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I pirap di Ercolano

Nella nostra disamina delle stesure preliminari dei Progetti Integrati Rurali delle Aree Parco ci inoltriamo, con sempre maggiore perplessità, in quello che sembra ormai il solito sperpero di denaro pubblico.

E sì, più che il sospetto, è lo sconforto che ci accompagna in questo nostro viaggio tra i progetti preliminari dei PIRAP/Vesuvio. Abbiamo ormai la conferma di un approccio volto allo sperpero più che allo sviluppo e viviamo con rassegnazione la coscienza che chi ci amministra non conosce il territorio ed emana un’immagine esclusiva ed edulcorata di esso.
Passiamo all’analisi di un altro progetto PIRAP e per la precisione si tratta, anche in questo caso, di due progetti complementari, denominati entrambi “La salita al Gran Cono”, con la specifica di tratto iniziale e tratto terminale di Via Casteluccio. L’ammontare iniziale, previsto per ciascun progetto era di 350.000 euro, ribassato a € 280.000 per una successiva revisione del bando lo scorso mese di maggio (D.D. N° 40 del 25/5/12).

Entrambi i progetti rientrano nella Misura 125, sottomisura 2, che prevede l’allestimento di “infrastrutture connesse allo sviluppo e all’adeguamento dell’agricoltura e della silvicoltura”. Ma, anche in questo caso, come per altri progetti preliminari esaminati, non si è stati capaci di trovare le almeno cinque aziende agricole tali da rientrare nei parametri progettuali. Del resto come sarebbe possibile coltivare, vendere e consumare prodotti agricoli provenienti da uno dei luoghi più inquinati del Vesuvio?
La strada Castelluccio è situata nell’omonima contrada ercolanse, ed è una zona ormai famosa per essere una grande discarica illegale, assai vicina all’Ammendola/Formisano, anch’essa discarica e “Sito di Stoccaggio Provvisorio”, altro luogo dai tanti misteri e dalle troppe paure.

La strada andrebbe certamente rimessa in sesto, potendo in tal modo decongestionare, anche se solo parzialmente, la Benedetto Cozzolino, asse viario che più a valle conduce a Portici e a Torre del Greco, ma va detto che la semplice asfaltatura e il riassetto del sistema di captazione delle acque sarebbero ben poca cosa rispetto alla sua realtà e quella che la circonda, e non solo per gli esigui fondi a disposizione, infatti, le stradine a monte di Via Castelluccio, se non opportunamente risistemate, la riempirebbero, alla prima pioggia, di detriti d’ogni tipo, intasando di sedimenti i nuovi pozzetti previsti dall’anonimo progettista. Per un assurdo poi, l’asfalto, (che tra l’altro coprirebbe in più punti l’antico selciato già coperto da un precedente e deteriorato strato bituminoso) accentuerebbe l’inquinamento da traffico automobilistico, oggi limitato soltanto dal cattivo stato della carreggiata e agevolerebbe addirittura chi si reca lì quotidianamente a sversare immondizia di ogni tipo e nella più totale impunità.

Questi dubbi permangono, nella speranza che la riabilitazione della strada in questione, più che facilitare gli ipotetici fondi agricoli locali, non sia stata concepita col secondo fine di dare un accesso più facile ad altri tipi di attività industriali presenti sul luogo.
Altro elemento che lascia perplessi è quello dello stesso nome del progetto, “La Salita al Gran Cono”, anche in questo caso, come in quello già esaminato di San Sebastiano e così come per gli altri progetti studiati, è evidente l’atteggiamento evocativo del titolo, fortemente discordante dalle reali direttive, e dove si lascia ampio margine al dubbio che nelle intenzioni implicite della stesura, ci fosse stata la speranza che i progetti non fossero letti o che ci si fosse attenuti solo alle loro premesse o su di una scarsa conoscenza dei siti in questione.

Ad ogni modo, è evidente il contrasto con la strategia generale dei PIRAP, dove era esplicita la volontà di dirottare il flusso escursionistico oltre la meta univoca del Cratere, privileggiando un turismo più consapevole dell’etrogenea realtà vesuviana. È probabile, come da relazione illustrativa, che si pensasse romanticamente alla vicina, restaurata e riabbandonata stazione Cook, ma come ignorare lo stato delle cose? Come non sapere che il progetto del “Trenino Rosso” giace impantanato in chissà quale ristagno di squallido sperpero e ipocrisia?

Il rifacimento della strada prevede la sua riduzione a una carreggiata di 4 metri, con un marciapiede di mezzo metro e mantiene l’utopico intento di collegare San Sebastiano con San Vito e quindi con la Provinciale del Vesuvio, ma al di là della coerenza tematica, come si può dimenticare che prima di arrivare a suddetta frazione, di per sé non tale da permettere un ampio afflusso di traffico, bisogna attraversare veri e propri budelli, che si diramano come reticoli tra campagne e urbanizzazione selvaggia? È anche in questo caso evidente che l’idea di base era quella di spendere quei soldi ad ogni costo e lasciare l’ennesima cattedrale nel deserto.

L’unica speranza è quella che i progetti definitivi, che saranno presentati domani alla Regione, abbiano una stesura meno stereotipata e una visione della realtà locale più realistica.

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