PERCHÉ MOLTI SONO TRISTI NEI GIORNI DI FESTA?

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Sempre più persone si lamentano delle festività natalizie, perchè occasione di malessere e malinconia. È un problema di autostima. Alcuni suggerimenti per invertire la tendenza.
Di Silvano Forcillo

Anzitutto, desidero porgere alle care lettici e ai cari lettori di “ilmediano.it”, i miei più cordiali e sinceri auguri di buone feste e di un Natale piacevole e sereno.

Nelle mie interazioni sociali e nella mia attività di psicoterapeuta, sempre più spesso, mi capita di ascoltare le persone che si lamentano dell”arrivo delle festività e di come, queste, siano più occasione di malessere, tristezza e malinconia piuttosto che un”occasione per stare bene, sereni, rilassarsi e divertirsi.

In particolare, infatti, sembra che questa spiacevole sensazione di malessere, disagio e di vera e propria malinconia si avverta maggiormente nelle festività natalizie e nella festività di fine anno, piuttosto che nelle vacanze estive, nei fine settimana o nei cosiddetti “ponti festivi”.

Le feste rappresentano il tempo in cui si è improvvisamente liberi dall”attività lavorativa e si è, quindi, senza accorgersene, in un contatto più diretto con sè stessi, senza essere impegnati nel pensare, nel fare, nell”agire quotidiano e nelle solite preoccupazioni del vivere. Le feste, infatti, costituiscono da un lato l”unico, vero momento in cui si è liberi di riposare, divertirsi, pensare alla propria salute e al proprio benessere, fisico e psicologico, dall”altro, l”unico momento “istituzionalizzato” in cui si assapora, per maggiore libertà di tempo, un contatto diretto con i propri e irrinunciabili bisogni, con le vere e mai ascoltate esigenze personali, sociali, affettive, amorose ed esistenziali.

Ecco allora riemergere, spesso, prepotenti e dolorose, le più recondite frustrazioni, gli insostenibili disagi esistenziali, le paure dell”incerto, le aspettative legate al futuro e all”avvento del nuovo anno, o si sente, con maggior dolore del solito, la mancanza delle persone care, che non sono più con noi, o non più vicine a noi.

In altre parole, nelle feste, nei momenti di libertà e nelle occasioni in cui si può liberamente vivere il piacere, la gioia e il divertimento, fa capolino, distruggendo la ritrovata serenità, il “sabotaggio dell”autostima”. Il sabotaggio, che siamo soliti attuare, ogni volta, che siamo sereni e felici; quante volte, infatti, ci è capitato di pensare: “chissà come dovrò pagare questo momento di serenità :chissà, se durerà questo momento di felicità:”. Insomma, non ci sentiamo, nè più capaci di stare bene, nè più desiderosi di vivere bene.

A questo proposito, mi piace ricordare quali sono i fondamentali “tre pilastri” dell”autostima: riconoscersi il diritto di esistere; riconoscersi il diritto di vivere bene; riconoscersi il diritto di essere felici. Quanti possono affermare di avere una siffatta autostima?

Eppure l”autostima è all”origine del vivere bene, dello stare bene con sè stessi e sentirsi in diritto di divertirsi ed essere felici, invece il più delle volte, i soli diritti che riconosciamo a noi stessi sono: pensare, dovere e fare che, secondo il punto di vista della psicologia umanistico-esistenziale, vengono definiti i tre “contropilastri e i distruttori dell”autostima”, i quali, proprio attraverso il nostro sabotaggio, mentre siamo felici, mentre siamo sereni e, mentre stiamo assaporando il piacere di vivere, il piacere di amare e il piacere di quello che siamo, ci richiamano immediatamente all”ordine, alla serietà, alle responsabilità, ai doveri e al “senso di colpa” per esserci permessi un momento di gioia, di riposo e spensieratezza.

