Leos Carax torna dopo quattordici anni di silenzio e lo fa con un film che porta a maturazione la sua poetica visionaria e inquietante.
Il cinema francese contemporaneo non può fare a meno di Leos Carax. Alexandre Dupont (il suo vero nome) è uno di quegli autori nati per dividere, con il suo cinema innamorato della citazione e volutamente lontano dalla linearità narrativa. È una poetica visionaria, che conosce gli strumenti classici ma li aggira, con un montaggio che esalta la frammentazione e l’ellissi.
Tra le meta-narrazioni sperimentali di Godard e le visioni da incubo di Lynch, che stravolgono la base narrativa fatta di storie violente e drammatiche, il cinema di Carax affascina o annoia. Si perde inevitabilmente in intellettualismi e tiene alla larga il coinvolgimento emotivo dello spettatore, ma è in grado di regalare guizzi estetici unici e soddisfa il palato di chi ama perdersi tra salti e divagazioni. Rosso sangue (1986) è il suo capolavoro, seguito da una manciata di opere altalenanti. Dopo 14 anni, il regista francese torna con un film che trova un equilibrio quasi perfetto, senza rinunciare alla sua poetica.
Anche in Holy Motors è difficile parlare di una trama in senso classico. Al centro del film troviamo le vicende di Oscar (interpretato dall’attore feticcio Denis Lavant) e una sua “ordinaria” giornata lavorativa. Il mestiere di Oscar è assai bizzarro: deve saltare da una vita all’altra, interpretando diversi personaggi, non si sa bene pagato da chi e per quale ragione. Carax segue Oscar mentre scorrazza su una limousine bianca guidata da una misteriosa autista. L’uomo interpreta un killer, una vecchietta, un padre e altri ancora, sempre attento alla perfezione della performance e alla bellezza di ogni singolo gesto. Entra nelle vicende altrui con naturalezza e ne esce a lavoro finito. Lo seguiamo per le strade di una Parigi notturna e stravagante e con lui teniamo il passo delle citazioni di Carax, che mescola i generi preferiti, dal noir all’action movie.
Holy Motors è prima di tutto un atto di amore verso il cinema. L’incipit chiarisce le coordinate del film; il regista si sveglia e si ritrova in una sala cinematografica, ricordando la Laura Dern di Inland Empire che finiva la sua assurda odissea in un cinema. I salti da un’esistenza all’altra di Oscar raccontano il fascino e l’inquietudine di chi vive nella finzione, con un richiamo esplicito al mestiere dell’attore e del regista. Per chi lavora Oscar? Per chi recita Lavant? Per chi gira Carax? Il pubblico catatonico nella sequenza iniziale assiste impassibile al balletto della finzione. Ma il film non si isola in questi occhiolini autoreferenziali.
Denis Lavant dà il volto ad un’esistenza solitaria, drammatica, nella quale tutti possiamo specchiarci. Il suo Oscar è una maschera costretta a giocare con i ruoli, la cui solitudine si risolve nell’abbraccio impossibile tra finzione e (impossibilità di) comunicazione. Il cinema e la vita ne escono come specchi rotti che frammentano l’identità. Il film, oscuro e malinconico, sembra suggerirci che il cinema e l’arte in genere amplifichino questa disgregazione. Tutti siamo Oscar, anche se non lo sappiamo (il pubblico immobile), in bilico tra trucchi, maschere e identità sovrapposte.
Regia di Leos Carax, con Denis Lavant, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli
Genere: drammatico
Durata: 110 minuti
Uscita nelle sale: 6 giugno 2013
Voto 7,5/10
(Fonte foto: Rete Internet)

