Cartoline da Napoli “fascista”: la Piedigrottissima del 1929

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I complicati rapporti del regime con i napoletani, “un popolo di Elleni pervaso di sogno orientale”. Il dilemma: difendere questa specificità, di cui la Piedigrotta era un simbolo perfetto? O usare ogni mezzo per fare di Napoli una città moderna?

E’ l’effetto delle ricorrenze: per qualche settimana ancora le vicende napoletane del 1943 troveranno spazio nei convegni e sui giornali, e i libri sul tema occuperanno, nelle librerie, gli scaffali di prima linea.

Questo ci consentirà di notare, ancora una volta, che Napoli è forse la città italiana più “raccontata“, illustrata e descritta, e che in questa bibliografia sterminata c’è un vuoto, tuttavia: Napoli fascista. Un vuoto non da poco. Napoli fascista è, nella memoria storica, una città evanescente: tanto che non riesce a suggerire nessuna significativa immagine di sé nemmeno a Maurizio De Giovanni, che ha ambientato le gesta del suo commissario nei primi anni ’30. Su Napoli fascista i “Maestri di pensiero“ napoletani hanno scritto poco, e questo poco non sembra degno d’essere tramandato su lastre di bronzo. Forse c’è, alla base del vuoto, il disagio prodotto da qualche senso di colpa: ed è un peccato, perché perfino dai giornali dell’epoca, tutti ovviamente “ligi“ al fascismo, si ricava la chiara impressione che tra l’ “altra Napoli“ e il regime, al di là dei salamelecchi, non ci fu attrazione: non ci fu simpatia.

E dunque è utile, di tanto in tanto, andare a leggere le cronache di quegli anni, per capire cosa succedeva. Si parte con un album sulla Piedigrottissima del 1929, organizzata dal Comune di Napoli e dal “Mattino“, “possente suscitatore e propagatore di energie.”. I gerarchi napoletani sostengono l’iniziativa, per dimostrare che la famosa festa non è in crisi, che “la fine di Piedigrotta“ è una leggenda inventata da certi intellettuali napoletani che vorrebbero fare di Napoli una città “americanizzata.”. E invece, garantisce Ernesto Serao, lo spirito di Piedigrotta vivrà fino a quando dureranno le “costumanze, le tradizioni, gli istintivi entusiasmi di un popolo di Elleni pervaso di sogno orientale“: che, al di là delle trombe suonate da Serao – forse in omaggio a Piedigrotta – è una interessante definizione dei Napoletani.

Gli autori dell’album intonano inni in onore delle Protettrici e dei Patroni: Elena d’ Aosta, “ la Dama Augusta e Pia, assertrice convinta della Rivoluzione delle Camicie Nere “; Donna Assunta Girardi “Sposa, sorella, mamma“ e poi vedova di Salvatore Girardi, il deputato di Montecalvario; la contessa Urania Sdriny Zavizianos, poetessa, tragediografa, che fu anche concertista “ in pro dei danneggiati dall’eruzione del 1906 “ e, infine, la Contessa di Licosa, moglie di “quel formidabile titano“ del mondo commerciale che è il Conte Giuseppe Matarazzo, membro della famiglia che aveva contribuito e contribuiva potentemente allo sviluppo economico del Brasile.

Del dott. Urbano Matteo gli autori scrivono che “è uno dei pochi odontoiatri sul serio“. Non dimenticano l’on. Alessandro Elefante, l’avv. Luigi Petagna, il cav. Francesco Luise, il colonnello Salvatore Improta, che ha lasciato la caserma per “ rappresentare mondiali case del pellame.”. Di qualcuno si scrive che “è ligio alle direttive del regime“: e si riconosce che la “ferma fede fascista“ ha fatto dell’on.barone Roberto Ricciardi “uno degli araldi della rivoluzione.”.

Le canzoni nulla aggiungono alla storia della canzone napoletana. I versi e la musica di “Ll’ onne ‘e Marechiare“ sono di E.A.Mario: sua è la musica di “Tarantella cu ‘a nostalgia“: i versi Beniamino Rossi li dedica a una certa Assunta che porta i riccioli “a bigliuné“, cioè con la riga in mezzo. R. Bellobuono scrive versi e musica di “Canzone antiche“, e solo i versi di “Te parla Napule“, musicati da “Seliman”, che è il nome d’arte di G. Frustaci. Il quale mette in musica una “cineseria“ in lingua italiana, “Cian –Ciun”, dei cui versi non è citato l’autore: giustamente: perché merita di essere dimenticato per sempre uno che scrive: “triste per lo smacco il mandarin/nel veder soffrire la sposin/…il codin sacrificò a Visnù.“.

