La guerra ha registrato un’altra vittima: Giuseppe La Rosa. Per il mons. Pelvi il capitano dei bersaglieri è stato un esempio di chi ”sapeva bene che amare può portare a morire per l’altro”.
Il capitano dei bersaglieri Giuseppe La Rosa, ucciso in Afghanistan l’8 giugno scorso è stato un esempio di chi ”sapeva bene che amare può portare a morire per l’altro”. Lo ha detto nel corso dell’omelia per i funerali solenni del militare italiano caduto in Afghanistan, l’Ordinario militare per l’Italia, mons. Vincenzo Pelvi.
Ma mons. Pelvi, dopo aver tessuto di elogi il bersagliere morto, non ha taciuto l’impegno dei nostri militari impegnati fuori dai confini nazionali ai quali, ha detto, ”va manifestato doverosa riconoscenza e concreta vicinanza. Eppure – ha sottolineato mons. Pelvi – i nostri giovani militari cercano di promuovere la riconciliazione e la pace in Paesi in cui si sparge ancora tanto sangue in guerre che sono sempre una follia. Non possiamo tirarci indietro, proprio nelle situazioni di maggiore dolore. Sosteniamo, invece, ogni tentativo che puo’ condurre alla sicurezza e alla pace dei popoli, bisognosi di cooperazione e solidarietà”. Sono ormai 53 i nostri militari uccisi in Afghanistan. Troppi. 53 famiglie dilaniate dal dolore. Troppi orfani e vedove giovani. Dovremmo chiederci: ma ne è valsa proprio la pena?
In quel lontano e tragico 7 ottobre 2001 il governo USA, appoggiato dalla Coalizione Internazionale contro il terrorismo, lanciò un attacco aereo contro l’Afghanistan. Che si tratti di guerra è ormai certo, sia perché tutti gli eserciti coinvolti la definiscono tale , sia perché il numero dei soldati che la combattono e le armi micidiali che usano non lasciano spazio agli eufemismi della propaganda italiana che continua a chiamarla “missione di pace”. Si parla di più di 40.000 morti afghani (militari e civili), e il meccanismo di odio che si è scatenato non ha niente a che vedere con la pace. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo?
La guerra in Afghanistan ha trovato in Italia in questi anni quasi unanime consenso da parte di tutti i partiti – soprattutto quando erano nella maggioranza – e di tutti i governi. Magari questa unanimità del nostro Parlamento ci fosse sulle problematiche del lavoro, delle povertà o sulle riforme istituzionali! Perché solo la guerra trova la politica italiana tutta d’accordo? Chi ispira questo patriottismo guerrafondaio che rigetta l’articolo 11 della nostra Costituzione? L’elenco degli strumenti di morte utilizzati è tanto lungo quanto quello dei cosiddetti “danni collaterali” cioè 10.000 civili ,innocenti ed estranei alla stessa guerriglia, uccisi per errore. Ma la guerra non fa errori, poiché è fatta per uccidere e basta. Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi 2 milioni di euro al giorno?
Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Può una nazione come l’Italia che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali e non ha i soldi per gli insegnanti nelle scuole e accetta che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà, impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro?
Dica, chi di dovere, con franchezza che questa guerra si combatte perché l’Afghanistan è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza. Penso proprio che sia vero quanto dicono coloro che da sempre hanno tuonato contro questa guerra: i nostri soldati muoiono per il gasdotto (che sarà costruito entro la fine del 2014), per la droga (produzione dell’oppio), per le risorse minerarie (litio, rame, ferro, cobalto, oro, uranio) e per tenere a bada, in un futuro non troppo lontano e in un posizione strategica (cuore del continente asiatico), la Cina.
La storia del terrorismo è una balla proprio per nascondere la verità. Già Eschilo (padre della tragedia greca e nel lontanissimo 525 a. C.) diceva che “in guerra, la verità è la prima vittima”. L’11 aprile di cinquanta anni fa Giovanni XXIII firmava la Pacem in terris. Non era un sorriso ingenuo e ottimista sul mondo. Non c’erano condanne. Se non per la guerra e per la violenza. Tutto il resto era il respiro della speranza per un mondo rinnovato dall’impegno di ciascuno. A cominciare da coloro che hanno il potere di premere il pulsante che condanna a morte intere popolazioni. Ma anche a coloro che devono custodire e promuovere rapporti di buon vicinato e di prossimità autentica e garantire l’armonia vera delle persone che la vita ha affidato loro.
A mio avviso anche la Chiesa deve fare un serio esame di coscienza su questi temi. Forse è giunto il momento di non elogiare più durante le omelie (pur importanti in certi drammatici momenti) delle esequie i nostri militari, e avere più coraggio nel denunciare le “strutture di peccato” che generano nel mondo guerre e violenze. Probabilmente bisogna cambiare il vecchio adagio latino in “si vis pacem, para pacem”.
(Fonte foto: Rete Internet)

