Oncologia e nutrizione, la sfida passa dall’epigenetica: esperti a confronto a Napoli

Riceviamo e pubblichiamoL’appuntamento di rilievo nazionale e internazionale si terrà il 24 giugno 2026 presso l’Hotel Santa Lucia a Napoli, sotto la responsabilità scientifica della Prof.ssa Teresa Esposito. Al centro del dibattito la necessità clinica di fare rete tra discipline e il ruolo cardine della nutrizione in oncologia presidiata da medici specialisti. Spazio ai giovani ricercatori con la quarta edizione del Premio “Giovanni Delrio”. ​– Torna a Napoli, per la sua ottava edizione, uno degli appuntamenti scientifici più autorevoli nel panorama medico attuale dedicato al legame profondo tra genetica, nutrizione e patologie oncologiche. Il convegno, dal titolo “Epigenetica ed onconutrizione: Approcci integrati tra Obesità e Infiammazione”, si svolgerà il prossimo 24 giugno 2026 nella splendida cornice dell’Hotel Santa Lucia (Via Partenope, 46). ​L’evento è guidato dalla Prof.ssa Teresa Esposito, in qualità di Responsabile Scientifico, figura di riferimento che unisce all’attività clinica sul territorio (UOC Medicina Interna Ospedale Cav. Apicella Pollena ASL Napoli 3 Sud) la docenza accademica internazionale come Adjunct Professor alla Temple University di Philadelphia. Il prestigioso comitato scientifico è composto dai professori G. Fiorentino, M. Esposito V. Zurlo e A. Giordano. ​L’importanza di fare rete e il ruolo cardine dell’Onconutrizione Il cuore di questo meeting di caratura nazionale e internazionale risiede nella forte spinta verso la multidisciplinarità. Oggi più che mai vi è l’esigenza clinica di fare rete tra tutte le discipline coinvolte, abbattendo gli scomparti stagni della medicina per porre al centro il paziente oncologico attraverso percorsi assistenziali integrati che colleghino l’ospedale e il territorio. ​In questo scenario, gli specialisti convergono sulla necessità assoluta di parlare — e continuare a parlare — di onconutrizione. La nutrizione legata all’oncologia non può essere considerata un aspetto secondario o terapeuticamente marginale, ma deve essere rigorosamente gestita da specialisti del settore, medici specialisti e specialisti in dietologia clinica. Le evidenze scientifiche più recenti dimostrano infatti come le condizioni metaboliche, l’infiammazione cronica e l’obesità agiscano da veri e propri driver tumorali influenzando i meccanismi epigenetici; interventi nutrizionali mirati e precisi sono dunque alleati strategici per supportare l’efficacia delle terapie e migliorare l’outcome clinico dei pazienti. ​Futuro e Ricerca Pura: Il Premio “Giovanni Delrio” L’evento si distingue nel panorama scientifico come uno dei pochissimi appuntamenti rimasti che investe attivamente sulle nuove generazioni, premiando il miglior lavoro scientifico di giovani ricercatori che si stanno affacciando alla ricerca pura nell’ambito dell’oncologia e della nutrizione clinica a essa associata. ​Il cuore di questa valorizzazione è il Premio “Giovanni Delrio” (giunto alla sua quarta edizione nell’ambito della manifestazione), dedicato alla migliore presentazione poster scientifico. Per i giovani medici e ricercatori, la partecipazione rappresenta una profonda promozione morale, un’occasione unica per confrontarsi con la comunità scientifica. Allo stesso tempo, per gli scienziati e i clinici che da anni si occupano di ricerca ai massimi livelli, questo premio agisce da volano, proiettando l’intera comunità medica verso il dovere formativo ed etico di accogliere, supportare e far crescere nuove forze in questo settore cruciale. ​Un Programma di Eccellenza Patrocinata Il fitto programma dei lavori  prevede saluti istituzionali di rilievo e tre intense sessioni di aggiornamento che vedranno la partecipazione di esperti provenienti dalle più importanti realtà ospedaliere e universitarie campane e internazionali, come l’Università Federico II, la Vanvitelli, l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale e lo Sbarro Institute (SHRO) di Philadelphia ​Il congresso gode del patrocinio di istituzioni chiave tra cui la ASL Napoli 3 Sud, la Regione Campania, l’INT Fondazione Pascale e la Temple University. La segreteria organizzativa e il provider ECM sono affidati ad Andromeda E20.  