Ci troviamo a combattere, lungo l”arco della nostra vita, sempre più spesso contro questi tre insopportabili imperativi e, sempre più spesso, ci neghiamo il diritto di essere felici, ma è soprattutto Natale, il momento in cui ci sentiamo più fragili e in preda alle nostre paure e alle nostre insoddisfazioni. È questo il periodo, infatti, in cui trascorriamo maggior tempo con i nostri familiari, di solito non vediamo così tanti parenti, come in questa occasione, e se si hanno conflitti familiari irrisolti, proprio in questi giorni, si sentono in maniera insostenibile. Spesso non ci rendiamo conto che tutti, intorno a noi, provano le stesse paure e gli stessi dolori, ma nessuno ha il coraggio di dirselo, perchè è Natale e si sente fortemente l”obbligo morale ed emotivo di essere sereni e buoni e non rovinare la “santa festa” ai nostri cari, ai parenti e agli ospiti.

Anche la festa di fine anno, spesso ci pone in una silenziosa, seria e triste riflessione, facendoci trovare di fronte ad una sorta di resoconto, o bilancio della nostra vita e delle nostre realizzazioni.
Infatti, in occasione della fine dell”anno, più che in altre festività, ci impegniamo a porci domande che non ci capita di chiederci in altre occasioni di divertimento e piacere: “cosa ho fatto fino ad oggi, cosa ho saputo costruire e realizzare, cosa ho dato ai miei cari, quanto sono cambiato o cresciuto, quanti anni sono già passati e chissà quanti ne potrò ancora vivere?” Pertanto, è quasi impossibile non essere attraversati, in questa festività, da un senso di profonda malinconia, tristezza e, a volte, anche una inspiegabile solitudine.

Come evitare queste spiacevoli sensazioni e gli insostenibili stati d”animo che proviamo nei giorni di festa? Il mio vuole essere solamente un semplice e puro suggerimento e non certamente la soluzione delle problematiche che ci limitano e addolorano, nel corso della nostra esistenza.

Anzitutto, bisogna assolutamente evitare di farsi aspettative. L”aspettativa, qualunque essa sia, o qualunque dimensione della nostra vita riguardi non è altro che sinonimo di “delusione” e di “dispiacere”, quindi, occorre imparare ad evitare le aspettative e anticipare il futuro, invece, si deve imparare a vivere la vita così com”è, imprevedibile e incalcolabile e coltivare e alimentare sogni e speranze e godere sempre di ogni attimo della nostra vita, nell”hic et nunc (nel qui ed ora!).

È necessario, inoltre, vivere le feste, soprattutto, come un meritato riposo e come una piacevole pausa, nel tran, tran della vita quotidiana, per potere, finalmente, pensare a sè stessi, prendersi cura di sè, facendo cose che, il tempo lavorativo, il tempo del solo dovere e il tempo delle tantissime e complesse responsabilità, ci impedisce di vivere e realizzare, come per esempio, fare un bagno caldo, leggere un buon libro, vedere quel film che non si è mai riuscito a vedere, cucinarsi qualcosa di buono e regalarsi qualcosa, che non avremmo mai osato comprare, visitare un museo, poltrire fino a mezzogiorno, scrivere delle lettere a chi non si sente o si vede da tanto tempo e dedicarsi a un salutare e rilassante e immotivato, o irrazionale riposo;

fare insieme alle persone amate e a noi care, qualcosa, che non sia specificatamente natalizio, festaiolo, convenzionale o “istituzionalizzato”, solo perchè così fanno tutti, ma fare solamente ciò che risponda ai tre pilastri del vivere consapevolmente felici: “mi piace; lo voglio; mi serve” ed è questo l”augurio che dedico, con affetto e stima, a tutti i nostri cari lettori.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

STORIA DEL “900. IL PCI TENTA IL SORPASSO ELETTORALE

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Nel 1975-76 le forze politiche moderate temono il PCI e invitano a votare DC, ma turandosi il naso. Intanto, l”Italia è preda del terrorismo e inquinata dal malaffare.
Di Ciro Raia

