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Giornalista pubblicista, blogger, una laurea in Filosofia, politica e comunicazione, autrice di «Microtoponimi a Marigliano».

Trentenne di origini umbre, è nata infatti a Narni, in provincia di Terni, ma vive a Marigliano fin da bambina. Dopo il liceo linguistico, frequentato al «Matilde Serao» di Pomigliano d’Arco, consegue ben due lauree all’Orientale di Napoli: la triennale in Filosofia e Comunicazione, la Magistrale in Filosofia, politica e comunicazione ed è ammessa al dottorato in Teoria delle Lingue e del Linguaggio. Dal 2009 è iscritta all’Albo dei pubblicisti dell’Ordine dei Giornalisti campano ed ha collaborato con varie testate giornalistiche: Metropolis, ilmediano.it, il Mattino oltre che con siti web come CliccaMarigliano ed Extravesuviana. È stata vicepresidente della Consulta delle Associazioni di Marigliano ed ha pubblicato saggi critici e sue poesie. Il suo primo libro, con la prefazione di Antonio Menna (giornalista e scrittore, autore di «Se Steve Jobs fosse nato a Napoli», «Tre terroni a zonzo», «Baciami Molto», «Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai Quartieri Spagnoli»), è «Microtoponimi a Marigliano: luoghi, toponomastica, storia, tradizione», edito da Simple. Mariangela Barretta è anche, da tempo, una blogger con notevolissimi contatti, oggi si possono leggere le sue impressioni e recensioni su leggendotipassa.altervista.org, sito dove raccoglie anche i racconti delle sue «disavventure» telefoniche per le quali ha creato, inoltre, l’hashtag twitter #unaqcmiseppellirà. Già, perché se Mariangela non ha rinunciato alla sua passione, la scrittura, ha preferito però accantonare il giornalismo e dedicarsi al suo lavoro attuale da addetta customer service per una multinazionale di servizi, con il compito di controllare i contratti sottoscritti per conto di un’azienda del mercato libero di luce e gas. E le conversazioni telefoniche tra operatori e clienti, sulle quali esiste una varia letteratura, possono regalare momenti di pura comicità come la nostra scrittrice/cronista/blogger sa molto bene.

Mariangela, ti definisci umbra-napoletana. Ti senti più a casa a Marigliano dove vivi fin da bambina o a Narni, centro geografico d’Italia, dove sei nata?

«Mi sento a casa a Marigliano ma sento davvero le mie radici solo quando torno in Umbria, lo faccio periodicamente, non spesso quanto vorrei».

Ti sei trasferita da bambina in quella che ora è la tua città: com’è andata?

«Sono nata a Narni perché mio padre, Carmine Felice, originario di Saviano, lavorava e aveva preso casa proprio lì. Dopo il matrimonio ci si è trasferita anche mamma, lei si chiama Assunta ma la conoscono tutti come Assia. Spostarsi da Marigliano non le pesò, anzi. Amava ed ama l’Umbria. Nel 1987 papà fu trasferito d’ufficio alla Montefibre di Acerra, dunque tornammo nella città d’origine di mia madre. Oggi papà è in pensione dopo aver subito cassa integrazione, mobilità e tutto l’iter attraversato dai lavoratori della Montefibre. Mamma invece è casalinga ma è stata molto attiva nelle fila dell’associazione CliccaMarigliano».

Hai fratelli, sorelle?

«Un fratello, Felice, che sta per compiere 23 anni. Lavora con me per conto di un colosso dell’energia ma si occupa di un diverso settore, con un ruolo anche più «alto» del mio. Nonostante la differenza d’età siamo molto legati, conosco i suoi amici, lui conosce i miei, e tra lui e mio marito esiste un rapporto forte, fraterno».

Sei sposata da poco tempo, come stai nelle vesti di moglie e «donna di casa»?

«Sì, effettivamente il matrimonio è recente, io e Luigi ci siamo sposati nel 2014 ma ci conosciamo fin dal primo anno di liceo, eravamo in classe insieme. Dunque siamo stati fidanzati nove anni e ci troviamo entrambi molto bene nel ruolo di marito e moglie. Anzi, avremmo voluto sposarci prima ma abbiamo aspettato di avere un minimo di stabilità economica anche se, di questi tempi, è un eufemismo. Monsignor Bonavolontà, che ha celebrato il nostro matrimonio, ci definì nella sua omelia “due persone coraggiose a sposarsi in questo periodo di incertezza estrema”».

