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Acerra, Processo sul disastro ambientale: oggi la requisitoria

Oggi la Dda chiederà la condanna dei fratelli Pellini e dei loro presunti complici.Sono accusati di traffico illecito di rifiuti tossici, disastro ambientale e associazione a delinquere aggravata dalle infiltrazioni della camorra.

E’ ormai alle battute finali il processo su una ramificata organizzazione accusata di aver sversato una valanga di rifiuti tossici nell’agro acerrano. Stamane sarà il pubblico ministero della Dda, Maria Cristina Ribera, a dare il via alla requisitoria finale e a chiedere al tribunale di Napoli la condanna di Giovanni, Salvatore e Cuono Pellini, i tre fratelli acerrani accusati di traffico illecito di rifiuti tossici e di disastro ambientale, con l’aggravante dell’associazione a delinquere insieme a esponenti della criminalità organizzata, personaggi legati a vario titolo, tra gli altri, al clan Belforte di Marcianise.

Sono circa 40 gli imputati al processo scaturito dall’operazione Carosello-Ultimo Atto, il clamoroso blitz dei carabinieri del Noe di Roma e del comando provinciale di Napoli che nel 2006 portò all’arresto dei fratelli Pellini, uno dei quali, Salvatore, all’epoca era un carabiniere in attività col grado di maresciallo. Nel blitz finirono in manette altri due carabinieri, accusati di aver falsificato i verbali d’interrogatorio dei responsabili del gruppo imprenditoriale Pellini, considerato dagli inquirenti un collettore del traffico di rifiuti tossici dal nord Italia, ma anche da industrie del Sud, verso le campagne del Napoletano e, in particolare, di Acerra. Alla sbarra figurano anche pubblici funzionari ed ex responsabili dell’ufficio tecnico di Acerra, che avrebbero favorito i Pellini nell’ambito della concessione di una serie di autorizzazioni.

Sempre secondo quanto emerso dall’operazione dei carabinieri i Pellini avrebbero organizzato il traffico di rifiuti utilizzando come destinazioni finali una discarica ubicata nella campagna di Acerra, al confine con il comune di Maddaloni, e un altro sito dislocato in via Tappia, alle spalle del grande rione Gescal, un rione popolare abitato da migliaia di persone. Nella discarica di Lenza Shiavone, ancora in base all’accusa, il gruppo Pellini trasformava i rifiuti tossici in una sorta di compost, un finto concime poi cosparso sui campi del vasto agro acerrano. Nel sito di via Tappia confluivano invece i rifiuti tossici liquidi, che poi venivano sversati nel vicino canale dei Regi Lagni, l’ex canale pluviale trasformato in una lunghissima fogna a cielo aperto, che sfocia nelle acque del litorale domizio.

Uno degli sversamenti illeciti operati per conto del gruppo Pellini è stato anche ripreso con una telecamera nascosta dal Corpo Forestale dello Stato, il 13 ottobre del 2005. Secondo quanto contestato dalla Dda e dai carabinieri del Noe di Roma e del comando provinciale di Napoli il gruppo Pellini provvedeva a fare da intermediario della raccolta di rifiuti presso la Enichem di Priolo, in provincia di Siracusa, la Decoindustria di Pisa, la Nuova Esa e i Servizi Costieri di porto Marghera, a Venezia. Il Noe ha caratterizzato le immondizie d’ogni sorta rinvenute nella disponibilità del gruppo acerrano: diossine, oli minerali con fase rischio R45 ( possono provocare il cancro ), rifiuti pericolosi costituiti da code di distillazione prodotte dalle società Decoindustria e Nuova Esa, rifiuti pericolosi dello stabilimento Icmi e Nuova Esa, amianto, oli minerali esausti contenenti Pcb ( rifiuti cancerogeni ).

Gli inquirenti sostengono che queste sostanze siano state accumulate e sversate nei terreni o nei lagni provocando un irreparabile danno ambientale. Il meccanismo delle fatture false ( sequestrate ) avrebbe quindi determinato un giro enorme di danaro. A cui, secondo la Guardia di Finanza, sarebbe corrisposto un’altrettanto consistente evasione fiscale. Al processo sono parti civili la Coldiretti, la provincia di Napoli, la Regione Lazio, le associazioni dei consumatori e i pastori Cannavacciuolo di Acerra, le cui greggi sono state sterminate. Gli allevatori sono difesi dall’avvocato Giovanni Bianco.
(Fonte Foto:Rete Interent)

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