Bentornati al ventiduesimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”.
Oggi ripercorriamo l’evoluzione del cinema negli anni Dieci e Venti, soffermandoci in particolare sul contesto americano ed europeo, con un focus approfondito sulla cinematografia francese e sulle avanguardie.
Negli Stati Uniti, gli anni Dieci sono segnati dallo sviluppo dello studio system a Hollywood e dalla progressiva conquista del mercato globale, dinamica accelerata dagli sconvolgimenti della prima guerra mondiale che misero in crisi le industrie europee. In questo scenario si colloca un’opera cardine come la nascita di una nazione del 1915 di David Wark Griffith, un film fondamentale per la codifica della narrazione classica e per la definizione dei parametri formali e stilistici che avrebbero regolato la produzione cinematografica successiva. Parallelamente, nel 1919, grandi personalità dello star system e della regia come Mary Pickford, Douglas Fairbanks, Charlie Chaplin e lo stesso Griffith scelsero di unirsi per fondare la United Artists, una celebre società di distribuzione concepita con l’obiettivo specifico di tutelare e valorizzare l’indipendenza artistica e il controllo diretto sulle proprie creazioni.
Nel decennio successivo al conflitto, l’industria cinematografica francese si trovò ad affrontare una profonda crisi economico-produttiva, dovuta alla frammentazione delle imprese, alla scarsità di capitali e alla massiccia concorrenza dei prodotti hollywoodiani. Per reagire a questa situazione, molti autori scelsero di percorrere la via del cinema d’arte riducendo i costi di produzione, dando vita al celebre movimento dell’impressionismo francese. Questa corrente contava su figure di spicco come Jean Epstein, Abel Gance, Marcel L’Herbier e Germaine Dulac, affiancati dal lavoro teorico di critici come Louis Delluc e Léon Moussinac. Il nucleo teorico dell’impressionismo si fondava sul concetto di fotogenia (photogénie), intesa come la capacità intrinseca del cinema di trasfigurare esteticamente la realtà visibile, conferendo a oggetti e dettagli un significato nuovo e profondo. I registi impressionisti non cercavano di scardinare l’intero racconto tradizionale, che procedeva solitamente in modo lineare, ma lo intervallano con sequenze evocative per esplorare la psicologia e le reazioni emotive dei personaggi. A livello stilistico e formale, gli autori ricorrono ampiamente a espedienti visivi complessi come il montaggio ritmico, il rallentatore, le sfocature e le sovrimpressioni. Nonostante il grande fervore culturale e la nascita di testi teorici fondamentali come Naissance du cinéma pubblicato da Moussinac nel 1925, il movimento impressionista cominciò a sfaldarsi nella seconda metà degli anni Venti a causa di divisioni interne e del fallimento delle storiche case di produzione indipendenti create dagli stessi registi.
Parallelamente alle dinamiche industriali, gli anni Venti videro fiorire in Europa correnti cinematografiche ancora più radicali che operavano al di fuori dei circuiti commerciali, ponendo la Francia come principale centro di irraggiamento dell’avanguardia. Le radici di queste sperimentazioni affondano nei movimenti artistici nati negli anni Dieci, come il futurismo italiano, che celebrava il dinamismo e la simultaneità attraverso l’uso di specchi deformanti e trucchi fotografici in film purtroppo per la maggior parte perduti.
A metà degli anni Dieci si sviluppò il dadaismo, un movimento che proponeva una visione del mondo dominata dall’assurdo, dal caso e dal rifiuto radicale dei valori estetici tradizionali. Nel cinema, l’esperienza dadaista si tradusse in brevi opere provocatorie proiettate durante serate-evento, come Retour à la raison di Man Ray, realizzato applicando sale e frammenti direttamente sulla pellicola, o il celebre Anémic cinéma di Marcel Duchamp, basato sulla rotazione di dischi con scritte e spirali geometriche.
Dal dadaismo prese presto le mosse il surrealismo, fortemente influenzato dalle nascenti teorie della psicoanalisi. I registi surrealisti cercavano di tradurre sullo schermo il linguaggio incoerente, distorto e privo di freni inibitori dei sogni, ricorrendo a trame anomale, accostamenti bizzarri e costanti allusioni di natura erotica. Man Ray realizzò opere come Emak Bakia e L’étoile de mer, ma il vertice assoluto del cinema surrealista venne toccato da Luis Buñuel e Salvador Dalí con il cortometraggio d’esordio Un chien andalou del 1929. Il film immerge lo spettatore in un flusso puramente onirico e sovversivo, scardinando i vincoli narrativi classici e mettendo in scena ossessioni personali collegate alle pulsioni di amore e morte, in aperta polemica contro l’avanguardia puramente formale dell’epoca. La carica eversiva del surrealismo proseguì poi con L’âge d’or del 1930, un lungometraggio denso di attacchi feroci alla morale borghese e alle istituzioni religiose, che scatenò enormi scandali e venne vietato per decenni.
Infine, una parte dei registi d’avanguardia si riconobbe nella tendenza del Cinéma Pur. Aperto da opere celebri come Ballet mécanique del 1925, diretto dal pittore Fernand Léger e fotografato da Dudley Murphy, questo orientamento propone un cinema non narrativo. L’obiettivo fondamentale era ridurre il mezzo cinematografico ai suoi elementi visivi e ritmici primari, orchestrando un lirismo astratto composto esclusivamente da forme pure, ingranaggi in movimento e oggetti della vita quotidiana contrapposti alla narrazione del cinema commerciale.
Bene cari cinefili/cinefile , se siete giunti fin qui vi attendo al prossimo appuntamento dove parleremo di… ops no spoiler.. o forse si… parleremo di grandi artisti e dell’analisi d una delle loro grandi opere ;^)
A presto!!!