Nove anni di fidanzamento sono tanti, vi siete innamorati al primo sguardo?

«Non è andata proprio così. Pur abitando a duecento metri di distanza ci siamo conosciuti solo il primo giorno di scuola, abbiamo frequentato insieme il biennio di liceo linguistico e poi ci siamo divisi gli anni successivi: all’epoca il «Matilde Serao» di Pomigliano prevedeva che le classi fossero smembrate in virtù della terza lingua scelta dagli alunni, ebbene io preferii il tedesco e lui lo spagnolo. Ma abbiamo continuato a frequentarci, eravamo nella stessa comitiva di amici e, con il passare del tempo, siamo diventati inseparabili. Nulla di sensuale, anzi: a chiunque insinuasse l’esistenza tra noi di qualcosa più di un’amicizia, rispondevamo entrambi di non piacerci nemmeno fisicamente…e lo credevamo sul serio. Però nel corso degli anni di Università qualcosa cambiò e fui io a rendermi conto che l’amicizia non mi bastava più. Lo dissi a Luigi, non senza paura della sua reazione. Glielo scrissi, a dire il vero, in un’accorata lettera d’amore quasi fossi ancora una liceale. Una lettera che non sortì effetto, lui non mi vedeva come donna ma come “amico del cuore”. Poi ha ceduto, dopo due anni di seduzione spietata».

Come dire, con la tenacia si ottiene tutto. Ma parliamo dei tuoi studi. Perché il linguistico?

«Perché amo le lingue straniere e ancora oggi mi rammarico di non parlare lo spagnolo. Il percorso che mi ha portato a scegliere questi studi superiori è stato tortuoso. Papà voleva costringermi, nonostante la fiera opposizione di mia madre, a studiare matematica, materia che io detesto con tutto il cuore, anzi direi che odio visceralmente. Però riuscì a convincermi, decisi di dargliela vinta al liceo con l’intento di smarcarmi poi all’Università una volta maggiorenne. Così compilai i moduli per la preiscrizione al liceo scientifico Colombo di Marigliano. Accadde però che l’allora dirigente del Serao di Pomigliano decise di inviare ai presidi delle scuole medie in zona una lettera, invitando a segnalare allievi per un progetto di Liceo Linguistico Internazionale. Il mio preside convocò due sole allieve, una ero io. Puntando sull’orgoglio, e con l’aiuto di mamma, riuscii a convincere mio padre e a spuntarla. Il progetto non si fece più, ma ormai avevo vinto, ero iscritta. Oggi parlo tre lingue straniere: inglese, francese e tedesco. Al terzo anno scelsi quest’ultima per il più banale dei motivi: all’epoca seguivo Michael Schumacher e avrei voluto diventare come Ettore Giovannelli. Cioè una giornalista sportiva, mi sarebbe piaciuto far la cronaca in diretta del Gran Premio».

Però in seguito hai proseguito gli studi scegliendo Filosofia…

«Il fatto è che ho sempre seguito l’istinto per scegliere le strade da seguire, nello studio e nel lavoro. Alla filosofia mi appassionai dalla primissima lezione al terzo anno di liceo. In quel periodo nacque anche il mio desiderio di guadagnarmi da vivere studiando e scrivendo. A Filosofia e Comunicazione approdai perché non volevo studiare Storia, materia che mi piace ma che sottende la conoscenza anche di date…ed io ho una repulsione profonda per i numeri. All’Università mi appassionai in particolare alla Filosofia del Linguaggio e a tutti gli studi collegati, Logica compresa. In particolare ho approfondito, grazie anche ad una felice intuizione del professor Arturo Martone, le teorie sulla nominazione. La mia tesi di laurea triennale si chiama «Le meditazioni del balcone», analizzavo le teorie sul nome proprio partendo dalla famosa frase di Shakespeare «una rosa pur con un altro nome serberebbe lo stesso dolce profumo». Dopo ho continuato approfondendo Wittgenstein in particolare. Proprio su Wittgenstein verteva anche il mio progetto di dottorato, sempre all’Orientale. Poi, però, la presidente Cristina Vallini e il mio tutor, Alberto Manco, decisero di coniugare il mio interesse per la nominazione con alcune questioni aperte in linguistica e quindi mi avviarono a studi toponomastici. Il periodo del dottorato è stato meraviglioso. Stressante, faticoso fisicamente e psicologicamente, ma quando mi sedevo “dall’altro lato della cattedra” provavo una gioia purissima. Ho interrotto dopo l’ammissione al secondo anno perché non riuscivo più a conciliare i ritmi dell’università e quelli del lavoro. Inoltre, l’iter post dottorato mi gettava nel panico: temevo di essere precaria a vita. Ho fatto una scelta. Sofferta, dolorosa. Non ho rimpianti però».

