Tra il fumo delle barricate e le grida della protesta, la scuola può essere l’unico rifugio al collasso sociale.
L’Italia in questi giorni sembra una enorme piazza in fermento. Una piazza chiassosa e ribollente nella quale tutti sembrano intenti a protestare. Movimento dei forconi, sindacati, lavoratori di categoria, centri sociali e finanche, usciti dalle nebbie della storia, neo fascisti che rimettono fuori la testa e sognano una Alba d’orata in salda italica. Una escalation di sbuffi polemici, di denti digrignati e bivacchi a presidio di strade, piazze, autostrade e ferrovie. Una proiezione di un Paese che non va più, che ha perso la bussola del suo incedere chinando la schiena dritta sotto il peso degli scandali della politica.
Tutti a protestare contro tutti. In una Babele di improperi anti-casta tricolore e contro le politiche oppressive di una Europa così lontana geograficamente ma cosi vicine nelle nostre misere e vuote tasche. In questo clima disorientato e nebuloso, c’è chi è sempre pronto a strumentalizzare gli avvenimenti. Succede, quindi, che se un giovane poliziotto si toglie il casco, forse per asciugarsi il sudore o forse solo per vedere meglio ciò che gli sta accadendo intorno, il demiurgo di turno cavalchi l’onda invocando tutte le forze dell’ordine ad una chiama generalizzata contro il sistema oppressore. Il custode che familiarizza con il popolo e decide di essere al suo fianco contro il tiranno. Una situazione che Armodio e Aristogitone avrebbero auspicato durante la festa delle Canefore per avere con sè i tutori dell’ordine mentre provavano a mettere fine alla odiosa tirannia dei Pisistrati. Il giorno dopo ti accorgi che non è cosi, purtroppo o per fortuna. Alla Sapienza la polizia non ha esitato a caricare una pacifica manifestazione di studenti che protestavano contro esponenti del governo accorsi nell’Ateneo capitolino per intrattenersi in un convegno sulla green-economy.
Nessun >celerino ha alzato il casco, nemmeno la visiera per prendere una boccata d’aria. Nessuno ha familiarizzato con la protesta. Ognuno ha svolto il proprio ruolo, studenti da un lato e forze dell’ordine dall’altro. Una tenzone antica e immutata che ha nelle consegne dei ruoli un punto forze di un copione vincente. Il primo marzo del ’68, a Valle Giulia, di fronte alla facoltà di architettura della capitale, polizia e studenti si fronteggiarono in un epico scontro. Una little big horn all’italiana che passò alla storia anche per le parole di Pier Paolo Pasolini. Il grande autore si schierò con le forze dell’ordine: >“io simpatizzavo coi poliziotti! Perchè i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano”. Parole che suscitarono scalpore sia all’interno di quella società esplosiva sia nel vasto e variegato mondo della sinistra comunista di allora. Oggi, forse, nessuno le capirebbe. Oggi siamo abituati agli scandali, alle mazzette, alle Olgettine.
Le tensioni ideologiche stancano, sanno di vecchio, sono cosi maledettamente> vintage che puzzano di muffa. Colpisce, invece, che in questo intricato bailamme di fine anno si carichino gli studenti e si ascoltino quelli di Casa Pound, o, ma qui siamo al sublime, si condanni per molestie sessuali una manifestante no-tav che baciò sul casco un poliziotto.. È una società capovolta che deforma le immagini e rimescola i frames della pellicola che fuoriescono da prismi ottici difettosi. Eppure tutti, a parole, vogliono ripartire dalla scuola e dalla cultura. Lo dice Letta che indica nell’istruzione la via maestra per uscire dalla crisi. Lo ribadisce la Ministra Carrozza, che parla di ultima speranza per la nostra società (dimenticandosi nello stesso tempo di pagare gli stipendi di Dicembre ai docenti precari”).
Lo rilancia con forza il neo segretario del PD, Renzi, che mette nell’agenda di governo la Scuola, l’istruzione e la cultura ai primi posti per un rilancio decisivo e definitivo dell’intero sistema Paese. Forse tutti hanno la coscienza sporca di anni e anni di dimenticanza e abbandono della scuola nel nostro Paese e vogliono rifarsi un verginità toccando un tema che parla alla pancia anzi alla coscienza più profonda degli italiani. La scuola è qui che aspetta. Nel frattempo, noi saremo sempre con chi protesta per un’ora in più di cultura, per un libro in più da leggere, per una scuola pubblica libera e alla portata di tutti, per una Università aperta e non classista, per il lavoro stabile e non precario. E davanti a questa nostra protesta chiediamo che tutti si tolgano il casco. Perchè solo così si potrà vedere il futuro che scorre e il Paese che rinasce.
(>Fonte foto: Rete internet)

