta, rinnovando costantemente un percorso dove non lascia opere da esporre in un museo e in una galleria o lavori materiali da poter acquistare all’asta: è lei stessa l’opera. Si spinge oltre, di volta in volta, misurandosi con performance effimere dove arte e vita si fondono in un’avventura in cui esplora i limiti mentali e fisici dell’esistenza, senza timore delle conseguenze.

Alcuni esempi: tagliarsi con rasoi che lacerano la pelle, farsi avvolgere da serpenti tropicali o digiunare giorni interi chiusa in una scatola trasparante davanti ai visitatori increduli di una galleria. L’azione forza il corpo, che ne esce martoriato, e mette a dura prova la mente; ma per Marina Abramovic gli sfregi del corpo sono la testimonianza tangibile dell’eternità della manifestazione artistica. Performance artist estrema, non può esistere senza pubblico: durante ogni azione, gli spettatori finiscono per sentirsi parte integrante dell’attimo di catarsi artistica. Durante la mostra americana del 2011, Marina Abramovic: The artisti is present (foto), un migliaio di visitatori del MoMa si sono avvicendati al tavolo dove l’artista serba è rimasta seduta per 3 mesi, senza muoversi e senza parlare, limitandosi a guardare mentre veniva guardata, instaurando un dialogo muto con l’interlocutore di turno.

Oltre quarant’anni di provocazione e cicatrici: le pratiche autolesioniste di Rythm o (1974), esibizione dove i suoi vestiti sono resi a brandelli dal taglio delle lamette provocato dai presenti, o il pellegrinaggio senza meta di The Lovers (1988), un viaggio solitario di 2500 chilometri lungo la Grande Muraglia in Cina, possono essere scelte poco condivisibili e considerate assurde – d’altronde non pretendono di non esserlo – ma restano performance memorabili, esperimenti shockanti e dolorosi che hanno segnato l’arte degli ultimi quattro decenni.
(Fonte Foto: Rete Internet)

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