Stamane i metalmeccanici della Cgil, allontanati per la seconda volta dallo stabilimento, torneranno all’ingresso della fabbrica. Obiettivo: chiedere spiegazioni formali dall’azienda sul loro ritorno in cassa integrazione.
Era stata la magistratura a reintegrare al lavoro i primi 19 dei 145 operai iscritti alla Fiom, con una sentenza emanata a giugno e fatta eseguire dalla Fiat il 28 novembre.
Quindi il lungo corso di formazione, nell’impianto rivisto dopo anni di cassa integrazione, tenuti ben lontani dal cuore delle produzioni Panda, però. Un corso di formazione che è durato parecchio, certamente più lungo della norma. Ma quando è giunto il momento di tornare nella catena di montaggio gli operai iscritti al sindacato che si oppone a Marchionne sono stati rispediti a casa, il 4 febbraio: pagati per non lavorare. Intanto il gruppo piemontese ha fatto un cambio societario e venerdì scorso ha comunicato alle tute blu del sindacato diretto da Maurizio Landini che sono di nuovo in cassa integrazione.
Ma gli operai del sindacato che si oppone a Marchionne sentono puzza dell’ennesima discriminazione politica e sindacale. Stamattina si recheranno davanti ai cancelli della fabbrica. “Chiederemo una spiegazione scritta di quest’ennesimo allontanamento”, anticipa Aniello Niglio, uno dei 19 estromessi. Gli altri 126 operai iscritti alla Fiom sarebbero dovuti rientrare in fabbrica entro la metà di aprile. A scaglioni o in blocco. Ci sono però complicate questioni societarie che si riverberano su quelle legate al rispetto delle sentenze della magistratura, il cui operato è stato più volte stigmatizzato da Marchionne. Basti pensare che dopo l’ordinanza antidiscriminatoria del tribunale di Roma il leader maximo della Fiat ha commentato così: “E’ un evento unico che interessa un particolare Paese che ha regole particolari che sono folkloristicamente locali”.