Frustaci e Lombardo cercano di comporre qualcosa di memorabile su “ ‘E male lengue“, ma non ci riescono, mentre “’O rialo moderno“ (versi di B.U.Canetti, musica di G.Cioffi) e “ ‘A China- China Pisanti“ (versi di R.Lo Martire, musica di R. Prisco) cantano l’impareggiabile china, che fino a qualche anno fa veniva ancora prodotta a Ottaviano, e che il cartiglio pubblicitario, collocato sotto i testi delle due canzoni, presenta come “ liquore aperitivo, digestivo, febbrifugo, ricostituente“. Ma secondo il poeta di “ ‘O rialo moderno“, la china Pisanti aveva anche altre virtù: “lui“ dice a “lei“: “cu ‘na presa solamente/ca te piglie, d’int’’a niente/certo cade ‘mbraccia a me“.

Gli inserti pubblicitari sono ricchi di curiosità. Le calzature marca “Ala“ del cav. Giuseppe Pagliuca “trionfano in tutto il mondo come le –Ali d’Italia –“. La fabbrica è al n.7 di “ Salita San Raffaele “, il numero del telefono è 21-053, mentre 51-015 è quello della ditta “Mollica e Mattera“, che fabbrica ceramiche artistiche, terrecotte e maioliche in tutti gli stili“. “Tutta l’Aristocrazia acquista la mobilia dalla Fimad, perché costruisce i mobili artisticamente più perfetti ed eleganti“. Il calzaturificio “Alfredo Cavaliere“, al n.16 di Calata Fontanelle, offre come “specialità calzature di lusso per signore“, mentre il “Premiato Istituto Ottico P. Bettarini“, in via Roma, 146, garantisce un “assortimento speciale in lenti radioattive Telegic. e di binocoli da teatro e da campagna“.

La Ditta “Lavori in cuoio“ di Alfredo Cajano nell’unica sede di via Nardones fabbrica, vende e ripara “valigie, bauli, sacchi, portamantelli, cappelliere, montature di borse, cornici, albums e ricami“ e, per i “fattorini di banche“, anche “porta valori, porta cambiali e tracolle“. “La Meridionale“ al n. 60 del “Rettifilo“ ricorda che “la vendita a rate è la migliore garanzia dell’ottima riuscita dei nostri materassi!!!“. La “Shilton“, che ha negozi di tessuti esteri e nazionali in via S.Brigida, in via Municipio e in via Duomo, si sente più forte perfino della superstizione dei napoletani tanto da chiudere l’inserto pubblicitario ricordando le “specialità articoli di lutto.”.

La “Real Pasticceria“ palermitana del cav. Salvatore Gulì, che si vanta di aver inventato la cassata siciliana, spedisce anche a Napoli , “contro cartolina vaglia pacchi postali“, la cassata, i cannoli, le mustacciole e il terribile torrone pietrafendola, banco di prova per la solidità dei denti, e garantisce che la “frutta di pasta di mandorla“ è “imitazione dal vero“. I prezzi sono alti: un cannolo Gulì costa due lire, un terzo della “giornata“ di un bracciante. Come si vede nell’immagine, l’impaginatore piazza accanto alla pubblicità del famoso pasticciere quella del “fragolene“, “l’imperatore dei purganti“, che va provato, perché è “gustosissimo“ – sa di fragola – : inoltre, un flacone piccolo costa poco più di un cannolo di Gulì. L’impaginatore l’ha fatto apposta?
(Foto: Ugo Matania, La stagione mondana nell’isola di Capri, tempera in bianco e nero, 1926)

ALCUNE PUBBLICITA’ DELLA NAPOLI FASCISTA

LA STORIA MAGRA

A Nola la Festa di SeL

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L’appuntamento è dal pomeriggio di sabato 28 fino alla sera di domenica 29 settembre nella tradizionale piazza Giordano Bruno di Nola.

 Anche quest’anno si replica. Dopo il successo del 2012 torna la Festa di Sinistra Ecologia e Libertà dell’area nolana. L’appuntamento è dal pomeriggio di sabato 28 fino alla sera di domenica 29 settembre nella tradizionale piazza Giordano Bruno di Nola.

Un cartellone pieno di appuntamenti, di cui vanno particolarmente fieri nel circolo di via fonseca. Si alterneranno momenti di discussione politica di respiro nazionale (con interventi del deputato
PD Massimiliano Manfredi, del senatore SEL Peppe De Cristofaro, di Serena Sorrentino della segreteria nazionale della CGIL e di Don Aniello Tortora, direttore della Pastorale sociale della Curia di Nola) con discussioni rivolte al locale, in particolare con la tavola rotonda la domenica pomeriggio con associazioni, partiti e singoli cittadini che in questi mesi hanno animato il Tavolo dell’alternativa in vista delle prossime elezioni amministrative.

Tuttavia, non solo dibattiti, precisano dal partito di Vendola: le due serate vedranno la piazza ballare alla musica di due tra i migliori esponenti del panorama musicale campano: sabato esordisce il reggae di Marcello Coleman – già vocalist degli Almamegretta – e domenica sera sarà il turno di Francesco Di Bella, stella dei 24grana e oggi in coppia con Fofò Bruno per il progetto Ballads. Teatro dei burattini per i più piccoli e visite guidate alle bellezze artistico culturali del nolano completano il percorso della domenica mattina, mentre la sera ci sarà la proiezione del documentario di Marco La Gala “Nella Terra dei fuochi” proiettato a Nola per la prima volta dopo i successi di Saviano e Palma Campania. In piazza, come lo scorso anno, il meglio delle associazioni locali, tra cui Frastuono, Ad Arte, Nova Koiné, Il Pioppo e di realtà nazionali, quali UDS – che terrà il consueto mercatino dei libri usati – LIBERA, Amici della Siria e Amani.