Il cinema Hollywoodiano: tra lo Star system e la United Artists

Bentornati al ventiduesimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”. Oggi ripercorriamo l’evoluzione del cinema negli anni Dieci e Venti, soffermandoci in particolare sul contesto americano ed europeo, con un focus approfondito sulla cinematografia francese e sulle avanguardie.     Negli Stati Uniti, gli anni Dieci sono segnati dallo sviluppo dello studio system a Hollywood e dalla progressiva conquista del mercato globale, dinamica accelerata dagli sconvolgimenti della prima guerra mondiale che misero in crisi le industrie europee. In questo scenario si colloca un’opera cardine come la nascita di una nazione del 1915 di David Wark Griffith, un film fondamentale per la codifica della narrazione classica e per la definizione dei parametri formali e stilistici che avrebbero regolato la produzione cinematografica successiva. Parallelamente, nel 1919, grandi personalità dello star system e della regia come Mary Pickford, Douglas Fairbanks, Charlie Chaplin e lo stesso Griffith scelsero di unirsi per fondare la United Artists, una celebre società di distribuzione concepita con l’obiettivo specifico di tutelare e valorizzare l’indipendenza artistica e il controllo diretto sulle proprie creazioni. Nel decennio successivo al conflitto, l’industria cinematografica francese si trovò ad affrontare una profonda crisi economico-produttiva, dovuta alla frammentazione delle imprese, alla scarsità di capitali e alla massiccia concorrenza dei prodotti hollywoodiani. Per reagire a questa situazione, molti autori scelsero di percorrere la via del cinema d’arte riducendo i costi di produzione, dando vita al celebre movimento dell’impressionismo francese. Questa corrente contava su figure di spicco come Jean Epstein, Abel Gance, Marcel L’Herbier e Germaine Dulac, affiancati dal lavoro teorico di critici come Louis Delluc e Léon Moussinac. Il nucleo teorico dell’impressionismo si fondava sul concetto di fotogenia (photogénie), intesa come la capacità intrinseca del cinema di trasfigurare esteticamente la realtà visibile, conferendo a oggetti e dettagli un significato nuovo e profondo. I registi impressionisti non cercavano di scardinare l’intero racconto tradizionale, che procedeva solitamente in modo lineare, ma lo intervallano con sequenze evocative per esplorare la psicologia e le reazioni emotive dei personaggi. A livello stilistico e formale, gli autori ricorrono ampiamente a espedienti visivi complessi come il montaggio ritmico, il rallentatore, le sfocature e le sovrimpressioni. Nonostante il grande fervore culturale e la nascita di testi teorici fondamentali come Naissance du cinéma pubblicato da Moussinac nel 1925, il movimento impressionista cominciò a sfaldarsi nella seconda metà degli anni Venti a causa di divisioni interne e del fallimento delle storiche case di produzione indipendenti create dagli stessi registi. Parallelamente alle dinamiche industriali, gli anni Venti videro fiorire in Europa correnti cinematografiche ancora più radicali che operavano al di fuori dei circuiti commerciali, ponendo la Francia come principale centro di irraggiamento dell’avanguardia. Le radici di queste sperimentazioni affondano nei movimenti artistici nati negli anni Dieci, come il futurismo italiano, che celebrava il dinamismo e la simultaneità attraverso l’uso di specchi deformanti e trucchi fotografici in film purtroppo per la maggior parte perduti. A metà degli anni Dieci si sviluppò il dadaismo, un movimento che proponeva una visione del mondo dominata dall’assurdo, dal caso e dal rifiuto radicale dei valori estetici tradizionali. Nel cinema, l’esperienza dadaista si tradusse in brevi opere provocatorie proiettate durante serate-evento, come Retour à la raison di Man Ray, realizzato applicando sale e frammenti direttamente sulla pellicola, o il celebre Anémic cinéma di Marcel Duchamp, basato sulla rotazione di dischi con scritte e spirali geometriche. Dal dadaismo prese presto le mosse il surrealismo, fortemente influenzato dalle nascenti teorie della psicoanalisi. I registi surrealisti cercavano di tradurre sullo schermo il linguaggio incoerente, distorto e privo di freni inibitori dei sogni, ricorrendo a trame anomale, accostamenti bizzarri e costanti allusioni di natura erotica. Man Ray realizzò opere come Emak Bakia e L’étoile de mer, ma il vertice assoluto del cinema surrealista venne toccato da Luis Buñuel e Salvador Dalí con il cortometraggio d’esordio Un chien andalou del 1929. Il film immerge lo spettatore in un flusso puramente onirico e sovversivo, scardinando i vincoli narrativi classici e mettendo in scena ossessioni personali collegate alle pulsioni di amore e morte, in aperta polemica contro l’avanguardia puramente formale dell’epoca. La carica eversiva del surrealismo proseguì poi con L’âge d’or del 1930, un lungometraggio denso di attacchi feroci alla morale borghese e alle istituzioni religiose, che scatenò enormi scandali e venne vietato per decenni. Infine, una parte dei registi d’avanguardia si riconobbe nella tendenza del Cinéma Pur. Aperto da opere celebri come Ballet mécanique del 1925, diretto dal pittore Fernand Léger e fotografato da Dudley Murphy, questo orientamento propone un cinema non narrativo. L’obiettivo fondamentale era ridurre il mezzo cinematografico ai suoi elementi visivi e ritmici primari, orchestrando un lirismo astratto composto esclusivamente da forme pure, ingranaggi in movimento e oggetti della vita quotidiana contrapposti alla narrazione del cinema commerciale. Bene cari cinefili/cinefile , se siete giunti fin qui vi attendo al prossimo appuntamento dove parleremo di… ops no spoiler.. o forse si… parleremo di grandi artisti e dell’analisi d una delle loro grandi opere ;^) A presto!!!

