Di bene comune non si può parlare, chi lo fa è mal visto o considerato un poco di buono, un perditempo. Eppure, le nostre città sono rovinate proprio perchè quel bene comune viene quotidianamente ignorato.
Caro Direttore,
domenica scorsa, i maggiori quotidiani italiani hanno pubblicato una pagina, a pagamento, contenente un appello ai candidati per la segreteria nazionale del PD, a tutti gli amministratori della cosa pubblica e ai cittadini di buona volontà. Il cuore dell”appello si avvitava attorno ad un concetto (o a un grido di dolore) chiarissimo: “L”Italia sta soccombendo sotto la mancanza di legalità e del rispetto del bene pubblico. La questione morale si impone alle nostre coscienze”.
L”Italia sta soccombendo ma si intende che stanno soccombendo le città, i paesi, i più sperduti villaggi, ogni piccola realtà. Perchè trionfa l”egoismo, l”interesse, il calcolo, il vantaggio. L”altruismo, la solidarietà, il pensiero plurale restano ancora concetti duri da digerire. Specie dalle nostre parti, dove molti amministratori della cosa pubblica siedono sugli scranni istituzionali per discendenza familiare, per appartenenza a clan di potere, per investitura di partiti-famiglia, di partiti-fai da te, di partiti-espressione di interessi di bottega.
Se si rovista nella nomenclatura locale (cittadina, provinciale e regionale) ci sono esempi illuminanti di “rappresentanti del popolo” (è solo un eufemismo!), che hanno ricoperto e ricoprono cariche istituzionali, perchè in quel posto già c”era stato magari il nonno, perchè quel posto era stato come un appannaggio di famiglia (spesso, il mantenimento dell”appannaggio ha giustificato anche cambi repentini di magliette [credo si dica trasformismo]), perchè l”occupazione di quel posto ha rappresentato e rappresenta il voto da sciogliere in memoria di un familiare, un padrino o un compagno di infanzia (ma anche di giochi, di avventure o solo di merende).
“La corruzione nella sola pubblica amministrazione costa a ogni cittadino 1000 euro all”anno:non sono i terremoti, le alluvioni o i vulcani a uccidere i nostri concittadini, è la corruzione a farlo”. Caro Direttore, com”è mutato il significato di bene comune! E guai a parlarne! Se ti scappa, infatti, il sostantivo “bene” accompagnato dall”aggettivo “comune” è come se ti fosse scappata una bestemmia, un”eresia, una maledizione. Perchè nell”immaginario collettivo, ormai, il “bene comune” è una sorta di traduzione del “male comune” e chi si ostina a parlarne, di volta in volta, a seconda degli umori e degli interessi dell”interlocutore, è catalogato o tra gli utopisti e gli idealisti (definizione buonista) o tra gli incapaci ed i deboli da cui difendersi (definizione malista, ma di senso corrente!). Ed, allora, tutto va a rotoli.
Il territorio è continuamente sottoposto al massacro, le istituzioni vivono di ciò che invia la società, i politicanti guazzano nel mare magnum della superficialità, della supponenza, dell”ignoranza, dell”illegalità. Non è possibile, però, che le colpe siano sempre da una sola parte. Nel 1973, quando Napoli e la Campania soffrirono dell”epidemia del colera, Eduardo De Filippo, immaginò che un tribunale avesse istruito un processo alla cozzeca (cozza, mitilo), rea di aver propagato il bacillo del morbo epidemico. Immaginò, inoltre, Eduardo, che al termine del dibattimento, chiamata a discolparsi, la cozzeca avesse risposto: “Là sotto [nelle profondità del mare], presidè, pare l”inferno. Chello c”arriva, “a cozzeca se mangia. Si arriva merda, arriva dall”esterno”. Proprio come nelle istituzioni!
Eppure, Direttore, c”è tanta gente, che, in silenzio, si impegna a favore degli altri, tutela l”ambiente, fa volontariato, ma vuole stare in disparte, nascosta, perchè pensa, magari, che non sta veramente lavorando per il “bene comune” ma solo per l”affermazione di un proprio bisogno. “Guai a dire alla gente che è meglio di come è dipinta ed essa si dipinge. Che, anche se non lo vuole ammettere, se non vuole sentir parlare: contribuisce al “bene comune”. Guai. Penserebbe che la prendi in giro. Peggio: che la insulti e intendi metterla in cattiva luce” (Ilvo Diamanti, “Sillabario dei tempi tristi”, Feltrinelli, 2009).
Direttore, l”appello a cui inizialmente ho fatto riferimento si concludeva così: “se gli italiani non reagiranno, presidiando la legalità e pretendendo il cambiamento, l”Italia non si risolleverà”. Io ci credo. Però, prima di salutarti, ti voglio raccontare un altro paio di cose. La prima è una storia riferitami da una mia amica preside. Mi ha detto che un genitore le ha telefonato; era agitato ed incazzato, perchè in classe del figlio c”era un”alunna araba, che indossava il velo islamico. “Vergognatevi”, ha detto il genitore alla mia amica preside, “la dovete mettere immediatamente fuori, la dovete cacciare dalla scuola. Quell”alunna è sporca, porta malattie, la sola vicinanza insudicia i nostri figli”.
La seconda cosa, invece, appartiene al mio quotidiano. Come ben sai, mi capita, spesso, di girare l”Italia, in lungo e in largo, per alcune mie attività professionali, e –di conseguenza- di conoscere persone nuove. Sovente, all”atto delle presentazioni, mi sento ripetere come un ritornello: “Ah, Raffaele Scarpone! Uno con un nome così deve essere per forza un meridionale!”. Come se avessi un marchio d”infamia, un”etichetta, un numero sulla divisa.
Direttore, dici che i fatti ultimi non sono attinenti con la premessa? Che nonostante l”esistenza di certi individui, c”è sempre la possibilità che le cose possano cambiare (in meglio, ovviamente)? Va bene, io di te mi fido e, fiducioso, aspetto.