“Una fatica enorme – sottolinea il segretario Nicola Di Mauro – per offrire a questa città e a questo territorio un momento di aggregazione e di riflessione, per ricostruire relazioni umane e politiche con cittadini associazioni e partiti che spesso soffrono un drammatico isolamento. Un momento di festa, ma anche di speranza e di confronto, dove speriamo che tutti possano sentirsi a casa. Nola in particolare ha bisogno di voltare pagina e tornare a volare alto; ai molti delusi della politica, agli sfiduciati, a quelli che soffrono la drammatica carenza di lavoro e servizi nella nostra bella città, vogliamo lanciare un messaggio semplice e diretto: è tempo di cambiare e SEL vuole essere protagonista in questa battaglia”.

“Terremoto – Io Non Rischio”: campagna nazionale per la riduzione del rischio sismico

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28 e 29 settembre volontari di Protezione Civile A.N.Vvf.C. in piazza a Pomigliano d’Arco.

 Per il terzo anno consecutivo, il volontariato di Protezione Civile, le istituzioni e il mondo della ricerca scientifica si impegnano insieme per “Terremoto io non rischio”, la campagna informativa nazionale per la riduzione del rischio sismico: oltre 3.200 volontari di 14 associazioni nazionali di protezione civile allestiranno punti informativi “Io non rischio” in 215 piazze, distribuite su quasi tutto il territorio nazionale, per sensibilizzare i propri concittadini sul rischio sismico.

L’iniziativa è promossa dal Dipartimento della Protezione Civile e dall’Anpas-Associazione Nazionale delle Pubbliche Assistenze, in collaborazione con l’Ingv-Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e con ReLuis-Consorzio della Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Sismica e in accordo con le Regioni e i Comuni interessati.

Sabato 28 e domenica 29 settembre, in contemporanea con le altre piazze in tutta Italia, i volontari dell’associazione A.N.VVF.C. (Ass.ne Naz.le Vigili Del Fuoco In Congedo Volontariato e Protezione Civile) partecipano alla campagna “Terremoto io non rischio” con punti informativi allestiti in 5 piazze nella regione Campania per distribuire materiale informativo, rispondere alle domande dei cittadini sulle possibili misure per ridurre il rischio sismico e sensibilizzarli a informarsi sul livello di pericolosità del proprio territorio. La piazza del Comune di Pomigliano d’Arco dove si svolgerà l’attività formativa nei giorni 28 e 29 settembre dalle 10:00 alle 19:00 è Piazza Primavera.

I volontari e le volontarie, formatisi durante l’anno attraverso l’incontro con esperti per poi istruire a loro volta altri volontari, sono protagonisti di un percorso di diffusione della cultura di protezione civile che coinvolge nelle diverse piazze proprio le associazioni di volontariato che operano ordinariamente sul territorio, promuovendo così la cultura della prevenzione: volontari più consapevoli e specializzati, cittadini più attivi nella riduzione del rischio.

Sul sito ufficiale della campagna, www.iononrischio.it, sono disponibili le mappe interattive per conoscere la storia e la pericolosità sismica del nostro territorio e per individuare gli oltre duecento Comuni interessati dalla campagna nel weekend del 28 e 29 settembre prossimi. Inoltre, è possibile consultare la sezione “Domande e risposte” sul rischio sismico e sulla sicurezza degli edifici, leggere approfondimenti sul volontariato di protezione civile e scaricare il pieghevole sulle regole di comportamento da tenere in caso di terremoto.

Lavoro, ieri tensioni alla Fiat di Pomigliano e a Napoli

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I Cobas hanno tentato, invano, di bloccare la grande fabbrica automobilistica. Poi hanno paralizzato strade e autostrade tra Pomigliano e Napoli centro. Parapiglia “finale” con le forze dell’ordine nella Cgil di via Torino.

L’autunno caldo parte dalle grandi fabbriche. Ieri Cobas scatenati alla Fiat di Pomigliano e a Napoli. Alcune centinaia di extraparlamentari (Cobas di Fiat, Astir e consorzi di bacino, Si Cobas Granarolo e Tnt Bologna, Carc, No Tav, studenti, disoccupati Bros e centri sociali) alle quattro del mattino hanno tentato di bloccare, senza riuscirvi, la grande fabbrica in cui si produce la Panda.