Negli anni hai iniziato a collaborare con alcune testate giornalistiche, hai accumulato l’esperienza per l’iscrizione all’Albo dei pubblicisti. Un percorso che segna anche chi decide di non perseguirlo fino in fondo, no?

«Il giornalismo è stato ed è ancora una pagina molto importante della mia vita. Sarebbe stato uno degli strumenti che mi avrebbe permesso di mettere a frutto la mia passione per la scrittura. Ho scritto il primo articolo a 18 anni, per il sito di informazione CliccaMarigliano. Si chiamava “I giovani e le vasche del Corso”, descrivevo in maniera ironica la movida mariglianese. Ho cominciato quasi per scherzo, incoraggiata da mamma e da Antonio Ferullo, il responsabile di CliccaMarigliano, a dare una mano al progetto. Proprio come sito abbiamo collaborato col periodico free press “La voce del Vesuvio”, per il quale ho cominciato anche a tenere una rubrica di attualità. Da lì poi sono passata al mediano.it ed ho imparato moltissimo da Luigi Pone e dai redattori che c’erano allora. Nessuno mi ha mai insegnato come si scrivesse un articolo, l’ho imparato scrivendo sul Mediano: rileggevo i pezzi una volta pubblicati, tenevo a mente le correzioni. Una volta un collega, ma non dirò mai di chi si tratta dunque non chiedermelo, disse di me: “Non è una gran penna, ma la notizia la porta”.  In seguito lo stile si è affinato.  Sono approdata a Metropolis quando già era divenuto, da settimanale come era in origine, quotidiano: anche quella è stata una palestra fondamentale. L’ultima testata per la quale ho collaborato è stata Il Mattino: il primo articolo è stato pubblicato il giorno del mio venticinquesimo compleanno. La cosa che mi resta della mia parentesi giornalistica sono soprattutto le amicizie, alcune più profonde di altre ma tutte importanti. Ovviamente alcune le ho perse ma, in numero e in valore, sono molte di più quelle che ho ancora oggi».

Intanto facevi esperienza anche in radio…

«Con Radio Entropia, webradio per la precisione, creata da Ettore Vivo. Avevo due programmi: “Booklet” dove parlavo di libri (insieme al mio attuale marito Luigi, che curava la parte musicale) e “Summertime” che curavo da sola e prendeva in giro tutti i luoghi comuni sull’estate, usandoli come pretesto per approfondimenti di attualità. Il gruppo è ancora molto coeso, anche se purtroppo Radio Entropia oggi è ferma. Spero che Ettore la riprenda prima o poi. E poi curavo il mio blog, “Il Mondo alla Rovescia”. Funzionava in questo modo: se c’era qualche argomento di attualità che non capivo, lo approfondivo e scrivevo il risultato delle mie ricerche sul blog, in chiave ironica. Con qualche lettore sono in contatto ancora oggi. Il blog è sparito con la piattaforma splinder, prima che riuscissi a farne un backup o meglio, prima che riuscissi a capire come si fa un backup».

Sei al tuo primo libro, ma prima hai pubblicato saggi critici e poesie, me ne parli?

«Rav in Progress e LER, in collaborazione con l’Accademia Vesuviana, hanno pubblicato antologie e racconti di autori emergenti. Il presidente dell’Accademia, Gianni Ianuale, mi chiese di scrivere dei saggi critici su questi autori. Inizialmente avevo timore di accettare, non mi sentivo all’altezza. Poi ci ho provato, lui è stato soddisfatto, gli editori pure. Ho scritto diversi saggi nell’ambito di questo progetto che trovo nobile. Poi Ianuale ha pubblicato anche qualche poesia mia, ritenendola – bontà sua – interessante.  Ho scritto la prima all’età di otto anni: un sonetto, in verità, tutto in rima baciata. Ricordo che da piccola passavo ore a cercare le rime giuste. Ho sempre scritto per esigenza. Con la penna, non al pc. Semplicemente. Quasi non mi rendo conto di quello che scrivo e quando lo rileggo spesso non sembra l’abbia fatto io. Anche con i racconti è così. Purtroppo sono tutte poesie un po’ cupe. Quando sono allegra non mi viene da scrivere, proprio no».

