I complicati rapporti del regime con i napoletani, “un popolo di Elleni pervaso di sogno orientale”. Il dilemma: difendere questa specificità, di cui la Piedigrotta era un simbolo perfetto? O usare ogni mezzo per fare di Napoli una città moderna?
E’ l’effetto delle ricorrenze: per qualche settimana ancora le vicende napoletane del 1943 troveranno spazio nei convegni e sui giornali, e i libri sul tema occuperanno, nelle librerie, gli scaffali di prima linea.
Questo ci consentirà di notare, ancora una volta, che Napoli è forse la città italiana più “raccontata“, illustrata e descritta, e che in questa bibliografia sterminata c’è un vuoto, tuttavia: Napoli fascista. Un vuoto non da poco. Napoli fascista è, nella memoria storica, una città evanescente: tanto che non riesce a suggerire nessuna significativa immagine di sé nemmeno a Maurizio De Giovanni, che ha ambientato le gesta del suo commissario nei primi anni ’30. Su Napoli fascista i “Maestri di pensiero“ napoletani hanno scritto poco, e questo poco non sembra degno d’essere tramandato su lastre di bronzo. Forse c’è, alla base del vuoto, il disagio prodotto da qualche senso di colpa: ed è un peccato, perché perfino dai giornali dell’epoca, tutti ovviamente “ligi“ al fascismo, si ricava la chiara impressione che tra l’ “altra Napoli“ e il regime, al di là dei salamelecchi, non ci fu attrazione: non ci fu simpatia.
E dunque è utile, di tanto in tanto, andare a leggere le cronache di quegli anni, per capire cosa succedeva. Si parte con un album sulla Piedigrottissima del 1929, organizzata dal Comune di Napoli e dal “Mattino“, “possente suscitatore e propagatore di energie.”. I gerarchi napoletani sostengono l’iniziativa, per dimostrare che la famosa festa non è in crisi, che “la fine di Piedigrotta“ è una leggenda inventata da certi intellettuali napoletani che vorrebbero fare di Napoli una città “americanizzata.”. E invece, garantisce Ernesto Serao, lo spirito di Piedigrotta vivrà fino a quando dureranno le “costumanze, le tradizioni, gli istintivi entusiasmi di un popolo di Elleni pervaso di sogno orientale“: che, al di là delle trombe suonate da Serao – forse in omaggio a Piedigrotta – è una interessante definizione dei Napoletani.
Gli autori dell’album intonano inni in onore delle Protettrici e dei Patroni: Elena d’ Aosta, “ la Dama Augusta e Pia, assertrice convinta della Rivoluzione delle Camicie Nere “; Donna Assunta Girardi “Sposa, sorella, mamma“ e poi vedova di Salvatore Girardi, il deputato di Montecalvario; la contessa Urania Sdriny Zavizianos, poetessa, tragediografa, che fu anche concertista “ in pro dei danneggiati dall’eruzione del 1906 “ e, infine, la Contessa di Licosa, moglie di “quel formidabile titano“ del mondo commerciale che è il Conte Giuseppe Matarazzo, membro della famiglia che aveva contribuito e contribuiva potentemente allo sviluppo economico del Brasile.
Del dott. Urbano Matteo gli autori scrivono che “è uno dei pochi odontoiatri sul serio“. Non dimenticano l’on. Alessandro Elefante, l’avv. Luigi Petagna, il cav. Francesco Luise, il colonnello Salvatore Improta, che ha lasciato la caserma per “ rappresentare mondiali case del pellame.”. Di qualcuno si scrive che “è ligio alle direttive del regime“: e si riconosce che la “ferma fede fascista“ ha fatto dell’on.barone Roberto Ricciardi “uno degli araldi della rivoluzione.”.