Nel mondo della politica cresce sempre più il prestigio del PCI di Enrico Berlinguer. Il segretario generale, parlando a Mosca, nel corso del XXV Congresso del PCUS, sostiene che la crisi dell”Italia potrà trovare uno sbocco solo se il PCI sarà chiamato a partecipare, con le altre forze popolari e democratiche, alla direzione della vita nazionale. Il partito comunista va, così, conquistando voti nella borghesia e, nel corso delle elezioni regionali del 1975 ottiene notevoli successi, raggiungendo il 33,3% dei voti.

Nell”imminenza delle elezioni politiche del 1976, anzi, le forze moderate e conservatrici addirittura temono che possa verificarsi “un sorpasso” dei partiti della sinistra (per scongiurare questa possibilità, il giornalista Indro Montanelli invita l”elettorato moderato “a turarsi il naso e a votare Dc”). Ma il voto non decreta la svolta sperata dai progressisti e temuta dai moderati. La DC, infatti, recupera, il PCI trionfa (raggiunge il suo massimo storico col 34,4% dei voti) ma altrettanto non avviene per il PSI (solo il 9,7% dei voti), che perde molti consensi.

Anzi, la disfatta socialista segna la fine della segreteria De Martino e l”ingresso nella politica nazionale del nuovo segretario generale Bettino Craxi, che dà corso ad una linea politica decisamente socialdemocratica, ispirata a creare un”alternativa politica al potere democristiano e, nel contempo, a cercare un argine allo strapotere comunista a sinistra.

Dopo le elezioni, sotto la guida di Andreotti, nasce il “governo della non sfiducia”, un monocolore democristiano, che si regge sul consenso dei moderati e sull”astensione della sinistra. Per la prima volta nella storia d”Italia una donna assume la carica di ministro: si tratta della democristiana, già partigiana, Tina Anselmi, che guida il dicastero del Lavoro. Il “governo della non sfiducia” intende essere il traghetto per l”intesa con i comunisti e per la costituzione di un esecutivo forte, in grado di fronteggiare e battere il terrorismo.

Un segnale della nuova intesa è l”elezione del comunista Pietro Ingrao a presidente della Camera dei Deputati. Intanto, il giorno di ferragosto del 1977, il tenente colonnello Herbert Kappler, responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, evade dall”ospedale militare del Celio -si dice- chiuso in una valigia!

Mentre monta lo scandalo degli aerei Lockheed (il presidente della società americana Lockheed ha ammesso di aver versato ad esponenti politici italiani la cifra di 3 miliardi, per favorire l”acquisto di aerei Hercules C130), il terrorismo diventa sempre più violento. I palazzi del potere assistono, quindi, allo stato d”accusa di alcuni politici, che hanno beneficiato di tangenti per l”acquisto di aerei. Per la prima volta le Camere votano per il rinvio a giudizio di due parlamentari, Luigi Gui (democristiano) e Mario Tanassi (socialdemocratico), accusati di essere implicati nello scandalo Lockheed. Anche il capo dello Stato, Giovanni Leone, è accusato di essere tra i corrotti dalla casa costruttrice di aerei e, nel 1978, è costretto a dimettersi.

Parallelamente agli avvenimenti di mala politica, le B.R. seminano terrore e morte; sotto i colpi dei brigatisti cadono il procuratore generale Francesco Coco e la sua scorta, il sostituto procuratore Vittorio Occorsio, il presidente degli avvocati di Torino Fulvio Croce, il giornalista Carlo Casalegno, il brigadiere dei carabinieri Giuseppe Ciotta. Sono ben oltre duemila gli attentati, che colpiscono sindacalisti e poliziotti, giornalisti, politici e magistrati.
Tutto il paese è screditato, per gli scandali e le violenze che l”attraversano. Il giornale tedesco Der Spiegel lancia una campagna contro l”Italia, “paese di terrorismo e malaffare”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL VALORE DEI SIMBOLI E L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA

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La memoria che si dischiude dai simboli, è patrimonio degli uomini, ne è monumento in cui sono custoditi valori e idealità per le quali vale la pena vivere e lottare.