Le ricette di Biagio: cosciotto d’agnello. E’ l’arma del delitto in un famoso racconto che irride il genere “giallo”

Roald Dahl (1926 – 1990), scrittore, sceneggiatore, autore di libri per ragazzi, pubblicò il racconto “Cosciotto d’agnello” in originale Lamb to the Slaughter, nel 1953, sulla rivista “Harper’s Magazine”. Il racconto, nella traduzione in italiano, è stato inserito da Laura Grandi e da Stefano Tettamanti in una raccolta preziosa di “Racconti gastronomici” pubblicata da Einaudi nel 2012. La massima di Brillat- Savarin “fatemi vedere che cosa mangia e vi dirò che uomo è” è usata dagli autori per indicare l’idea-guida della raccolta. Da “Limina Mundi” l’immagine satirica in appendice.     Ingredienti: un cosciotto d’agnello, olio, sale, pepe, rosmarino, timo. Eliminate dal cosciotto le parti di grasso in eccesso, salate, pepate e liberate le carni da pieghe e da noduli con sapienti moti della mano, mettete il cosciotto in una teglia unta con un velo d’olio, e, ricoperto il cosciotto con un altro velo d’olio, “ornatelo” con il timo e il rosmarino. Fate cuocere in forno statico preriscaldato a 180° per due ore, girando il cosciotto a metà cottura: e quando sarà perfettamente rosolato da ogni lato, il cosciotto andrà in tavola ancora fumante.   Dahl apre il racconto con la scena di Mary Maloney che bacia il marito poliziotto tornato dal lavoro, gli prepara il bicchiere di whisky, nota che lui se ne versa un’altra dose abbondante, capisce che è stanco, e anche se è giovedì, giorno che essi dedicano di solito alla cena in ristorante, si dichiara pronta a restare in casa e a cucinare cotolette di agnello o di maiale, “quello che vuoi, il freezer è pieno”. Ma all’improvviso Patrick le ordina di sedersi, “devo parlarti”, e mentre “un muscolo gli si contraeva a scatti vicino all’occhio sinistro”, le dice che ha deciso di separarsi da lei, e mentre lui parla, Mary lo guarda “con stupore e raccapriccio, stordita” dal fatto che il marito “si allontanava da lei sempre più ad ogni parola”.   Lo stordimento della donna è così devastante che ella crede “d’ essersi immaginata tutto”, “che il marito non avesse parlato affatto”. E come se nulla fosse successo, Mary va a preparare la cena, tira fuori dal frigorifero un cosciotto d’agnello, ritorna nella stanza dove c’è il marito, e quando lui, senza guardarla, le dice “Non prepararmi la cena, vado fuori”, lei gli si avvicina, si mette alle sue spalle e lo colpisce sulla testa con il cosciotto, violentemente. Lui rimane “fermo impalato per almeno un cinque secondi”, poi “crollò sul tappeto”. Il rumore riporta Mary alla lucidità: ha ucciso il marito e ora deve crearsi un alibi. Va dal salumiere Sam, recita la scena dell’incontro con il sorriso sulle labbra e con vivacità – sorriso e vivacità a lungo provati davanti allo specchio, prima di uscire – e compra patate e piselli, e anche una fetta di torta al formaggio – Sam sa che al marito piace, e lei lo ammette “L’adora”, e dice al salumiere che il marito era troppo stanco per andare a cena fuori, come fanno di solito ogni giovedì. Tornata a casa, prima mette il cosciotto a cuocere nel forno e poi telefona alla polizia e sconvolta – anche a esprimere sconvolgimento si è, per un momento, allenata – grida:” Presto! Venite presto! Patrick è morto”.   