La tua passione per tutto ciò che è scrittura è evidente. Perché hai rinunciato al giornalismo?

«Per due motivi, in primis quello economico.  La stabilità è da sempre un mio pallino. I miei genitori hanno attraversato periodi non lieti da questo punto di vista e mi sono ripromessa di fare di tutto per migliorare la situazione. Quindi, quando mi sono resa conto di spendere tutto quel che guadagnavo in tasse e commercialista, ho lasciato. Spesso sono stata tacciata di venalità per questo. Secondo me non è vero. Ti spiego: il giornalismo è una passione, una vocazione. Lo so e sono d’accordo. Tuttavia è anche un lavoro; richiede professionalità, competenze che devono essere retribuite. Per negligenza mia sicuramente non riuscivo ad avere una retribuzione che mi rendesse indipendente dai miei genitori. Quindi ho cominciato a cercare un lavoro da affiancare al giornalismo, ma stavo impazzendo. Poi ho deciso di lasciare. E qui veniamo al secondo punto. Per fare cronaca dall’area nolano-vesuviana ci vuole una scorza dura, durissima. Una scorza che io non ho. La consapevolezza di questo mi ha dato la spinta finale. Ora lavoro in una multinazionale di servizi per conto di un colosso dell’energia. Mi occupo della fase di acquisizione dei clienti: dopo la stipula del contratto, occorre una verifica telefonica della volontà del cliente. Oltre al lavoro in outbound c’è molto lavoro in back-office e spesso mi occupo di dare supporto operativo ai colleghi, mi è capitato anche di coadiuvare i responsabili nella formazione di nuove risorse. É un lavoro che in definitiva mi piace, non c’entra con i miei studi ma mi dà sicurezza».

E hai trovato il modo, con il tuo attuale blog, di scriverne con ironia…

«Verissimo, ora sul mio blog – leggendotipassa.altervista.org – parlo di libri ma ho anche una categoria che si chiama “Una qc mi seppellirà”, dove raccolgo le conversazioni telefoniche più assurde che i miei colleghi ed io abbiamo con i clienti. Ormai tutti si segnano le cose per dirmele, anche se magari non essendo nello stesso turno ci vediamo dopo giorni. Pure mio fratello ha collaborato: gli capita talvolta di dover contattare qualche cliente e quando si presenta dicendo “Buongiorno, sono Felice”, gliene dicono di belle: dal classico “beato lei” al “ah si? Sei Felice? E sillo!” (proprio così, “sillo”). La cosa più divertente in assoluto è stata la risposta data ad una mia collega, la quale chiedeva se la richiesta di annullamento del contratto fosse dovuta ad un problema avuto al momento della stipula con l’agente: “Signorina, tutta la gente del palazzo mi ha detto che avevo sbagliato”. Ci sono anche parentesi serie: le invettive contro quello che definiamo “il cliente leghista” ossia colui il quale riaggancia non appena riconosce l’accento, oppure delle istruzioni per proteggere gli anziani dalle truffe. La parte più importante del blog, però, è quella sui libri: io adoro leggere. Amo molto Andrea Camilleri, Oriana Fallaci, Giovannino Guareschi, Kuki Gallmann, Giovanni Verga. Mi piacciono anche letture più leggere, come Sophie Kinsella, ad esempio. Mi sono ripromessa poi di colmare le mie lacune sui classici e piano piano ci sto riuscendo. Inoltre ho la fortuna di avere diversi amici scrittori, quindi mi piace molto leggere quello che scrivono loro: Andrea Corona, Antonio Menna, Tonino Scala, Serena Santorelli e molti atri. Ho uno scaffale dedicato proprio agli scrittori che conosco di persona».

IMG_0354Un libro lo hai scritto anche tu, appena uscito e fresco di stampa. Come nasce «Microtoponimi a Marigliano» che ha appunto la prefazione del collega Antonio Menna?