Caro Direttore,
ci siamo, domani è finalmente Natale. Festa e simbolo della cristianità? Forse, un tempo. Oggi, nonostante i venti di crisi, è solo festa e simbolo del consumo, dello spreco, dell”effimero. Questa sera nelle nostre case saranno imbandite cene di lusso. Una volta tanto, ce lo possiamo (o dobbiamo?) consentire tutti. Sì, i guai, le malattie, la disoccupazione –da ultimo, anche il ritorno dell”inciucio in politica-, il pianeta ammalato, il clima impazzito, la scuola che non funziona:e che siamo noi che dobbiamo risolvere i problemi del mondo? Ma per carità! Il Natale è un “simbolo”!

La parola simbolo sta a rappresentare un qualcosa di ideale, per mezzo di un”opera, di un”azione, di un”arte. Nella ricchezza dei vocaboli della nostra lingua, spesso, si usa anche il sinonimo “emblema”, che non cambia affatto il significato. La parola emblema ha avuto una sua valenza storica: nell”antica Roma era l”anello con il quale si sigillavano le lettere o i testamenti; era anche un contrassegno (di legno o di altra materia frangibile), che si spezzava a metà, le cui parti erano conservate dalle famiglie, come pegno d”ospitalità data o ricevuta; nell”austera Atene, poi, era la tessera che ogni giudice riceveva entrando in tribunale, una sorta di medaglia di presenza, unico documento utile per esigere il compenso.

E, dunque, il simbolo/emblema racchiude in sè il valore incommensurabile di una Memoria, che è patrimonio di tutti gli uomini, ne costituisce il monumento delle idealità, per le quali vale la pena di vivere, lottare, progettare, senza mai dimenticare il passato, le vicende che l”hanno caratterizzato, gli uomini che ne hanno segnato (con l”impegno quotidiano, con il lavoro, con la passione delle idee, molto spesso, con il sacrificio della vita) i percorsi di fede, di libertà, di progresso, di giustizia, di eguaglianza.

Caro Direttore, ti confesso che io sono stato educato al valore ed al rispetto del “simbolo”. Talvolta, aver potuto raggiungere un luogo-simbolo, aver potuto respirare l”odore che emanava, aver potuto godere dei colori e delle sensazioni che ne derivavano, è stato, per me, come lo scioglimento di un voto.

Era una bella giornata d”autunno, quando varcai il cancello del piccolissimo e sperduto cimitero di Barbiana – sei o otto tombe? Non ricordo bene!-, sulle colline del Mugello. La canonica, che era stata la sede della scuola di don Milani, era chiusa, così anche la chiesa. Era aperta solo la minuscola cappella del cimitero. Sull”altare, ancora più minuscolo, era incorniciata una foto in bianco e nero di don Lorenzo; vicino, c”era un registro in cui numerosi visitatori-pellegrini dedicavano un pensiero, una frase, un saluto alla Memoria di un prete rivoluzionario.

Era sempre una bella giornata d”autunno anche quando mi inerpicai sulla piana del monte Sole ed entrai nel sacrario di Marzabotto. Mi sembrava che quelle innumerevoli lapidi di morti innocenti, falciati dalla ferocia dei nazisti, grondassero lacrime e sangue. Ma sembrava, anche, che quelle lapidi emanassero un profumo di amore e speranza (sono profumi impercettibili ma esistono) nei confronti degli uomini costruttori del proprio destino di libertà.

