Nel giorno dedicato a tutte le forme di disabilità, discutiamo sulla condizione mondiale di chi vive o assiste un handicap. Una personale analisi sull’essere esclusi.
È da poco trascorsa la Giornata mondiale delle persone con disabilità, un’iniziativa istituita anni fa per volere dell’Onu.
In Italia, dalle ultime stime, sono circa 3,2 milioni i cittadini disabili. Tra questi, 1,5 milioni sono affetti da limitazioni di carattere motorio, un altro 1,4 milione ha una cosiddetta riduzione dell’autonomia, mentre altre 900 mila persone vivono con limitazioni della comunicazione. A queste cifre, poi, vanno aggiunti fattori sociali come la mancanza di integrazione, l’assenza di possibilità lavorative o scolastiche. Elementi che, purtroppo, raddoppiano il peso di chi vive un handicap già di per sè simile ad un vero e proprio macigno.Eppure, le richieste dei diversamente abili non sono il frutto di assurde fantasie. I disabili chiedono
diritti, quei fondamentali principi che dovrebbero consentirgli, senza apparire pretestuosi, di potersi giocare le proprie carte.
Avere diritti e pretenderli non vuol dire pietismo o carità. Un disabile vorrebbe soltanto godere delle stesse opportunità di cui usufruisce tutto quel mondo denominato “normale”. Un mondo che esclude i diversi, quelli che fanno fatica a reggere il passo e che vengono etichettati come un peso per la società. Delle voci di bilancio che evidenziano in rosso le casse dello Stato.
Vorremmo poter uscire di casa. Prendere un appuntamento con un amico e non doverci organizzare con un mese di anticipo, perchè non sai quali ostacoli strutturali e umani incontrerai sul tuo percorso. Ci farebbe piacere lavorare. Essere produttivi. Offrire il nostro contributo alla crescita del paese. Dimostrare che anche da noi può arrivare una buona idea.
Impegniamo il nostro tempo affinchè nessuno ci dimentichi. Anche se ogni sforzo è vano. Riflettiamo sui motivi dell’esclusione sociale. E non troviamo risposte. Non ce ne danno. Ci tolgono diritti. Mettono costantemente in discussione il nostro vivere. Le risorse utili alla sopravvivenza. Ci chiudono o sottraggono i pochi spazi di socializzazione dove ci recludono come se fossimo animali in via di estinzione.
Ci piacerebbe amare ed essere amati. Ma per farlo devi uscire. Farti conoscere. Metterti in gioco. E non si può. Non sarebbe male neanche se ogni tanto si facesse l’amore, e non con una >puttana riducendo il sesso a qualcosa di puramente materiale. “Due cani che si annusano il culo” e si accoppiano senza dirsi “ciao, come stai?”. Insomma, un istinto primordiale che se non lo appaghi pigli a mozzichi la gente che ti trovi davanti.
La giornata mondiale per la disabilità dovrebbe servire a ricordare i dimenticati. Un giorno su 360 per dire a tutti “ei, siamo qui”. Magari un giorno ci metteranno pure sul calendario, insieme al
Natale, alla Pasqua, ai Santi del giorno. Qualche Vip si incollerà pure un nastrino colorato sul petto e andrà a commuoversi nei vari talk televisivi.
Il 3 dicembre si celebra il Pride della disabilità. Quel giorno, il terzo di dicembre, tutti sapranno che esisti. Che ci sei. Peccato che poi arriva il 4 dicembre. E poi ci sono gli altri 359 giorni. Auguri.