Dimostranti che poi, alle dieci, sono stati protagonisti di un corteo a Napoli. E anche qui tensioni, con il blocco di via Marina e il traffico impazzito nel segmento di via Vespucci, dove c’è il palazzo della direzione regionale del Lavoro, l’ex collocamento, sede distaccata del ministero. A un certo punto alcuni disoccupati sono riusciti a penetrare nell’edificio e hanno occupato gli uffici. Un gruppetto di loro si è anche pericolosamente sporto su un cornicione, al secondo piano. Non è finita. Dopo poco più di un’ora i Cobas del comitato di lotta cassintegrati e licenziati Fiat, circa una quindicina di operai cassintegrati, si sono diretti alla Cgil di via Torino, a pochi passi da piazza Garibaldi. Hanno occupato per vari minuti il pian terreno e il primo piano della sede regionale del sindacato.

Infine, l’interevento delle squadre antisommossa di polizia e carabinieri, che hanno sollevato di peso gli occupanti consentendo la normale prosecuzione delle attività degli uffici sindacali. A ogni modo, nonostante le forti tensioni per il lavoro, la giornata campale di ieri non ha fatto registrare incidenti. Le forze dell’ordine hanno controllato tutto lo svolgimento delle varie manifestazioni senza effettuare cariche. Alle proteste hanno partecipato, oltre a duecento tra cassintegrati Fiat, studenti dei centri sociali e disoccupati di Napoli, un centinaio di operai e studenti del nord, che sono giunti a Pomigliano alle tre del mattino, a bordo di pullman provenienti dalla Fiat-Mirafiori di Torino e dalle emiliane Granarolo e Tnt.

Tra loro alcune decine di extracomunitari, in prevalenza nordafricani. Trecento persone in tutto che all’alba hanno tentato di bloccare le produzioni Panda con una serie di picchetti sugli svincoli d’accesso alla grande fabbrica automobilistica. Per controllare al meglio la situazione poliziotti e carabinieri hanno inseguito a piedi i dimostranti attraverso le lunghe arterie che circondano la Fiat. Comunque alla fine gli operai in attività sono riusciti a entrare nello stabilimento e le produzioni sono state avviate regolarmente. Poco dopo gli scioperanti hanno bloccato per un’ora il vicino raccordo dell’asse mediano.

Melania Rea, parla Parolisi in aula: “Sono innocente, la tradivo ma le volevo bene”

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Seconda udienza del processo di Appello a porte chiuse. Fuori dall’aula i Rea riferiscono le parole di quello che per loro è solo l’assassino di Melania. Michele Rea: “Solo barzellette, l’ha uccisa lui”.

Dopo due anni, Parolisi e i Rea occhi negli occhi, nell’aula della seconda udienza del processo di Appello che potrebbe ribaltare o riconfermare la condanna in primo grado per Salvatore Parolisi che sta scontando l’ergastolo per l’omicidio di sua moglie Melania avvenuto il 18 aprile del 2011.

A porte chiuse, il processo. Così ha deciso il presidente della Corte nonostante la richiesta che il caporalmaggiore aveva fatto pervenire invocando pubbliche udienze. E Salvatore, dai più considerato il colpevole «senza se e senza ma», sarebbe stato più volte richiamato dalla Corte perché indugiava con lo sguardo verso i familiari della moglie. Per la prima volta si è rivolto a loro. Non l’aveva mai fatto in primo grado e le spiegazioni sono due: o il tempo sta guarendo le ferite o si tratta di un atteggiamento mirato consigliato dai legali. Loro ben sanno quanto abbia pesato sull’opinione pubblica lo sguardo sfuggente di Parolisi. E se pubblico non c’è, non fa nulla. Tutto quel che accade in aula si saprà comunque, fuori.

Così è stato, infatti. L’udienza è iniziata con la deposizione di Parolisi prima dell’arringa difensiva, annunciata da uno dei suoi legali, Walter Biscotti, il quale ha sottolineato che il loro consiglio «è stato quello di essere spontaneo». «In relazione al processo – ha continuato Biscotti – siamo fiduciosi nella possibilità di ribaltare il verdetto, chiederemo di riesaminare alcuni aspetti tra cui l’impronta del piede o della mano e del polsino sporco di sangue trovato sul corpo di Melania che non appartiene né a Parolisi né alla vittima». «Parlerà del vero rapporto che c’era con Melania – ha aggiunto l’altro avvocato Nicodemo Gentile prima della deposizione – del fatto che non vede la figlia da tanto tempo, di cose che gli sono state addebitate e che non sono vere, transessuali, storie inventate che descrivono una persona che non è mai esistita».

A raccontare, fuori dall’aula, l’accaduto ci sono i Rea. «Nella sua deposizione Parolisi ha detto di essere innocente. Riguardo a Melania, ha detto che le voleva bene, anche se la tradiva». Lo ha riferito Michele Rea, fratello di Melania, uscendo dall’aula del Tribunale dell’Aquila. Nelle sue brevi dichiarazioni spontanee Parolisi ha ammesso di aver tradito Melania, ma ha anche detto che le voleva bene. Per la prima volta inoltre il caporalmaggiore si è rivolto ai familiari della moglie ringraziandoli per quanto hanno fatto per la figlia Vittoria. Parole che scivolano sulla certezza dei Rea di aver davanti l’assassino di Melania. Infatti Gennaro, il padre della giovane mamma di Somma Vesuviana uccisa nel fiore degli anni, commenta: «Ho ascoltato con indifferenza, è una persona indifendibile». Ma secondo la tesi dei suoi legali, il caporalmaggiore non c’era quel giorno di due anni fa, sul luogo del delitto.