A Sant”Anna di Stazzema fu una giornata indimenticabile, una di quelle che ti segnano per la vita. Le edicole della Via Crucis non raffiguravano la sofferenza di Gesù Cristo sul Calvario; raffiguravano le atroci sevizie, mortali, subite dalle donne e dagli uomini, dai bambini e dagli anziani ad opera ancora delle armate naziste. Anche a Sant”Anna, sulla piana che godeva della vista della marina di Pietrasanta, si ergeva un monumento alla Memoria di oltre ottocento innocenti. C”erano sbiadite fotografie di partigiani, casalinghe, preti, intellettuali, contadini, studenti.

La piazzetta del villaggio (ora vi abitano solo poche anime), dove sorgeva la chiesa, era intitolata ad Anna Pardini, la vittima più giovane di quella violenza. Aveva, infatti, solo dodici giorni di vita, in quel terribile agosto del 1944, quando, strappata dalle braccia della madre e lanciata in alto, era divenuta bersaglio per i colpi sparati dai crucchi.

Conosco quasi tutti i sacrari sparsi sulle Alpi. Lì fa freddo anche d”estate. È un freddo che ti prende dentro il cuore, solo leggendo i nomi, le date di nascita, i sogni infranti, gli affetti tranciati degli innumerevoli soldatini del “99! È tutto, terribilmente, uguale: sul Pasubio, sul Tonale, a Bassano del Grappa e negli altri infiniti luoghi di lutto della Grande Guerra.

Caro Direttore, hanno rubato l”insegna in ferro all”ingresso del lager nazista di Auschwitz. Per fortuna l”hanno già ritrovata: era troppo ingombrante. Chi l”ha fatto –per furto su commissione, per balordaggine, per conclamata ignoranza- non si è reso conto che quell” “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) è un simbolo/emblema troppo importante, un monito incancellabile per l”umanità, come lo sono Mauthausen o Dachau: “Il dottor Blaha racconta che a Dachau pelli umane stavano appese come biancheria stesa ad asciugare. Venivano usate per produrre un cuoio fine adatto a calzoni di cavallerizzo, a cartelle, a ciabatte, alla rilegatura dei libri”. (Boris Pahor, Necropoli, Fazi Editore, 2008).

Il tentativo perseguito in molti segmenti della nostra società è, forse (o senza forse), eliminare, cancellare la Memoria, renderla inservibile. Dopo la sanguinosa esperienza della Repubblica napoletana del 1799, Ferdinando IV di Borbone e sua moglie Carolina cercarono, in tutti i modi, di punire non solo i rivoluzionari ma di cancellare ogni traccia del tentativo rivoluzionario, provvedendo alla distruzione sistematica degli archivi, dei diari, delle lettere, insomma, di tutto quanto avesse potuto costituire una testimonianza, un simbolo, un emblema, una Memoria.

C”è aria di allegria, Direttore. Ci sono botti per la festa imminente, luminarie, capitoni, insalate di rinforzo, fiumi di champagne. A volte, sembra che anche certe parole siano un simbolo-emblema: “L”àsteco chiove, la casa scorre. Tu che “nce può fa?..Io che nce posso fa”? pensò in napoletano lei pure [Eleonora Fonseca Pimentel, n.d.r.]. Come dicevano, i Napoletani, per significare nulla, proprio nulla: nada de nada? Ah sì. Il resto di niente” (Raffaele Striano, Il resto di niente, Loffredo, 1986).

