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Alcune riflessioni sugli ormai consueti incendi del Vesuviano, una terra che brucia ma non per sua natura.

A volte le cose passano, gli eventi si susseguono e prontamente questi sono accantonati dalla nostra mente e dalle nostre abitudini in quello sgabuzzino delle cose perse che è la nostra memoria. Ma c’è talvolta qualcosa che resta, quel qualcosa che lascia uno strascico, un pensiero che non ti quadra, al quale non riesci a dare una spiegazione plausibile, si arrotola, s’attorciglia perché ti rode dentro, non ti fa dormire finché non cerchi di fartene una ragione, che non può essere che quella di capire perché certe cose accadono.

Anche quest’estate, come quella scorsa, il Vesuvio è interessato da numerosi incendi che coronano senza soluzione di continuità il periodo funesto della nostra Montagna. Mentre però, a fine agosto, un incendio, nostro malgrado, ci può anche stare, questo non trova plausibile spiegazione tra marzo e aprile, appena sciolta l’abbondante neve di quest’anno.

L’arte di pensare a male è una delle più affinate nel nostro paese, e a dire il vero questa è supportata dalla notevole percentuale di successi, ottenuti nel vedere e scovare il diavolo ovunque lo si cerchi; sta di fatto che non appena s’è parlato di soldi all’ombra del Vesuvio s’è acceso il fuoco, e purtroppo, come possiamo vedere, non solo metaforicamente. I soldi ai quali facciamo riferimento sono quelli dei PIRAP e quelli delle bonifiche delle aree contaminate del vesuviano, milioni di euro destinati, in particolar modo per i PIRAP, alle aree protette campane, che guarda caso, sono state e continuano ad essere, le zone più interessate dagli incendi.

Ma cosa sono questi benedetti PIRAP? L’oscuro acronimo nasconde i Progetti Integrati Rurali per le Aree Protette, che altro non sono, nel caso specifico del Parco Nazionale del Vesuvio, un ammontare di 10.662.000,00 euro dell’Unione Europea, destinati alla riqualificazione “infrastrutturale” dell’area protetta.
Quando arrivano i soldi tutti acuiscono l’ingegno e si scoprono pure ecologisti, come alcuni politici locali, che anticipano le loro campagne elettorali con promesse legate ai soldi di questi ormai famosi PIRAP, promettendo l’impossibile, ovvero di dirottate parte delle somme già stanziate per i singoli progetti, verso altre situazioni non rientranti nella progettazione.

Torniamo però al nostro Vesuvio e il suo disastrato Parco; così come è accaduto lo scorso inverno, anche nel febbraio del 2008, le pendici più umide del Vulcano, nel periodo più freddo dell’anno incominciarono a bruciare. Allora ci fu chi sostenne che il fuoco fu casuale, ma c’era anche chi sosteneva che l’avvento del nuovo presidente avrebbe potuto sbloccare alcune situazioni pendenti in ambito lavorativo. Quale migliore occasione quindi per segnalare, e in maniera eclatante, la problematica?
Oggi invece, corre voce sul web che qualcuno ambisca ai nuovi fondi per rientrare nel calderone e tirare avanti, finché la barca va.
In effetti la rete sentieristica vesuviana avrebbe un gran bisogno di opere di manutenzione ordinaria e straordinaria, non avendo da anni chi se ne occupa, ma di questo passo si rischierà di non avere più nulla da salvaguardare.

In effetti il nostro Parco dà spesso l’idea di essere un qualcosa che esiste solo sulla carta, così come il suo piano antincendio, cumuli di testi in brossura e cd rom, utili solo a impolverarsi negli scaffali del Parco o di qualche addetto ai lavori, perché allo stato attuale non esiste nessuno, neanche un volontario che faccia opera di servizio antincendio, di avvistamento, per non parlare di prevenzione, questa sconosciuta! E dire che ce ne sarebbero tanti disposti a farlo, siamo pur sempre un paese che si regge sulle spalle dei volontari, e allora? Perché non reclutare qualcuno di realmente motivato a farlo? O si sta alzando la posta per ottenere dallo stato qualcosa di più lauto, magari approfittando del vecchio trucco dell’emergenza?

Sugli incendi del Vesuvio dell’inverno passato c’era però chi la pensava diversamente, da come
scriveva il Mattino negli scorsi mesi, ritenendo i roghi frutto dell’azione dolosa della malavita organizzata, per annullare così ogni traccia delle discariche abusive. Ma c’è da dire che a tal riguardo, vista la zona degli incendi, situata in alto e in zone alquanto impervie per scaricarvi grosse quantità di rifiuti, almeno in questo caso, escluderemmo lo smaltimento illegale di questi come causa principale dei roghi vesuviani.

Sui fuochi vesuviani, voci vicine a Legambiente, sostengono che le azioni incendiarie possono avere una duplice (se non coincidente!) matrice, una è quella di chi mal sopporta i vincoli del Parco e per questo cerca di farvi quel che vuole, mal tollerando la presenza delle forze dell’ordine che ne limitano il feudale utilizzo. Questi sono per esempio i motociclisti, che nel versante di Ottaviano abbondano, con le loro moto da cross e le loro moto trial, con le quali addirittura riescono a raggiungere i Cognoli. Ma allo stesso tempo, aggiunge la voce ambientalista, sono imputabili anche i cacciatori che si ostinano a cacciare nell’area protetta, magari pure con la presunzione di proteggere l’ambiente.
Non esclude a priori la possibilità che i lavori di antincendio e di rimboschimento possano allettare quegli stagionali che altrimenti starebbero a casa in caso di assenza di incendi boschivi.

Mentre il Corpo Forestale dello Stato pur ammettendo il dolo di buona parte degli incendi non può darne quasi mai una paternità certa, la nostra è sempre più la terra dei fuochi, quelli che di notte illuminano le nostre campagne e che di giorno ci accolgono non appena la sagoma del Vesuvio si delinea all’orizzonte.