«Abbiamo dimostrato, proprio attraverso la documentazione di orari, di celle, di testimonianze, di telefonate, che non può aver commesso né l’ omicidio, né il depistaggio, non era presente sul luogo dell’ omicidio perché non c’è niente lì che può ricondurre a Parolisi». Così l’avvocato Walter Biscotti. «Abbiamo dimostrato documentalmente – ha aggiunto il difensore – che la ricostruzione del giudice, almeno dalle 14.55 in poi, non regge. Pertanto abbiamo invocato che la decisione non può non essere la dichiarazione di Salvatore Parolisi come estraneo a tutti i fatti contestati». Tutte bugie, come quelle note a tutti e che Salvatore ha ripetuto fin dall’inizio. Gennaro Rea, sua moglie Vittoria, Michele e la piccola figlia di Melania che vive con i nonni e che della nonna porta il nome, si aspettano tutti giustizia.

«E la conferma dell’ergastolo» aggiunge Gennaro. Per l’avvocato della famiglia Rea Mauro Gionni, «la dichiarazione è durata pochi secondi ed è stata la solita cosa, un piagnucolare senza lacrime con Parolisi che dice sono un traditore ma non sono un assassino e che chiede scusa a tutti, un intervento irrilevante processualmente». Di parere opposto uno dei due difensori di Parolisi, per Biscotti, infatti, il caporalmaggiore «ha parlato con il cuore dicendo quello che sente, si è rivolto ai parenti con un’emozione fortissima parlando al cuore soprattutto per la bambina alla quale tiene moltissimo». Gionni però prosegue, incalzando: «Le differenze sulle motivazioni e sul movente tra il giudice di primo grado e il procuratore generale rafforzano la colpevolezza di Parolisi perché ogni indizio fa sempre capo alla stessa persona».

Il commento dell’avvocato è anche rivolto alle sottolineature delle discordanze da parte degli avvocati di Parolisi e alla istanza di approfondimento delle indagini con nuove prove presentata dagli stessi difensori del caporalmaggiore. L’avvocato, dal primo istante accanto alla famiglia di Melania, continua: «A conoscere la verità sono solo Melania e Salvatore e se si decide a parlare deve dire la vera verità, non quella che vuole far passare come tale. Sono due anni che non parla». Ed è Michele, quel fratello cui Melania era tanto legata e che da ormai due anni fa da padre insieme ai nonni alla nipote vittoria, commenta in diretta tv: «Parlare ora per fare cosa? Per dire cosa, le stesse barzellette? La mia convinzione ce l’ho: è lui il colpevole».

Parolisi, come racconta Michele, ha parlato appena cinque minuti o poco più: «Per la prima volta ha indirizzato il suo sguardo verso di noi, dopo due anni non so come ha fatt, il tutto per ringraziarci del fatto che noi facciamo tutto per la bambina. Delle bugie e dei trans non si è parlato per niente, Parolisi ha parlato cinque minuti. Per me lui rappresenta il nulla, non mi fa né caldo né freddo, mi dispiace solo per quella povera bambina che comunque un giorno dovrà sapere e mi dispiace anche per Melania che ha avuto a che fare con questa persona». Bugiardo, traditore, con pochi scrupoli. La sentenza dirà se il giudice precedente era nel giusto e se Parolisi è, a parte tutto, anche un assassino.

Se ha potuto, mentre la sua bimba, che oggi dice di amare, era poco lontano, sferrare a sua moglie 35 coltellate. La prossima udienza il 30 settembre quando ci sarà, probabilmente, anche la sentenza.

É “folk rock” il nuovo spettacolo di Fabio Fiorillo

Presentato il nuovo progetto concertistico, scritto e interpretato dall’artista Fabio Fiorillo. Ospite della rassegna Decantati, Fiorillo ha coinvolto ed emozionato il pubblico presente.

I colori caldi del folk si uniscono ai toni forti del rock, è questo il mix esplosivo del nuovo progetto concertistico dell’artista Fabio Fiorillo. Un tributo al mediterraneo, alla musica delle origini, alla nostra tradizione sonora, che Fiorillo studia e reinterpreta sempre con grane passione, riuscendo a coinvolgere il pubblico in uno spettacolo che emoziona e trascina.

C’è la tradizione, l’arte, la musica, ma soprattutto ci sono le voci di culture diverse che si intrecciano e si uniscono, forse anche per questo il nuovo progetto artistico prende il nome dall’unione di due generi musicali, forse solo apparentemente lontani. «Folk Rock» è lo spettacolo con cui Fabio Fiorillo ci accompagna per mano attraverso i luoghi da lui amati, utilizzando la musica per regalarci un viaggio tra suoni e culture.