«Il libro è nato durante il dottorato, avrebbe dovuto essere un capitolo della mia tesi. Avevo iniziato a fare ricerche sulla differenza tra spazio e luogo: in estrema sintesi, il luogo è quello spazio al quale la comunità che lo abita ha dato un nome. Nell’ambito di questa ricerca mi sono imbattuta nei microtoponimi: vale a dire i luoghi della tradizione popolare che non hanno riscontro nella toponomastica ufficiale; la ricerca sui microtoponimi è molto diffusa nelle aree rurali ma mi sono accorta con grande stupore che Marigliano ne è piena. Quindi, con l’avallo del mio tutor Alberto Manco, cominciai ad elaborare un poster per un convegno di toponomastica organizzato dall’Orientale, con l’intento poi di inserirlo nella tesi. Dopo aver lasciato l’università ho distrutto tutti gli appunti, salvo proprio la parte che riguardava la raccolta dei toponimi. Pian piano l’ho portata avanti dando forma organica a tutta la ricerca. Devo ringraziare soprattutto Andrea Corona, mio caro amico scrittore, che mi ha sempre incoraggiata a non escludere del tutto la filosofia dalla mia vita e mi ha dato una mano concreta nella realizzazione del mio progetto.  A propormi di chiedere ad Antonio Menna se fosse disponibile per scrivere una prefazione è stato mio marito. Riteneva, giustamente, che una prefazione non tecnica avrebbe subito fatto capire al lettore che l’intento del libro è prevalentemente divulgativo».

Antonio ha accettato subito?

«Ho esitato parecchio prima di chiederglielo, avevo timore che rifiutasse, che non ritenesse il mio studio all’altezza. Invece, con mia somma gioia, ha accettato. Ha raccontato della sua esperienza diretta con i microtoponimi: quando è tornato nella sua città natale, Potenza, ha ritrovato i luoghi della sua infanzia non grazie allo stradario ma grazie ai nomi dei luoghi così come i genitori e gli abitanti del quartiere li ricordavano. Ha scritto anche parole molto lusinghiere sull’importanza della ricerca sui microtoponimi, gliene sono grata».

Perciò, a giochi fatti, siamo quasi alla prima presentazione.

«A Marigliano, in aula consiliare, il 5 marzo alle 17.30. Ci saranno il sindaco Antonio Carpino, Angelo Di Mauro e Antonio Esposito. Al sindaco consegnerò la copia che intendo donare alla biblioteca comunale di Marigliano. Ho scelto Angelo Di Mauro perché ho letto il suo “A terra e zi Fattèlla” durante il dottorato e credo che nessuno più di lui possa spiegare l’importanza della toponomastica nella storia locale. Antonio Esposito, invece, è uno studioso della storia di Marigliano, ha scritto cose molto pregevoli e per me è un piacere che abbia accettato di condividere qualche sua ricerca con chi ci sarà».

A proposito di toponimi, se la scelta toccasse a te, quale strada o quale edificio di Marigliano intitoleresti a chi e perché?

«Se avessi potere di intitolare qualcosa a qualcuno, innanzitutto darei un nome alla biblioteca cittadina: dedicarla a Francesco Aliperti mi sembrerebbe giusto. Il professor Aliperti è stato uno studioso ineguagliabile per i mariglianesi e le sue opere sono imprescindibili per chiunque voglia fare una ricerca di qualsiasi tipo sulla città di Marigliano. Inoltre, darei un nome alle strade che attualmente non ne hanno, come alcune del rione 219, oppure quelle che si diramano da via Isonzo, o quelle che sono dei ‘doppi’: via Giannone 2, via Masseria Iossa II. A Marigliano non esiste una via Frank Serpico, ad esempio. Oppure una via Domenico ed Elia Di Pinto. Infine, una via Viola Esposito, la compianta fondatrice dell’associazione e della Biblioteca “Salvatore Quasimodo”».