I poliziotti arrivano, avviano le indagini, le chiedono di raccontare quello che sa, lei dice di essere andata dal salumiere per comprare la roba, un poliziotto va da Sam per i controlli di rito, e poco dopo, tra i singhiozzi che la scuotono senza freno, Mary sente dire dal poliziotto che il salumiere ha confermato tutto, “ si è comportata in modo del tutto normale…molto allegra, voleva preparargli una buona cena…impossibile che sia…”.Quattro poliziotti, amici del defunto, cercano per tutta la casa l’arma del delitto, un’arma di metallo, un vaso di bronzo, una chiave inglese: ma non trovano nulla. Quando il sergente Noonan dice a Mary che bisogna spegnere il forno, che è ancora acceso, “con dentro la carne”, la donna ha un altro colpo di genio: prega i poliziotti di mangiare il cosciotto, in memoria dell’amico ucciso, che “non mi perdonerebbe se non vi ospitassi in modo decente”.   I quattro si arrendono all’insistenza di Mary, e si mettono a tavola, e lei “attraverso la porta aperta li sentiva parlare tra di loro, sentiva le loro voci ingrossate e impedite, perché avevano la bocca piena di carne”. I quattro parlano dell’arma: “uno di loro ruttò” e si dichiarò convinto che l’arma era stata nascosta in casa. “Magari l’abbiamo proprio sotto il naso…Nell’altra stanza, a Mary Maloney scappò da ridere”. La risata della donna è il commento del geniale rovesciamento a cui Dahl ha sottoposto gli schemi tipici del genere “giallo”: il lettore sa dal primo momento chi è l’assassino, e i poliziotti non solo non scoprono chi è il colpevole, ma “consumano” e occultano definitivamente l’arma usata per il delitto.  

Dolore a San Giuseppe Vesuviano, muore in Costiera Amalfitana un motociclista di 49 anni

    La comunità di San Giuseppe Vesuviano è sotto choc per la tragica scomparsa di un concittadino di 49 anni, vittima di un incidente stradale avvenuto nella serata di venerdì lungo la Statale Amalfitana, nel territorio di Positano. La notizia si è diffusa rapidamente nel Vesuviano, lasciando sgomenti familiari, amici e conoscenti dell’uomo, molto conosciuto nella zona. Il 49enne stava trascorrendo una serata in Costiera a bordo della sua moto di grossa cilindrata quando il viaggio si è trasformato in tragedia. Secondo le prime informazioni raccolte dagli investigatori, il motociclista stava percorrendo la Statale 163 in direzione Sorrento. Giunto in località Garritta, avrebbe perso il controllo del mezzo mentre affrontava una curva. La moto è uscita dalla traiettoria finendo contro alcune automobili parcheggiate in una piazzola di sosta. L’impatto è stato devastante. Il veicolo ha colpito le vetture ferme e successivamente è finito sul tetto di un minivan. Per il centauro non c’è stato nulla da fare. A prestare i primi soccorsi sono stati alcuni residenti della zona e diversi automobilisti di passaggio che hanno immediatamente contattato il 118. Sul luogo dell’incidente sono giunte le ambulanze di Positano e il personale sanitario proveniente da Castiglione di Ravello. I medici hanno tentato disperatamente di salvare la vita al motociclista, ma le ferite riportate erano troppo gravi. I carabinieri stanno lavorando per ricostruire con precisione quanto accaduto. Al momento non risultano coinvolti altri veicoli in movimento e l’ipotesi prevalente è quella di una perdita autonoma del controllo della moto. Nel frattempo, a San Giuseppe Vesuviano cresce il cordoglio per una tragedia che ha colpito un’intera comunità. Sui social network sono numerosi i messaggi di vicinanza rivolti alla famiglia del 49enne, ricordato da molti come una persona stimata e benvoluta.