Ospite della rassegna Decantati, organizzata e promossa da Magmamà, Upnea, Auanasgheps, sul palco de La Distilleria-Feltrinelli Point, Fabio Fiorillo è stato accompagnato dalla la Folk Rock band, Franco Ponzo alla chitarra, Gabriele Borrelli alle percussioni, Roberto Marangio al basso, lo spettacolo è stato accompagnato dalla danzatrice Roberta D’Amore.

San Giuseppe Vesuviano. L’amministrazione Catapano commemora Padre Gino Ceschelli

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Il 23 settembre è stato il 70° anniversario del martirio di P. Gino Ceschelli. L’amministrazione Comunale lo ha ricordato con un manifesto dimenticando i motivi che portarono al vile gesto.

Padre Gino Ceschelli nasce a Motta di Livenza il 8/05/1902. Arriva a San Giuseppe Vesuviano nel 1941 come sacerdote della Congregazione dei Padri Giuseppini.

Fino all’8 settembre 1943 San Giuseppe Vesuviano sapeva che l’Italia era in guerra perché quando partivano le reclute dalla stazione in via Auricchio arrivava sempre la fanfara e tutti i gerarchi indossavano l’uniforme da parata. A seguito dell’armistizio nulla cambiò in paese: il podestà Auricchio rimase al suo posto, la vita seguiva il solito corso, niente impressionò particolarmente i cittadini, fatto eccezione per uno strano via vai di mezzi corazzati tedeschi che da sud puntavano verso il nord. Solo pochi reparti si attestarono a monte e a valle del paese per rallentare l’avanzata degli Americani da poco sbarcati a Salerno.

Ma il 17 settembre 1943, era di venerdì, aerei inglesi bombardarono l’abitato in più ondate causando oltre 95 morti e decine di feriti. Il punto più colpito fu la zona di via Lavinaio, ma bombe caddero anche a S.M. la Scala, alla Zabatta, ai Casilli e nella stessa piazza Garibaldi. La gente si svegliò dal torpore in cui l’aveva tenuta lo stato fascista e di colpo si trovò a toccare con mano il dramma che tutto il mondo viveva oramai dal 1939. Gli unici aiuti alla popolazione civile vennero dal giovane sacerdote che si prodigò per il recupero delle salme e dal noto farmacista di Piazza Garibaldi, il dott. Armando Giordano, che aiutato dal giovane figlio Aldo attrezzò un’infermeria da campo nell’androne di casa sua a fianco all’attuale farmacia. Dei gerarchi fascisti che per oltre vent’anni si erano pavoneggiati in piazza nemmeno l’ombra.

Da quel momento anche il comportamento delle truppe tedesche in ritirata cambiò. Molti si diedero al saccheggio, visto che il grosso della popolazione civile era fuggita in montagna, sostenuti ed aiutati da sciacalli locali i quali indicarono alla soldataglia nazista le case più ricche e facoltose. L’unica voce che si alzò fu solo quella di Padre Gino Ceschelli il quale, grazie all’ottima conoscenza del tedesco, parlava chiaramente con i soldati germanici. La grossa frizione con le truppe occupanti si ebbe una settimana dopo, il 23 settembre, quando i tedeschi iniziarono a rastrellare tutti gli uomini validi per fornire forza lavoro alle loro aziende in Germania, furono arrestati anche alcuni sacerdoti.

don Gino Ceschelli non ebbe remore, alzò la voce con gli ufficiali ricordando loro l’onore di soldati, questi irritati lo condussero in un vicolo prossimo alla piazza e lo uccisero con un colpo alla nuca. Subito alcuni sciacalli gli rubarono le scarpe. Erano le 14,30 del 23 settembre 1943. Lo Stato italiano si ricordò di questo giovane sacerdote, aveva solo 41 anni quando morì, nel 1956 conferendogli la Medaglia d’Oro al Valor Civile,mentre il Comune gli intestò la strada dove fu ucciso. Una lapide vicino al vecchio municipio ne ricorda l’evento.

Ma gli sciacalli locali non si limitarono solo a fare da guida ai nazisti per depredare le ricche residenze sangiuseppesi, furono sicuramente presenti all’omicidio e molti indizi portano a pensare che la loro mano diede fuoco all’anagrafe nella casa comunale dove oltre a conservare i dati dei cittadini erano conservati gli atti riguardanti i cespiti comunali. Testimoni dell’epoca parlarono di sospetti passaggi di mano di fondi che, molto probabilmente,erano di proprietà pubblica.

E’ strano che il sindaco Catapano, che di mestiere fa l’avvocato penalista, abbia scritto un manifesto per commemorare la vittima di un omicidio e poi abbia omesso di ricordare i mandanti e gli esecutori del fatto e, codsa ancor più grave, non dica niente sulla refurtiva che il povero prete intendeva sottrarre ai criminali nazifascisti. Molto probabilmente il suo agire ha subito la censura preventiva della sua parte politica, lui che non festeggia il 25 Aprile, difficilmente avrebbe potuto puntare l’indice su coloro che sono stati i progenitori della suo credo politico.

