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Due “foglie frali” ottavianesi, la penna di un disegnatore, la penna di uno scrittore

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Due umili ottavianesi diventano “caratteri” grazie al disegno di Michele Arpaia e al racconto di Francesco D’ Ascoli, in un libro del 1968, che è mirabile saggio di storia e testimonianza di un amore intenso e lucido per la città.’Ngiulillo

” Povera foglia frale… ” scrive Giacomo Leopardi parafrasando l’Arnault. La povera foglia frale, staccata dal ramo, preda del vento che la sballotta nello spazio, è l’uomo. Ma per il Leopardi la vita è nulla. Perciò noi diciamo, più semplicemente, più coerentemente con la religione nostra e dei nostri padri : ” Gli uomini hanno un loro avvenire che va oltre l’umano sapere; ed hanno una loro vita che vivono intensamente, e sanno di vivere “. Ma non sanno di vivere, pur avendo una loro vita, certi poveri esseri ai quali manca il bene della intelligenza e della ragione. Sono queste le foglie frali.
‘Ngiulillo è una vecchia foglia ingiallita dall’autunno: una foglia che il vento porta di qua e di là, che ha una sua vita ma non sa di vivere.

E non sa che cosa sia la vita; non ha problemi di coscienza nè di cultura; non sa che si può pregare, quando il mondo ci minaccia e la paura delle tenebre ci assale. Ha la vista (anche acuta, come mostra il ritratto), l’udito, il tatto e l’olfatto ed il gusto; ma non ha quella scintilla divina che illumina la mente degli altri esseri ragionevoli. ‘Ngiulillo è da decenni il simbolo dell’insensibilità ai problemi di ogni giorno. Le guerre calde, le guerre fredde, le eruzioni vulcaniche e quelle elettorali lo lasciano indifferente. Due vie conosce : quella che porta alla casa del dott. Nunzio Pascale e quella che porta a casa di Ciccio Pascale, che gli furono sempre larghi di aiuti e di assistenza. Non sa altro. Da un po’ di tempo si vede assai raramente. Ha raggiunto la ottantina ed il vecchio bastone non riesce più a reggerlo. Cammina ormai sulla via del tramonto, se così si può dire di un tronco che non conobbe aurora nè meriggio.

Pappatea

Lo chiamano Pappatea : chissà perchè. In Ottaviano il nomignolo è una istituzione. I postini di prima no¬mina, e magari forestieri, non hanno vita facile prima di avere imparato i nomignoli di ciascun cittadino, di ciascuna famiglia, di ciascuno dei vari clans costituenti la popolazione locale. E non c’è individuo, non c’è fami¬glia, non c’è clan che non abbia il suo contranomme. Il Quartino, un barbiere pieno di humour scomparso da pochi anni, il cui nome vero era Giuseppe Cario, faticò degli anni a raccogliere in un foltissimo elenco tutti i nomignoli ottavianesi. Ne venne fuori un’opera che il buon parroco Luigi Saviano ha ingiustamente ignorata nella sua Storia di Ottaviano e che non sarebbe male diffondere in una occasione qualunque. Il Cario divise in cinque gruppi tutto il materiale raccolto : nomignoli generici (alcuni esempi : Pagliuocco, Milocco, ‘o Locco, Cip-Cip, Catore, Cavurro … ), vestiario (Sacco, Saccone, Sacchetiello … ), insalata mista (Scarola, Menesta, Nzala¬tella … ), ordini militari (‘o Generale, ‘o maggiore, ‘o Capu¬ralicchio … ), ordini ecclesiastici (‘o Papa, ‘o Vescovo, ‘o Priore…).

Caso strano: dalla raccolta del Cario manca Pappatea. E Pappatea non sarebbe dovuto sfuggire all’indagine, perchè Pappatea è il lustrascarpe locale; l’ultimo, l’unico, il tenace lustrascarpe ottavianese, che, nonostante tutto, si ostina a lustrare le scarpe ai suoi concittadini : per poche lire; anzi, ad un prezzo che fissano gli stessi clienti volta per volta ed ognuno per proprio conto e secondo le proprie possibilità. Pappatea non fa storie, non guarda nemmeno in faccia ai clienti, nè prima, nè durante, nè dopo l’intervento. I suoi muscoli oculari e le sue vertebre cervicali sono divenute pesantissimi, così pesanti che raramente gli consentono di sollevare il capo.
Arpaia come ha fatto a vedergli la faccia, a contargli una per una le rughe dell’età e delle sofferenze, a cogliere quell’espressione che è un romanzo?
(Dal libro “Ottaviano, angoli e personaggi” di F. D’ Ascoli e M. Arpaia, 1968)
(Fonte foto: Disegni a cura di Michele Arpaia)

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