I salotti napoletani nell’Ottocento erano i luoghi privilegiati dello scambio e del confronto culturale, luogo della conversazione colta e dell’incontro mondano, divenendo non solo il passaggio obbligatorio e fondamentale nell’itinerario dell’educazione alla socialità degli intellettuali o dei presunti tali, ma assolvendo a tre funzioni principali: informativa, formativa e legittimante.
Si terrà sabato 5 marzo alle ore 18:30, nel teatro Maria Aprea di Volla, la rassegna Gaetano Donizetti e i salotti napoletani dell’Ottocento. Realizzata con il patrocinio morale del Municipio, partecipano: Ciro Palella, direttore della Domus Form Academy; Mario di Sapio, autore del libro dal titolo L’ Affaire Donizetti – intrighi musicali all’ombra del Vesuvio. Interventi musicali e letture a cura della Domus Form Academy. Per gli allestimenti scenografici e gastronomici collaborano: Rinascimento Mobili, Pasticceria Altamura e Caffetteria San Michele.
Mario Di Sapio, per gli amici Mimmo, nasce a Napoli nel 1957, ma vive da sempre a Pollena Trocchia in una casa di fianco al vecchio Cinema Donizetti, a 50 metri da piazza Donizetti e con il Gran Caffè Donizetti, ora diventato Luxury bar, dove si giocava a flipper e si compravano le sigarette sfuse. Famiglia di farmacisti la sua, diventa specialista delle malattie dell’apparato digerente e della nutrizione. Lavora presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli e alla professione medica unisce la sua grande passione per la storia locale, l’arte moderna, nonché per i libri antichi e il teatro, da cui è nata una minuziosa ricerca su Gaetano Donizetti. La vita del maestro, come ben sappiamo, anche se iniziò e finì nella lombarda Bergamo, si svolse in gran parte nelle due grandi capitali dell’epoca: Napoli e Parigi. Nella sua vita, però, trovò posto anche un piccolo borgo vesuviano: Pollena Trocchia.
La storia – attualmente tanto accreditata nella comunità locale – ci narra, ancora oggi, delle famose passeggiate di Gaetano Donizetti nel podere della Vigna; della lapide marmorea; del suo sedersi all’ombra del vecchio ulivo fra cinque rigogliosi cipressi per trarre ispirazione e comporre le sue opere; del suo suonare sull’organo della chiesa della Santissima Annunziata. Ma quanto c’è di vero in questi racconti tramandati dal conte Ambrogino Caracciolo di Torchiarolo (1888 – 1968) nei suoi scritti? Sono fatti attendibili, oppure fantasia campanilistica dello stesso Caracciolo.
L’autore, allora, dopo aver rovistato tra documenti, biografie, lettere e memorie, ci conduce, passo dopo passo, alla verità, confermando che la storia non si fa per sentito dire, ma approfondendo in maniera chiara il complesso dei documenti in possesso. Ecco che viene fuori la vera connessione del musicista bergamasco con Pollena Trocchia e i suoi nobili villeggianti e, soprattutto, i rapporti con il potente ministro borbonico Nicola Santangelo (1754 – 1851), con la censura reale, con il Regio Conservatorio di San Pietro a Majella e con le irrefrenabili gelosie degli ambienti accademici napoletani.
Nella prima metà dell’800, comunque, Napoli viveva di iniziative economiche e di espressioni culturali di elevato livello: la canzone napoletana, l’editoria musicale, il giornalismo letterario e politico, il turismo e l’industria del tempo libero e la raffinatezza gastronomica. Contemporaneamente nei grandi salotti della buona società napoletana, le salonnières ricevevano l’aristocrazia, la burocrazia, i possidenti, i professionisti, gli artisti di grido, e tra feste e ricevimenti si tramavano intrighi ed alleanze politiche, si concludevano affari, si intrecciavano relazioni amorose, si combinavano matrimoni e si creavano e disfacevano patrimoni e posizioni sociali, come spiega il dott. Mario Di Sapio.
Il salotto era, innanzitutto, conversazione, ma poi divenne anche pettegolezzo mondano, letteratura, poesia, discussione scientifica o politica. E poi tanta musica, canto, teatro e lettura ad alta voce. Faceva parte essenziale del gioco il vedere e l’essere visti, il giudicare e l’essere giudicati, il chiacchierare e l’essere chiacchierati.
Il salotto, insomma, nel 1800 era il luogo privilegiato per antonomasia dello scambio e del confronto culturale, luogo della conversazione colta e dell’incontro mondano, divenendo non solo il passaggio obbligatorio e fondamentale nell’itinerario dell’educazione alla socialità degli intellettuali o dei presunti tali, ma assolvendo – continua Di Sapio – a tre funzioni principali: informativa, formativa e legittimante.
Informativa, perché nei salotti vi ci si recava per sapere, per conoscere ciò che accadeva, portando ognuno il proprio contributo di notizie e autonome teorie e spiegazioni e contribuendo singolarmente alla formazione del patrimonio culturale collettivo.
Formativa, in quanto i rituali salottieri erano capaci, all’epoca, di costruire e plasmare la coscienza e il comportamento collettivo. La funzione formativa si manifestava in tutta la sua forza in quella forma altissima del vivere civile che è la capacità di conversare.
Legittimante, infine, perché accedere ai quei salotti era esigenza e ambizione degli intellettuali, poiché entrarvi permetteva di conoscere l’èlite della società.
Il salotto offriva prestigio e rispettabilità, chi vi entrava acquisiva innanzitutto titolo. Una cosa certa è che una volta che il nobile, il politico, l’affarista o l’ intellettuale entrava nel salotto non gli restava altro che utilizzare l’occasione mondana per poter entrare in pianta stabile nel mondo èlitario che contava, e migliorare la propria posizione sociale e anche soprattutto economica. Il salotto rimase, dunque, un luogo dove si costruiva e si diffondeva cultura, dove circolavano informazioni, indiscrezioni e pettegolezzi, dove si generavano amicizie e conflitti, si stringevano accordi e alleanze, si creava un proprio network. Un facebook ottocentesco – conclude il dott. Mario Di Sapio – a numero chiuso dove un commento o un certo tipo di intervento in una discussione aperta potevano aprire numerose prospettive e chiuderne altre.