Voci e Visioni. Quando il lavoro non riporta a casa

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  Ci sono piaghe sociali che nel nostro vivere quotidiano non accennano a indietreggiare; tra queste quella delle morti sul lavoro. Non c’è maledetto giorno che non ci sia da piangere la morte improvvisa di lavoratori nel mentre si è proiettati alla massima vocazione dell’uomo, lavorare per progredire, lavorare per offrire condizioni di vita ottimali a sé e alle proprie famiglie, lavorare perché tutti insieme si possa ogni giorno ottenere un mondo migliore fatto di progresso, benessere, di civiltà. E proprio per tutto ciò la piaga delle morti bianche incombe nelle nostre vite con una tragicità impressionante, in modo ancora più grave per il disvalore morale che arreca al vivere insieme. Si muore sacrificando vite umane che muovono dalle proprie case per ottenere paradossalmente vite migliori, e a quelle case non si fa ritorno; padri, madri, fratelli, figli, ragazzi, è un dramma che non fa distinzioni di età, non conosce latitudini, ‘predilige’ alcuni settori ma in realtà non ne risparmia nessuno. Uno stillicidio quotidiano di vite spezzate, famiglie distrutte, sogni familiari interrotti, l’avvenire di tanti bambini segnati per il venir meno dei ‘pezzi’ più importanti della propria vita. E’ divenuto deprimente anche osservare spesso che trascorse le ore del dolore di comunità tante famiglie si ritrovano a chiudersi in un mondo di lutto e sconforto spesso da sole e con le inevitabili difficoltà nel riprendere un filo esistenziale. Fino a che anche uno solo dei nostri figli, dei nostri concittadini, dei nostri amici perderà la vita mentre lavora, in un cantiere, in un’azienda, officina, sulle strade, la società nella sua interezza non potrà dirsi pienamente una società moderna e progredita, ci sarà sempre altro sforzo da profondere per addivenire a misure di contrasto e prevenzione che evidentemente ancora oggi non sono sufficienti a evitare tragedie assurde che non fiaccano solo l’esistenza delle famiglie colpite ma rappresentano un lutto collettivo col quale ogni santo giorno si deve fare i conti. Nessuno può dirsi distante da questa piaga, e le Istituzioni devono provarle tutte per far sì che questa battaglia di civiltà sia un giorno vinta. Istituzioni a ogni livello, nazionali e territoriali, legislatori e amministratori, sindacati, associazioni di categoria, datoriali e di lavoratori, banche e istituti finanziari, committenze varie, tutti, nessuno escluso, deve sentirsi parte di uno schema di lotta alle morti bianche, ne va della salvezza dei propri figli, una società che non sia in grado di tutelare le proprie forze vitali non potrà mai dirsi veramente progredita e ricca. Un progresso che non si accompagni anche a tutele basilari non potrà dirsi tale, e per forza di cose non interesserebbe mai la società nel suo insieme. Si tratta di sfide epocali, e che ogni epoca ha già conosciuto, passi avanti ve ne sono sicuramente stati, ma evidentemente non si può dire che ciò sia abbastanza, è battaglia che va a connaturare non solo il grado di civiltà di una società, che riesce a parametrare un modello di Stato rispetto ad altri, allo stesso tempo lo sforzo di tutti deve tener conto di un mondo che cambia ogni giorno, che corre, non più veloce, ma alla velocità della luce, nelle sue evoluzioni di tecnica e strumenti con ovvie ricadute sul mondo del lavoro, della produzione, dei servizi resi al cittadino e alle imprese. Una società modello è una società che sia consapevole di tutto ciò, non arretri di un centimetro e sia piuttosto sempre più attenta a mettere in campo le misure più efficaci e certe per tutelare le vita dei propri figli che equivale a garantire dignità e grandezza di un popolo.