Mi racconti un po’ di Mariangela? Hobby, passioni, film, amori… 

«Delle letture ti ho detto…un altro hobby è cantare.  Fino a pochi anni fa ero drogata di karaoke…e pare sia in grado di produrmi in una imitazione di Shakira niente male. Mi piacciono anche le serie tv, passione che condivido con mio marito, in particolare Grey’s Anatomy. Colleziono calamite raffiguranti luoghi e, sempre insieme a Luigi, cd e vinili. Ho una smodata passione per Londra, infatti in ogni stanza ho qualcosa che richiami quella capitale o almeno la Union Jack. Mi piace molto viaggiare, anche per un week end, cerco sempre di vedere più cose possibili. Seguo lo sport: calcio: tifo per il Milan ma giocoforza seguo e so parecchie cose del Napoli, la Formula 1 e di recente l’NBA. La musica, poi, ha un ruolo fondamentale nella mia vita, ho gusti abbastanza variegati: adoro Elisa e ho imparato a cantare in falsetto ascoltandola, i Red Hot Chili Peppers, i Metallica, i Queen, il brit-pop – dai Beatles, agli Oasis agli ultimi Coldplay – ma anche Raf e la musica dance dagli anni ’70 ai ’90. Infine non disdegno la musica finto-demenziale, come gli Squallor o Tony Tammaro. Così come per la lettura, lavorare in radio mi ha consentito di conoscere molti artisti e con alcuni sono rimasta in contatto: con The Niro, ad esempio, ma soprattutto con “I Ministri”: quando sono stati a Napoli ci hanno accolti come fossimo vecchi amici, sono davvero fantastici».

Segui le vicende politiche della tua città?

«Sì, ho cominciato a farlo da quando collaboravo con CliccaMarigliano, cioè dall’insediamento della giunta Corcione. Con mia madre facemmo allora un giro di interviste tra assessori e consiglieri, avevo una mia idea politica, ovviamente, ma quella full immersion mi diede modo di capire molte cose, anche tecniche. Essendo presente alla Consulta delle Associazioni mi sono poi resa conto delle tante realtà che esistono a Marigliano e delle loro difficoltà. Con CliccaMarigliano, oltre al sito, abbiamo organizzato per due anni il premio “Isabella Mastrilli” rivolto alle scuole primarie e secondarie di primo grado di Marigliano, che ci ha consentito di approfondire alcuni aspetti della storia cittadina legati alla famiglia Mastrilli e di conoscerne gli ultimi eredi, persone squisite. Con MarCuS (Marigliano Cultura e Spettacolo) abbiamo organizzato concerti di beneficenza. Il problema principale della politica mariglianese è l’equilibrio. Le giunte non arrivano quasi mai a fine mandato e si resta impantanati in anni di commissariamenti. Marigliano è la città della gestione ordinaria. I progetti, gli investimenti, vanno seguiti, altrimenti si perdono. Per questo quando ho visto le alleanze strette da Carpino ho avuto un po’ paura».

Ne hai ancora?

«Meno perché Antonio Carpino si sta dimostrando un sindaco di polso e fattivo, la composizione della giunta ne è una dimostrazione: niente assessorati per accontentare gli alleati, persone competenti e basta, anche senza background politico. Sembra elementare ma a Marigliano non è scontato. Certo che da fare c’è tanto, soprattutto dal punto di vista urbanistico. Io ho la fortuna di abitare accanto ad un architetto, Nino Serpico, il quale mi ha spiegato diverse cose, qualche rudimento. In alta teoria, la città dovrebbe essere organizzata in modo che ogni frazione abbia diverse infrastrutture, invece a Marigliano si costruiscono solo case. La città si è gradualmente trasformata in un dormitorio ma con l’assessore Sodano si sta cercando di lavorare ad una rinascita culturale, basata sul lavoro delle associazioni presenti».

Hai definito carpino un sindaco fattivo, cosa dovrebbe fare secondo te in cinque anni, quali priorità ha Marigliano?

«Marigliano ha fame di spazi o, meglio, di luoghi. Spero che Carpino cominci da lì. Luoghi di aggregazione, luoghi di cultura. Bisognerebbe riappropriarsi della città, tenere un po’ a bada le costruzioni di sole case. In cinque anni Carpino dovrebbe far tornare Marigliano città e scuoterla dal torpore della città-dormitorio. Si è attorniato di assessori competenti, penso soprattutto a Maria Luisa Sodano e Rosa Nappi, quindi almeno gettare le basi si può. Di certo non è facile opporsi alle colate di cemento, ma con una volontà forte è possibile».

Cosa manca alla città e quali consideri invece eccellenze?

«Marigliano difetta di parecchie cose e i mariglianesi pure. Mancano strade degne di questo nome: i cartelli “strada dissestata” in pieno centro mi fanno tristemente sorridere, mancano infrastrutture, manca un polmone verde. Ai mariglianesi difetta il senso civico, quell’amore per la propria città che spesso può fare la differenza. Per paradosso, anche se non è facile portare avanti progetti di natura culturale, ci sono scrittori, musicisti, artisti, studiosi. Questa è la più grande ricchezza».