Caro Direttore, buon Natale. Ti stai preparando per la tua vacanza di fine anno? Certo, te la meriti. Dove andrai? Ai monti, al mare o in Patagonia? Io? Io resto qui. Se potessi, però, andrei ad Auschwitz. Non sono ancora riuscito ad andarci, pur desiderandolo tanto. Ma io sono caparbio, riuscirò ad andarci in quel luogo simbolo/emblema per tutta l”umanità. E ci riuscirò -spero- prima che qualcuno, magari, tenterà di sottrarre, per cancellarne la Memoria, i capelli, gli occhiali, i cenci, le ciabatte dei deportati.
Non sarebbe bello andare insieme, Direttore? Pensaci.
(Fonte foto: Rete Internet)

LE BRUTTE CITTÁ E L’IMBECILLITÁ DEI POLITICI

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La Legge regionale per la casa poteva essere l”occasione per eliminare il degrado dalle nostre città e rilanciare l”economia. Invece, si punta solo sul mattone, mentre il resto rimarrà brutto e fatiscente.
Di Amato Lamberti

La legge per la casa poteva essere l”occasione, per un Consiglio regionale che dal 2005 si è caratterizzato soltanto per le iniziative della Magistratura nei confronti di Consiglieri, Presidenti di Giunta e Consiglio, Commissari straordinari, dirigenti, funzionari, dipendenti, consulenti, per affrontare i temi fondamentali dello sviluppo economico e del riassetto del territorio. L”edilizia, nel bene e nel male, resta nella nostra Regione il volano di una economia asfittica che non riesce a decollare nè sul piano industriale nè su quello turistico, nonostante le migliaia di interventi “a pioggia sparsa” a sostegno di iniziative senza respiro imprenditoriale.

Con la legge sulla casa si sarebbe potuto mettere mano ad un rilancio del settore edilizio attraverso una modulazione di interventi di recupero del patrimonio edilizio fatiscente, in particolare dei Centri storici, con aumento di cubature ma anche con l”eliminazione di superfetazioni che oltre a creare disordine e degrado riducono la vivibilità di aree spesso di grande pregio monumentale e paesaggistico. In pratica si poteva soddisfare la richiesta, della popolazione e del mercato, di abitazioni adeguate agli standard di abitabilità ormai correnti riqualificando urbanisticamente realtà contrassegnate da degrado, fatiscenza, assenza dei servizi più elementari.

Penso a realtà come il Casamale di Somma Vesuviana, o ai centri storici di S.Anastasia, Ottaviano, Nola, Cimitile, Brusciano, per non parlare di Torre Annunziata, Torre del Greco, Castellammare. Si poteva anche pensare in alcune aree degradate da interventi casuali, approssimativi, di pessima qualità edilizia, senza servizi, a cominciare da strade, parcheggi, verde pubblico, aree attrezzate per il tempo libero, di sperimentare modalità innovative di abbattimento e ricostruzione sulla base di una progettazione urbanistica che assicurasse livelli elevati di qualità della vita, anche dal punto di vista dell”aggregazione sociale e culturale.

Tutta l”area a Nord di Napoli, da S.Pietro a Patierno (foto), a Casavatore, a Casoria, a Frattamaggiore, fino a Villaricca e Giugliano, è caratterizzata da una conurbazione informe, dove si affastellano palazzi per civili abitazioni, centri commerciali, officine artigianali, piccole imprese metallurgiche, elettriche, elettroniche, capannoni industriali dimessi o usati come depositi, quando non come discariche, scassi di automobili, impianti per il recupero di frazioni da rifiuti, nella quale anche la salute dei cittadini e dei lavoratori è messa a repentaglio.

Si poteva approfittare per mettere un poco d”ordine, separare i luoghi di abitazione e di vita dalle attività imprenditoriali più nocive per la salute e l”ambiente, aprire strade, abbellirle con aree a verde, magari attrezzate per il gioco dei bambini e per la socializzazione degli anziani. La leva economica dell”aumento possibile delle volumetrie per le unità abitative e quella della riqualificazione edilizia di aree dimesse poteva essere utilizzata per una grande operazione di bellezza di un territorio che ha notevoli potenzialità di sviluppo ma tutte affogate nella bruttezza, nel degrado, nell”inciviltà del vivere.