Marigliano, cappella gentilizia sequestrata dopo segnalazione

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  Proseguono senza sosta le attività investigative della Polizia Locale di Marigliano nell’ambito dei controlli avviati all’interno del cimitero cittadino. Gli accertamenti, coordinati dal comandante Emiliano Nacar e condotti dal nucleo di Polizia Giudiziaria, hanno portato nelle scorse ore a un nuovo intervento che ha fatto emergere ulteriori irregolarità all’interno di una cappella gentilizia situata nel vecchio camposanto. L’attenzione degli agenti è stata richiamata dalle numerose segnalazioni relative alla presenza di forti e persistenti odori riconducibili a fenomeni di decomposizione. Una situazione che aveva destato preoccupazione tra i visitatori e i residenti della zona, spingendo la Polizia Locale ad effettuare un sopralluogo approfondito. Durante le verifiche, gli operatori hanno individuato la provenienza delle esalazioni, accertando che l’odore proveniva da una cappella nella quale erano state realizzate opere non autorizzate. In particolare sarebbero state installate tubazioni abusive, predisposte per consentire lo sfogo dei gas derivanti dai processi di decomposizione dei feretri presenti all’interno della struttura. Alla luce di quanto emerso, è stato disposto l’immediato sequestro preventivo della cappella, misura adottata per tutelare la salute pubblica e impedire eventuali ulteriori conseguenze derivanti dalla situazione riscontrata. L’intervento rappresenta un nuovo tassello nell’ampia attività investigativa che la Polizia Locale di Marigliano sta portando avanti da mesi per fare luce sulle anomalie riscontrate nel sistema delle tumulazioni e nella gestione di alcune cappelle gentilizie, sia di vecchia che di recente costruzione. Le indagini proseguono per verificare eventuali ulteriori responsabilità e accertare la presenza di altre situazioni analoghe. L’obiettivo dichiarato è quello di contrastare ogni forma di irregolarità e garantire il rispetto delle norme sanitarie e di sicurezza all’interno dell’area cimiteriale, a tutela della collettività e del decoro del luogo sacro.

Pomigliano d’Arco, taglio del nastro del centro per il supporto alle persone fragili

 E’ stata inaugurata ieri, 19 giugno, la nuova Stazione di Posta – Centro Servizi dell’Ambito Territoriale N25. La  struttura  è stata realizzata con  i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza volti al contrasto dell’esclusione sociale.   Si chiama Stazione di Posta ed è un presidio sociale pensato per offrire sostegno alle persone più fragili. Il centro è stato inaugurato nel pomeriggio di  ieri, 19 giugno, nel corso Vittorio Emanuele a Pomigliano d’Arco. Alla cerimonia hanno preso parte la sottosegretaria all’Interno, Vanda Ferro, il prefetto di Napoli, Michele di Bari, oltre al sindaco di Pomigliano, Raffaele Russo, il sindaco di Sant’Anastasia, Mariano Caserta, e il vicesindaco di Pomigliano (con la delega alle politiche sociali) Domenico Leone. L’obiettivo è quello di promuovere percorsi di inclusione sociale e autonomia. La sottosegretaria ha voluto ringraziare il prefetto “per quella sua capacità di rappresentare lo Stato sul territorio, di farlo tra la gente e non solo negli uffici e per restituire al cittadino la fiducia nelle istituzioni”. Il sindaco Russo, dopo aver ribadito l’impegno del comune di Pomigliano sul fronte dei servizi sociali, ha sottolineato la vicinanza della Prefettura per “rispondere alle esigenze di sicurezza” con l’istituzione della cosiddette zone rosse e le iniziative per avviare lo sgombero degli occupanti abusivi da alcuni alloggi.