Ma c’è un altro attore di quel periodo che non risulta da nessuna cronaca dell’epoca: il comandante della milizia capitano Florio. Per un ventennio questo signore fece il bello e il cattivo tempo a San Giuseppe Vesuviano distribuendo olio di ricino e manganellate senza che nessuno potesse ostacolarlo. Anche noti professionisti e gerarchi locali subirono le angherie di questo rappresentante dello stato fascista. Di questo signore dal manganello facile non troviamo nessun riferimento nella cronaca locale durante il settembre 1943, bensì lo troviamo a fare il comandante della Polizia Municipale nell’immediato dopoguerra, nominato dal potere repubblicano composto in gran parte da personaggi del passato regime che avevano cambiato casacca.

Gli anziani ricordano che quel 17 settembre 1943 era una bella giornata di sole, peccato che a difendere la Città mentre cadevano le bombe alleate erano solo un giovane prete e un vecchio antifascista. Onore al merito, da soli hanno riscattato un intera comunità.
(Le notizie storiche sono tratte da San Giuseppe Vesuviano nella Storia, Il Vesuvio e le Sue Eruzioni. Silvio Cola. 1958 Ed. STEM Napoli.
Fonte foto: Rete Internet)

Cobas scatenati alla Fiat di Pomigliano e nel centro di Napoli

Picchetti e blocchi davanti allo stabilimento automobilistico contro le politiche del Lingotto. Quindi corteo a Napoli.

Per tutta la notte e fino al mattino inoltrato tensioni sociali alla Fiat di Pomigliano e a Napoli. Circa trecento tra operai, studenti e disoccupati aderenti ai sindacati di base Cobas, Si Cobas e ai Carc hanno tentato, a partire dalle quattro di stamane, di bloccare le produzioni della Fiat di Pomigliano.

I manifestanti si sono piazzati davanti ai principali varchi d’accesso della grande fabbrica automobilistica. Alcuni di loro brandivano mazze di legno e indossavano caschi per evitare " eventuali" manganellate. Ma la strategia adottata dalle forze dell’ordine, che non sono mai entrate in contatto diretto con i dimostranti, alla fine ha avuto successo. Nel frattempo sono stati aperti dei varchi alternativi a quelli tradizionali, attraverso cui l’azienda ha fatto entrare le auto con a bordo gli operai, comandati per il primo turno di lavoro, quello compreso tra le sei mattino e le 2 del pomeriggio.

Produzioni Panda regolari, dunque. All’alba gli scioperanti, in lotta contro "la precarietà, per la piena occupazione e le politiche padronali di sfruttamento", si sono quindi diretti sul vicino raccordo autostradale dell’asse mediano. Qui è stato effettuato un blocco di circa un’ora, che ha provocato una lunga coda di automobili provenienti dall’area nord dell’hinterland. Alle sette la protesta ha conosciuto una prima tregua. Studenti e lavoratori si sono di nuovo concentrati sul ponte del varco principale della Fiat, il varco numero uno, per cui il traffico è tornato a scorrere sulle arterie intorno allo stabilimento.

Alle dieci i manifestanti, molti quelli provienienti dal nord Italia, da Mirafiori e dalla Granarolo di Bologna, si sono diretti a Napoli. Qui hanno bloccato via Marna e occupato gli uffici della direzione del Lavoro.

Somma, due i nuovi assessori per la seconda giunta Allocca in pochi mesi

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Le new entry: Carlo Esposito e Pietro Corcione. La ricomposizione avvenuta durante una riunione di maggioranza, questa mattina le nomine. Le foto dei neo assessori

E gli «indiani» vinsero la battaglia. Fumato il calumet della pace in una riunione di maggioranza svoltasi ieri sera nell’ex sede del Pdl, il novello generale Custer, alias il sindaco Raffaele Allocca non ha perso, come accadde al vero ufficiale statunitense, l’ultima battaglia.

Il summit degli eletti sui banchi di governo ha dato il placet alla formazione della nuova giunta e le novità sono soltanto tre. La prima è il siluramento di un unico assessore, Michele Rea. Il delegato al bilancio fino a qualche giorno fa, già revisore dei conti al comune di Somma, non entra in giunta. Le altre due novità sono rappresentate dai neo assessori che il sindaco ha voluto in squadra: Carlo Esposito, architetto in arrivo dalla vicina Pollena Trocchia, e Pietro Corcione, imprenditore indicato da Forza Somma. Tutto il resto dell’esecutivo non subisce stravolgimenti, anche se non si conoscono ancora i compiti che ognuno degli assessori avrà: restano Salvatore Di Sarno, Maria Caroprese, Tommaso Granato, Antonio Bucci e Angela Carcaiso.

