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domenica, Luglio 3, 2022

E’ possibile una valutazione serena della storia politica ottavianese degli ultimi 15 anni?

Gli Ottajanesi “figli del principe”; il sistema politico; la crisi degli anni ’80, le occasioni perdute, la delusione. La storia vera raccontata da chi la vive. La crisi dell’ economia: cause di sistema e cause specifiche. Il declino di Ottaviano.

Che la lotta politica, soprattutto a livello locale, possa essere condita dall’aceto o dal miele dei rapporti personali, è principio già codificato dai tempi di Abele e di Caino. Ma nella storia del costume politico ottajanese, come nel vino e nelle castagne del nostro territorio, ci sono alcuni caratteri tipici. Dalla fine della II guerra mondiale fino agli anni ’90 a Ottaviano importanti protagonisti della politica locale furono anche titolari di imprese che davano lavoro, nel complesso, a centinaia di concittadini. La situazione influiva, spesso al di là della volontà dei singoli, sullo sviluppo della dialettica politica, sui modi dell’opinione pubblica, perfino sulle forme delle iniziative del sindacato. L’inclinazione secolare degli Ottajanesi a dissimulare, a fingere di non vedere e di non sentire, soprattutto quando hanno visto e sentito ogni cosa, diventò un’abitudine consapevole, una vera e propria disciplina “morale”.

Per i popoli del Vesuviano interno e del Nolano gli Ottajanesi restarono fino agli anni ’80 ” i figli dei principe”: un epiteto che comprendeva l’intenzione dell’ offesa volgare, dettata dall’invidia, e l’implicito riconoscimento di una tradizione di buon gusto, di raffinatezza, di classe. Talvolta il titolo di “signore” veniva interpretato da qualche “signore” ottajanese – c’erano i ” signori” di giornata e quelli a lunga scadenza – in modo non proprio corretto, ma anche questo contribuiva al colore locale. Quando divenni segretario della D.C., un capo storico della D.C. ottajanese venne rimbrottato da un suo amico: ” Tanto hai fatto, che hai portato a fa’ ‘ o segretario ‘o nepote ‘e nu cucchiere”. Il che dimostrò soprattutto che in certi ambienti non venivano coltivate due sagge pratiche quotidiane: l’uso dello specchio e l’ assunzione di medicine atte a tener fresca la memoria. In questi ambienti mise radici, per poi diffondersi largamente nello spazio ottajanese e nel tempo ottajanese, un altro costume: il sermone dal pulpito, la presunzione di poter giudicare gli avversari non solo sul piano delle capacità amministrative e della saggezza politica, ma anche dal punto di vista morale. E’ una “barbarie” logica che manifesta tutta la sua “fetenzia” nell’arte delle lettere anonime, e la sua forza comica nella figura di certi amministratori pubblici che cantano inni mattutini, meridiani e vespertini alla legalità: è un canto che a Ottajano si canta ininterrottamente dal sec.XVII. Non ce la facciamo più. Cambiate canzone.

Grande parte di questo sistema venne demolito dalle vicende degli anni ’80: Ottaviano capitale della camorra, le crisi dell’economia nazionale, la dissoluzione del sistema produttivo locale. E’ mio fermo convincimento che l’economia ottavianese sia stata devastata anche da problemi specifici, oltre che dagli effetti delle ricorrenti crisi nazionali: Ottaviano avrebbe avuto bisogno di una classe politica capace di studiare seriamente il problema e di proporre una soluzione. Ma non mi risulta che gli amministratori della cosa pubblica e i partiti si siano interessati seriamente di questa crisi devastante e che abbiano incontrato, almeno una volta, i lavoratori delle fabbriche che chiudevano, e delle imprese che si trasferivano. Eppure dal 2000 al 2013 la sinistra dai molti nomi ha avuto un ruolo importante nel governo della città.

All’inizio del secondo millennio l’elezione di Michele Saviano dimostrò che la classe politica “antica” non costituiva più un sistema. In una lettera aperta a lui indirizzata dalle pagine della ” Bardinella” il 28 ottobre 2001 gli scrissi che non era più tempo di mediazioni, che da lui gli Ottavianesi si aspettavano “la lezione del coraggio, perchè sanno che ne hai di coraggio. Ma se tu non lo esercitassi, avremmo il diritto di essere delusi.”. Due anni dopo Michele Saviano fu costretto a dimettersi: fu una vicenda amara. Egli aveva voluto fortemente che il Palazzo Medici diventasse sede dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio: ma non gli fu possibile dimostrare, con i fatti, che aveva ragione lui, quando sosteneva che quella scelta fosse strategica per riportare un po’ di vita nell’ economia della città.

Il dott. Mario Iervolino nel comporre le liste e nel costruire le maggioranze seguì la via della mediazione, dell'”amalgama”: una via tutta democristiana, in una città in cui molti furono democristiani, e quasi tutti quelli che lo furono l’ hanno dimenticato, l’hanno “rimosso”. Soprattutto quelli che non avrebbero dovuto. Se all’interno delle maggioranze del dott. Iervolino non ci fu spazio per il confronto, la colpa va equamente divisa tra il sindaco e chi gli consentì di disinnescare ogni possibilità di dibattito. Ma questo l’abbiamo già scritto. Marco Ugliano fa l’elenco dei “paradossi” di cui fu direttamente o indirettamente responsabile l’ Amministrazione Iervolino: è un elenco di cose amare: nella prosa c’è il segno dell’asprezza. E l’asprezza detta un passaggio che non è compatibile con la consueta eleganza di Marco Ugliano: in ragione dell’età mi permetto di chiedere io scusa, per quel passaggio, al dott. Iervolino.

Se della crisi del sistema Ottaviano siamo tutti, in varia misura, responsabili, il dott. Iervolino sa che, avendo governato il paese ininterrottamente e con una solida maggioranza per nove anni, a lui tocca la fetta maggiore della responsabilità. Gli oppositori di allora dovrebbero sapere – ma credo che non se ne siano accorti – che tocca ad essi una fetta quasi altrettanto grossa. Non si opposero, fatta eccezione di un paio di casi, e non costruirono. Resta incomprensibile, per esempio, il silenzio del prof. Simonetti, che fu oppositore dell’amministrazione Iervolino, sulle vicende degli appalti N.U.. Ma l’ordine del giorno della recente seduta del consiglio comunale, di cui il prof. Simonetti, è presidente, è una lunga sequenza di debiti fuori bilancio, diciamo così, pregressi: sarà interessante vedere come è andata, e verificare se ci sono salti logici.
Degli ultimi quindici anni, come di tutti i periodi della storia, possono parlare concretamente e chiaramente solo coloro che ci sono vissuti dentro: i quali ne parleranno, ovviamente, nel segno delle passioni che vengono dal coinvolgimento. E così deve essere. Chi racconta la storia con il distacco garantito dalla lontananza del tempo e dello spazio descrive vicende di “figure”, e non di donne vere e di uomini veri. Questo vale per la storia “alta” e per quella “bassa”. Non potremo parlare serenamente di questi anni, perchè “sentiamo” di essere testimoni del declino di Ottaviano. E sappiamo che già solo per fermare la discesa serve ben altro che qualche chiacchiera colorata, qualche battuta, e il ripetere ogni cinque parole la parola “aggregazione”. Che è una parola che non sopporto, perchè c’è dentro la parola “gregge”.

LA CITTA’ INVOLONTARIA

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