Le canzoni nulla aggiungono alla storia della canzone napoletana. I versi e la musica di “Ll’ onne ‘e Marechiare“ sono di E.A.Mario: sua è la musica di “Tarantella cu ‘a nostalgia“: i versi Beniamino Rossi li dedica a una certa Assunta che porta i riccioli “a bigliuné“, cioè con la riga in mezzo. R. Bellobuono scrive versi e musica di “Canzone antiche“, e solo i versi di “Te parla Napule“, musicati da “Seliman”, che è il nome d’arte di G. Frustaci. Il quale mette in musica una “cineseria“ in lingua italiana, “Cian –Ciun”, dei cui versi non è citato l’autore: giustamente: perché merita di essere dimenticato per sempre uno che scrive: “triste per lo smacco il mandarin/nel veder soffrire la sposin/…il codin sacrificò a Visnù.“.
Frustaci e Lombardo cercano di comporre qualcosa di memorabile su “ ‘E male lengue“, ma non ci riescono, mentre “’O rialo moderno“ (versi di B.U.Canetti, musica di G.Cioffi) e “ ‘A China- China Pisanti“ (versi di R.Lo Martire, musica di R. Prisco) cantano l’impareggiabile china, che fino a qualche anno fa veniva ancora prodotta a Ottaviano, e che il cartiglio pubblicitario, collocato sotto i testi delle due canzoni, presenta come “ liquore aperitivo, digestivo, febbrifugo, ricostituente“. Ma secondo il poeta di “ ‘O rialo moderno“, la china Pisanti aveva anche altre virtù: “lui“ dice a “lei“: “cu ‘na presa solamente/ca te piglie, d’int’’a niente/certo cade ‘mbraccia a me“.
Gli inserti pubblicitari sono ricchi di curiosità. Le calzature marca “Ala“ del cav. Giuseppe Pagliuca “trionfano in tutto il mondo come le –Ali d’Italia –“. La fabbrica è al n.7 di “ Salita San Raffaele “, il numero del telefono è 21-053, mentre 51-015 è quello della ditta “Mollica e Mattera“, che fabbrica ceramiche artistiche, terrecotte e maioliche in tutti gli stili“. “Tutta l’Aristocrazia acquista la mobilia dalla Fimad, perché costruisce i mobili artisticamente più perfetti ed eleganti“. Il calzaturificio “Alfredo Cavaliere“, al n.16 di Calata Fontanelle, offre come “specialità calzature di lusso per signore“, mentre il “Premiato Istituto Ottico P. Bettarini“, in via Roma, 146, garantisce un “assortimento speciale in lenti radioattive Telegic. e di binocoli da teatro e da campagna“.
La Ditta “Lavori in cuoio“ di Alfredo Cajano nell’unica sede di via Nardones fabbrica, vende e ripara “valigie, bauli, sacchi, portamantelli, cappelliere, montature di borse, cornici, albums e ricami“ e, per i “fattorini di banche“, anche “porta valori, porta cambiali e tracolle“. “La Meridionale“ al n. 60 del “Rettifilo“ ricorda che “la vendita a rate è la migliore garanzia dell’ottima riuscita dei nostri materassi!!!“. La “Shilton“, che ha negozi di tessuti esteri e nazionali in via S.Brigida, in via Municipio e in via Duomo, si sente più forte perfino della superstizione dei napoletani tanto da chiudere l’inserto pubblicitario ricordando le “specialità articoli di lutto.”.
La “Real Pasticceria“ palermitana del cav. Salvatore Gulì, che si vanta di aver inventato la cassata siciliana, spedisce anche a Napoli , “contro cartolina vaglia pacchi postali“, la cassata, i cannoli, le mustacciole e il terribile torrone pietrafendola, banco di prova per la solidità dei denti, e garantisce che la “frutta di pasta di mandorla“ è “imitazione dal vero“. I prezzi sono alti: un cannolo Gulì costa due lire, un terzo della “giornata“ di un bracciante. Come si vede nell’immagine, l’impaginatore piazza accanto alla pubblicità del famoso pasticciere quella del “fragolene“, “l’imperatore dei purganti“, che va provato, perché è “gustosissimo“ – sa di fragola – : inoltre, un flacone piccolo costa poco più di un cannolo di Gulì. L’impaginatore l’ha fatto apposta?
(Foto: Ugo Matania, La stagione mondana nell’isola di Capri, tempera in bianco e nero, 1926)