Quanto alla politica nazionale? C’è un leader, o un partito se vuoi, in cui ti riconosci?

«Sulla politica nazionale ho serie difficoltà. Io sono di sinistra, posso dirlo apertamente ora che non scrivo più di cronaca. La sinistra in Italia è allo sbando… e ti prego, non mi dire che Renzi è di sinistra. Non riesco a trovare un soggetto politico di riferimento. Seguo con speranza il lavoro di Tonino Scala ma a volte ho l’impressione che, in nome dell’ossessione per la sinistra pura, si distrugga la sinistra tout court. In generale, non mi piace il modello politico nato col berlusconismo, soprattutto dal punto di vista della comunicazione. Ho nostalgia delle personalità politiche di un tempo, del loro spessore, della loro cultura, a prescindere dagli schieramenti: Almirante, De Gasperi, Nenni, Togliatti. In Italia ci vuole non un politico ma “IL politico”. Per me ci vorrebbe un Pertini. Ma mi accontenterei di un De Gasperi».

Mi definisci in poche parole i tuoi concetti di “amicizia”, “amore” e “fede”?

«Ho tanti conoscenti, pochi amici, pochissimi cari amici. Ma la ‘quasi sorella’, la migliore amica, proprio no. Non l’ho forse mai avuta. Però credo che l’amicizia sia importante, forse anche più dell’amore. Sapere di poter contare su persone che non ti giudichino è fondamentale come essere pronta ad accogliere. Anche sull’amore sono anomala… tranne una breve parentesi adolescenziale, non ho mai rincorso l’amore struggente, quello che ti fa soffrire. Amare mio marito mi dà gioia, mi dà serenità, rende ogni giorno un’avventura e, soprattutto, nei momenti di difficoltà mi dà la consapevolezza che qualunque cosa accada, ci sarà un minuto, almeno uno, nel quale saremo abbracciati, da soli, col mondo chiuso fuori dalla porta. La fede: sono cattolica. Quando ragiono a mente fredda mi rendo conto che spesso veramente utilizzo la mia fede come “oppio”, per dirla col materialismo, ma risponde alla mia esigenza di avere una certezza incrollabile. Non sono d’accordo con molti risvolti sociali del cattolicesimo ma avere una linea guida è importante. E questa è quella che fa per me».

Un obiettivo che vorrai assolutamente raggiungere nella vita?

«Ho il sogno di guadagnarmi da vivere studiando. Per il resto, volevo assolutamente scrivere un libro e l’ho fatto. Ho un altro paio di studi in mente, sempre afferenti alla linguistica, ma non so se avrò la tenacia necessaria per portarli a termine».

Se non vivessi a Marigliano, dove ti piacerebbe vivere e perché?

«A Terni, perché è casa mia. Mi sono sempre sentita e mi sento ternana, anche se non ho motivi razionali per farlo. Terni è una città industriale che però non lo sembra. É molto bella e a misura d’uomo, con le comodità di una città. Puoi raggiungere a piedi qualunque cosa ti serva, dal minimarket al tribunale. Il paradiso».

Hai viaggiato molto?

«Ho viaggiato, sì, ma vorrei viaggiare molto di più. Sono una turista instancabile. Mi piace camminare, vedere e sapere la storia di ogni singolo monumento. A Firenze ho costretto mio marito ad una fila di cinque ore per entrare negli Uffizi e poi, di sera, all’Hard Rock Café. In luna di miele ci siamo sfiancati. Abbiamo viaggiato e visitato la costa est degli Stati Uniti. Lo rifarei milioni di volte».

 In quale luogo sei stata meglio e dove ti piacerebbe invece andare?

«Mi piacerebbe tornare a Orlando, perché per un malore non ho visitato Disneyworld. Ma vorrei anche andare in Scandinavia e a Berlino. Sono stata benissimo sui laghi di Monticchio, a Rionero in Vulture in provincia di Potenza. Il nulla eterno…solo natura, buon cibo e passeggiate infinite. L’ideale per staccare la spina».

Quale opera d’arte ami di più e quale dipinto porteresti a casa se ti fosse concesso sceglierne uno, famosissimo o meno, per guardarlo e goderne tutti i giorni e perché?