Punto e a capo in pochi mesi, con una crisi che aleggiava come una spada di Damocle sul governo Allocca ter fin dalla prima seduta di consiglio comunale e culminata prima con la lettera firmata dai consiglieri Giuseppe Di Palma, Giuseppe Sommese e Antonietta Esposito che indicavano al sindaco la via della risoluzione (leggi l’azzeramento dell’esecutivo), poi con l’atto conseguente di Allocca che ha raccolto le istanze e annullato le nomine. Oggi si riparte, in attesa del consiglio comunale programmato per lunedì 30 settembre, seduta nella quale oltre alle numerose interrogazioni, il sindaco dovrà comunicare non soltanto in maniera ufficiale i nomi del suo secondo esecutivo, ma pure le linee programmatiche che l’amministrazione dovrà seguire nei prossimi anni.

Sinistra contro sinistra nella vicenda Ipercoop

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In Campania la Cgil sciopera contro le coop che vogliono chiudere e licenziare. Il presidente di Legacoop parla di “problemi causati da concorrenza sleale e camorra”. Di Tuoro (Filcams-Cgil): “Una caduta di stile: qui hanno avuto tante agevolazioni”.

La Coop che chiude e licenzia. Licenziamenti collettivi, di quelli massicci. Il sistema delle cooperative “rosse”, figlio del vecchio Pci, che segue la logica aziendale dei numeri di questa crisi abissale e che entra in conflitto con la Cgil, un tempo parte integrante della grande comunità delle cooperative. Succede in Campania. Nel resto d’Italia no. Solo in Campania, almeno per il momento.

Sinistra contro sinistra. La Unicoop della rossa Livorno vuole fare le valigie, vuole lasciare Napoli. Ma la Cgil batte i pugni e fa scioperare. Si grida allo smantellamento occupazionale e produttivo. Partendo dall’Ipercoop di Afragola, dalla chiusura e dal contestuale licenziamento dei 225 dipendenti. Ma sono in pericolo anche gli altri 500 addetti dell’intera catena regionale di negozi e le centinaia di operai dell’indotto. Lavoratori che da più di un anno sono in guerra con la coop, di cui loro stessi sono soci. Scioperi a oltranza, blocchi. Manifestazioni messe a segno anche in “trasferta”, fino a Livorno.

“Non c’è più la Coop, è morto lo spirito cooperativistico, non c’è più la sana politica”, hanno scritto su striscioni e magliette i lavoratori campani. Giuliano Poletti, il capo dei capi della cooperazione italiana, presidente di Legacoop, in televisione ha detto che “in Campania c’è un problema di concorrenza sleale e di criminalità organizzata”. “Una caduta di stile questa del presidente”, la stizza di Luana Di Tuoro, sindacalista, della segreteria regionale della Filcams, il sindacato di categoria della Cgil che si occupa di commercio e servizi. “Che il territorio sia difficile è vero – ammette l’esponente del sindacato guidato da Susanna Camusso – ma la Coop qui ha ottenuto anche grandi agevolazioni”.

Erano gli anni Novanta. Gli anni del dominio assoluto di Antonio Bassolino. Un’epoca d’oro per l’allora coop Toscana-Lazio: decine di punti vendita realizzati in pochissimo tempo e migliaia di assunzioni. Poi le cose sono andate sempre peggio. E la crisi di questi anni, più forte che mai nel Napoletano, ha aumentato la voglia di andare via, di mollare tutto. Rosario Stornaiuolo, presidente di Federconsumatori Campania ed ex segretario generale della Filcams-Cgil di Napoli, uno dei fondatori della coop campana, ha un tono tra il deciso e l’indignato. “Nel 1975 – ricorda – abbiamo aperto il primo punto vendita Coop a Pomigliano, in via fratelli Bandiera, per rispondere alla domanda degli operai dell’Aeritalia e dell’Alfasud, che chiedevano prodotti di qualità a prezzo popolare”.

“Ora invece questa situazione ci lascia sgomenti – la delusione dell’esponente della sinistra storica partenopea – chiudono e licenziano proprio in un momento di grande difficoltà sociale. Se vanno via non fallirà solo la cooperazione in Campania: sarà un brutto esempio per tutta la cooperazione nazionale”. Da Napoli vengono rivendicati investimenti per il rilancio “non solo di un tessuto produttivo ma anche di un’idea”. Le più potenti coop della grande distribuzione, Adriatica ed Estense, hanno offerto capitali in cambio di salari quasi dimezzati e contratti in deroga al contratto nazionale. Un po’come ha fatto Marchionne con la Fiat. Ma il piano di salvataggio fatto di lacrime e sangue è bloccato dal no dei sindacati e dei lavoratori.

I numeri della crisi però sono spietati e portano “a destra” l’asse politico delle coop emiliane. Lo conferma Massimo Pelosi, dirigente di Unicoop e vicepresidente di Legacoop Campania: “Non c’entra lo spirito cooperativistico con la disparità di trattamento contrattuale e salariale tra i lavoratori coop campani e quelli del centronord. Ci possono anche essere contratti diversi purché siamo rispettati i diritti”. Finora il Partito Democratico non ha messo naso in questa faccenda. “E speriamo che la politica faccia solo parte della storia delle coop”, rincara Pelosi. Che però apre uno spiraglio: “Credo che se i sindacati faranno una richiesta ufficiale di riapertura della trattativa allora le coop torneranno al tavolo del confronto”.