Alcol e adolescenti: un rischio reale per salute, sviluppo e benessere

Tra pressione sociale, social media e cultura dello sballo: cosa dice davvero la scienza . Negli ultimi anni una domanda mi viene posta sempre più spesso da genitori, insegnanti e operatori sanitari: «Ma davvero bere qualche drink nel fine settimana può essere così dannoso per un ragazzo di sedici anni?»     La risposta non nasce da giudizi morali o da allarmismi, ma dalle evidenze scientifiche. Durante l’adolescenza l’organismo è ancora in una fase di profondo sviluppo e il consumo di alcol può interferire con importanti processi biologici, metabolici e neurologici.   Perché l’alcol è più dannoso durante l’adolescenza? L’adolescente non è semplicemente un adulto in miniatura. Il suo organismo è un sistema in continua evoluzione: cervello, fegato, apparato endocrino e metabolismo stanno ancora completando la loro maturazione. Quando viene assunto alcol, il fegato deve metabolizzarlo attraverso specifici enzimi. Sebbene questi siano già presenti nei giovani, la capacità complessiva di gestire gli effetti tossici dell’alcol è inferiore rispetto a quella dell’adulto, soprattutto in relazione al peso corporeo, alla maturazione degli organi e alla maggiore vulnerabilità del sistema nervoso. Le conseguenze non si limitano al classico malessere del giorno successivo. L’assunzione di alcol può alterare la qualità del sonno, compromettere la concentrazione, influenzare il rendimento scolastico e aumentare la propensione a comportamenti impulsivi o rischiosi.   Il cervello adolescente: un organo ancora in costruzione Uno degli aspetti più importanti riguarda il cervello. Le neuroscienze hanno dimostrato che lo sviluppo cerebrale continua fino ai 20-25 anni, con particolare riferimento alla corteccia prefrontale, l’area coinvolta nel controllo degli impulsi, nella capacità decisionale, nella pianificazione e nella gestione delle emozioni. L’esposizione precoce e ripetuta all’alcol può interferire con questi delicati processi di maturazione, aumentando il rischio di difficoltà cognitive, comportamentali e di dipendenza in età adulta.    La pressione sociale e il fenomeno del binge drinking Se la biologia ci spiega perché l’alcol rappresenti un rischio per gli adolescenti, è necessario comprendere anche le ragioni sociali che favoriscono il consumo. Negli ultimi anni si è diffuso il fenomeno del binge drinking, caratterizzato dall’assunzione di grandi quantità di alcol in tempi molto brevi con l’obiettivo di raggiungere rapidamente uno stato di ebbrezza. I social media contribuiscono spesso a normalizzare questi comportamenti, associando il consumo di alcol e, talvolta, di sigarette o sigarette elettroniche a modelli di successo, popolarità e integrazione nel gruppo. Molti ragazzi non bevono perché apprezzano realmente l’alcol, ma perché desiderano sentirsi accettati, ridurre l’ansia sociale o conformarsi alle aspettative del gruppo.   Nutrizione, stile di vita e prevenzione La prevenzione non può basarsi esclusivamente sui divieti. È fondamentale costruire una vera cultura della salute. Una corretta alimentazione, un’attività fisica regolare, un sonno adeguato e una buona educazione emotiva rappresentano strumenti essenziali per rafforzare la resilienza psicofisica dei giovani. L’alcol e il fumo aumentano lo stress ossidativo e favoriscono processi infiammatori che, nel tempo, possono contribuire all’insorgenza di numerose patologie. Per questo motivo è importante promuovere scelte consapevoli e fornire ai ragazzi informazioni scientificamente corrette, comprensibili e prive di inutili allarmismi.    Il messaggio finale Ai miei studenti e ai miei giovani pazienti ricordo sempre che la conoscenza ha valore soltanto quando si traduce in scelte concrete. Dire di no a un bicchiere in più o a una sigaretta non significa essere esclusi dal gruppo, ma esercitare la propria libertà e tutelare il proprio futuro. La salute di domani si costruisce attraverso le decisioni di oggi. Aiutiamo i nostri ragazzi a comprendere che la vera autonomia non consiste nel seguire una moda, ma nel saper scegliere ciò che protegge il proprio benessere fisico e mentale.    

Poggiomarino sotto choc: incendio devasta parte del Parco Archeologico di Longola

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Distrutti infopoint e laboratori didattici del sito archeologico. Salvo il villaggio protostorico. Indagini in corso, non si esclude la pista dolosa.

   

Una notte di paura e sgomento ha scosso Poggiomarino. Un vasto incendio è divampato nelle prime ore di oggi all’interno del Parco Archeologico Naturalistico di Longola, uno dei siti più preziosi dell’intero territorio vesuviano e della valle del Sarno, provocando gravi danni ad alcune strutture di servizio e riaccendendo i riflettori sulla tutela di un patrimonio culturale unico.