«Ci sono diverse opere d’arte che mi piacciono, sculture soprattutto. L’idea che da un blocco di marmo possano nascere forme armoniose mi ha sempre affascinata. Sono stata inebetita davanti ai Prigioni per ore intere a spiegare tutta la tecnica michelangiolesca a mio marito, che però ha apprezzato. Il quadro che porterei a casa è “Il Bacio” di Hayez. Il colore del vestito della donna è fantastico. Non capisco come abbia fatto a creare quella sfumatura così realistica».

 Scegli un numero, un proverbio, un colore e dimmi perché.

«Il numero è il 18, il giorno del mio compleanno a giugno, come ben sai perché anche il tuo. Il colore è il glicine, il mio preferito. Il proverbio è semplice: «Ruoccolo è figlio a foglie, spiga e fa ‘a semmenta», il primo in assoluto che io abbia imparato. In sintesi vuol dire che i broccoli nascono dalle foglie, maturano e gettano i semi. Potremmo semplificare dicendo: tale padre, tale figlio».

Credi nell’astrologia? Nell’occulto? E negli Ufo che di tanto in tanto si dice sorvolino i cieli del nolano?

«Comincio dagli Ufo chiarendo una cosa: a Marigliano c’è un club di Modellistica, il Model Club Airone, che ha dei droni giganteschi. Ogni volta che li fanno volare in notturna si sveglia un ufologo. L’astrologia e l’occulto mi affascinano. Leggo l’oroscopo de “L’Internazionale” e a volte mi stupisce la sua precisione nelle descrizioni “psicologiche” e ritengo scienza esatta alcuni riti tradizionali come “l’uocchie” o “la paura”. Tutto ciò cozzerebbe con la mia religione ma l’occulto fa parte del Dna di ogni napoletano…è vero che sono ternana, ma in trent’anni qualcosa ho assorbito».

 Il tuo rapporto con il denaro?

«Lo ritengo un mezzo. Non mi piace il denaro in sé, accumularne. Mi interessa non dovermi privare di nulla per via del denaro. Lo dilapido in libri e regali, soprattutto».

Che regali? Il più bello che hai fatto e quello ricevuto?

«Il regalo più bello che ho fatto credo sia il lettore dvd per Luigi, ho risparmiato mesi per poterlo comprare. Tra quelli più belli che ho ricevuto, forse il dondolo dopo l’esame di primina. Lo ricordo ancora».

C’è una caratteristica particolare che ti affascina nelle persone e qualcosa che invece proprio non sopporti?

«Mi affascina forse la vivacità intellettuale, non tollero invece banalità e stupidità».

Se fosse in tuo potere cambiare una legge italiana oggi in vigore?

«Abbatterei l’età di obbligo scolastico, riportandola alla terza media, come una volta».

Perché?

«Perché l’innalzamento dell’obbligo scolastico porta allo svilimento dei titoli di studi universitari, chiunque dopo le superiori è portato a pensare “quei tre anni me li faccio”, ciò finisce per svilire il valore della laurea sul mercato. Invece abbassandolo a 14 anni si darebbe, secondo me, più credibilità e valore sia agli indirizzi professionali che a quelli propedeutici, siano essi scientifici o umanistici, all’università».

Quali sono i valori che ti hanno trasmesso i tuoi genitori?

«Un forte senso della dignità, prima di tutto. L’amore per la conoscenza, per la lettura, per la storia locale, tutte passioni che conducono ad un vigoroso senso civico».

A proposito di senso civico, torniamo un attimo alla politica locale per un «gioco»? Sceglieresti un aggettivo per qualcuno degli ultimi sindaci di Marigliano?

«Nessun problema».

Vado in ordine sparso, Rocco Roberto Caccavale?

«Onesto».

Michele Nappi?

«Forzista».

Felice Esposito Corcione?

«Intellettuale».

Antonio Sodano?

«Simpatico».

Sebastiano Sorrentino?

«Democristiano».

Antonio Carpino?

«Volitivo». Ovviamente ho scelto aggettivi per le persone, anche se in buona parte li applicherei anche all’operato di ciascuno di loro.

Se invece dovessi, per finire, descrivere te in poche parole?

«Prenderei in prestito una battuta di Luciana Littizzetto: “Sono un cubo di Rubik con le tette”. Ecco direi che come descrizione mi calza a pennello».

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