Le fiamme, secondo le prime ricostruzioni, si sono sviluppate poco dopo le 2 di notte del 19 giugno, partendo da un casolare situato all’interno dell’area del parco per poi propagarsi rapidamente alla vegetazione circostante. L’intervento dei Vigili del Fuoco, supportati dai carabinieri della stazione di Poggiomarino, ha evitato conseguenze ancora più gravi.

Il bilancio, seppur pesante, poteva essere drammatico. Il rogo ha infatti distrutto l’infopoint d’ingresso e i laboratori didattici, spazi centrali per le attività di divulgazione, accoglienza scolastica e valorizzazione culturale del parco. La notizia che attenua almeno in parte lo sconforto riguarda però il cuore del sito: nessun reperto archeologico risulta danneggiato, così come è salvo il celebre villaggio protostorico ricostruito all’interno dell’area.

L’episodio ha immediatamente suscitato forte preoccupazione nell’intero comprensorio vesuviano. Longola non è infatti un sito qualunque. Scoperto nel 2000 durante i lavori per la realizzazione di un depuratore, il sito ha restituito agli archeologi una scoperta straordinaria: un villaggio fluviale dell’età del Bronzo, costruito su isolotti artificiali circondati da canali navigabili, considerato un unicum nel panorama archeologico europeo. Qui vissero i Sarrasti, antica popolazione insediata lungo il fiume Sarno, in un sistema abitativo che testimonia un avanzato rapporto tra uomo, acqua e territorio già nel II millennio avanti Cristo.

Proprio per il suo enorme valore storico, culturale e turistico, Longola rappresenta da anni un simbolo delle potenzialità di rilancio dell’area. Il parco, aperto al pubblico dal 2018, è diventato progressivamente un luogo di formazione, visite scolastiche, laboratori e iniziative culturali.

Sulle cause dell’incendio resta massimo riserbo. Gli investigatori stanno lavorando per chiarire l’origine del rogo e, al momento, non viene esclusa alcuna ipotesi, compresa quella dolosa. Una pista che, se confermata, renderebbe l’accaduto ancora più inquietante.

L’incendio di Longola non rappresenta soltanto un danno materiale. È una ferita che colpisce l’identità stessa del territorio. In un’area che da anni prova a coniugare memoria, tutela ambientale e sviluppo culturale, quanto accaduto assume un significato profondo.

La speranza, ora, è che i danni possano essere riparati in tempi rapidi e che il parco possa tornare presto alla piena operatività. Per Poggiomarino e per l’intera area vesuviana, Longola resta molto più di un sito archeologico: è una finestra aperta sulle radici più antiche di questa terra.

Sold out per “Femminile Singolare” al Giardino dei Miti di Pomigliano d’Arco

Grande partecipazione per lo spettacolo “Femminile Singolare”, andato in scena al Giardino dei Miti di Pomigliano d’Arco, che ha registrato il tutto esaurito.

   

L’evento ha inaugurato la rassegna teatrale “I Nostri Miti”, ideata da Totò Caprioli e diretta artisticamente da Luciano Melchionna. Giunta alla sua ottava edizione, la manifestazione proseguirà ogni giovedì, dal 18 giugno al 23 luglio, proponendo un ricco calendario di appuntamenti dedicati al teatro e alla cultura a ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Ad aprire la serata è stato l’open act della violinista e cantante H.E.R., che con la sua performance su un terrazzo nelle vicinanze del giardino, ha contribuito a creare un’atmosfera elegante e coinvolgente.

Lo spettacolo, presentato in anteprima nazionale, ha visto protagoniste Nunzia Schiano e Maria Bolignano, due interpreti che rappresentano con talento e personalità la comicità femminile napoletana.

«La risata tende a essere sottovalutata, soprattutto quando è una donna a far ridere. Il nostro obiettivo è abbattere gli stereotipi ancora presenti nel mondo del teatro», ha dichiarato Nunzia Schiano.

Attraverso monologhi, racconti e momenti musicali, Schiano e Bolignano hanno dato vita a uno spettacolo capace di far ridere, riflettere e anche cantare il pubblico. Un ruolo fondamentale è stato affidato alle musiche di Viviani, riarrangiate da Manu Squillante, Claudio Turner e Luca Masi, che hanno accompagnato la narrazione con sensibilità e originalità.

Una serata di grande successo che conferma ancora una volta il valore culturale della rassegna e l’affetto del pubblico per un teatro capace di coniugare intrattenimento, qualità artistica e riflessione sociale.