Il territorio della provincia di Napoli è un vero e proprio giacimento di ricchezze archeologiche, monumentali, artistiche, paesaggistiche che basterebbe riqualificare, connettere, collegare, valorizzare per realizzare il più grande parco a tema culturale d”Europa, e forse del mondo, con una enorme potenzialità di attrazione turistica e, quindi, di sviluppo economico ecosostenibile. Potrebbe essere il più bell”esempio di green economy e, invece, tutto è abbandonato a interventi estemporanei, grandi mostre, aree archeologiche sottoutilizzate o fuori di ogni itinerario, monumenti fatiscenti o irraggiungibili, come la Piscina Mirabilis.

Anche una risorsa come quella termale, sulla quale in tutti i paesi del mediterraneo si stanno facendo investimenti considerevoli, o è lasciata nelle mani di imprenditori che si limitano a vivere di rendita, o è abbandonata, come accede a Pozzuoli e a Castellammare. Tanto per fare un esempio dell”imbecillità che caratterizza i nostri politici: a Bagnoli, prima dell”insediamento dell”ILLVA, si contavano un centinaio di sorgenti termali, tutte regolarmente tombate per consentire l”insediamento della fabbrica.

Nessuno ha pensato che, dopo lo smantellamento dell”acciaieria, le sorgenti termali potessero costituire il capitale su cui ricostruire una ipotesi di economia e di sviluppo. Si poteva realizzare il più grande parco termale d”Europa in una cornice paesaggistica unica ed eccezionale. Hanno pensato solo a posti barca e nuovo cemento.
(Fonte foto: dal blog della giornalista Valentina Cirillo)

CITTÁ AL SETACCIO

LA VIOLENZA SULLE DONNE: UN MALE DEL NOSTRO TEMPO?

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La cronaca ci ricorda che la discriminazione di genere e la violenza sulle donne è pane quotidiano della società moderna, nonostante le leggi ne garantiscano sempre di più la dignità.
Di Simona Carandente

Il tema è di quelli noti, salito quasi all”improvviso alle luci della ribalta mediatica.
Anzi, stando al pullulare di associazioni, fondazioni, pubblicazioni sull”argomento sembra quasi che il tema della violenza sulle donne sia stato conosciuto solamente agli inizi degli anni “90.

Non si deve dimenticare, invece, che già nei primi anni 70, con il femminismo imperante e la rivoluzione del pensiero politico, esso ha cominciato ad affacciarsi sulla scena nazionale, mettendo per la prima volta in discussione, e pubblicamente, il ruolo esclusivo dell”uomo nella società civile, padre-padrone o marito che fosse, nonchè il ruolo patriarcale del maschio e la posizione di indiscusso predominio di questi, sia nella coppia che nella famiglia.

Sono gli anni nei quali, proprio sulla scorta del nuovo ruolo acquisito dalla donna nella società, viene riformato anche il diritto di famiglia (1975), con delle previsioni normative a carattere assolutamente innovativo quale la possibilità, per i coniugi, di fissare congiuntamente la residenza familiare in base alle comuni esigenze di lavoro, studio, interessi. Dal punto di vista squisitamente normativo, la donna non è più obbligata a seguire il coniuge ovunque questi voglia, sacrificando se stessa ed il proprio mondo.

Tuttavia, se dal punto di vista legislativo si assiste ad un”attenzione sempre maggiore al problema della dignità della donna, e della parità dei diritti civili, le discriminazioni di genere rappresentano ancora il pane quotidiano della società moderna, e la violenza sulle donne ne è la massima espressione.
Del resto, essa non conosce categorie sociali, culturali o limiti geografici: secondo uno studio pubblicato nel 1993 dalle Nazioni Unite sull”eliminazione della violenza contro le donne, essa è il prodotto di un meccanismo sociale che, da tempo immane, vede uomini e donne storicamente diseguali, con la tendenza dei primi a prevaricare e discriminare le seconde, con ogni mezzo.

Le forme di violenza appaiono, nel panorama internazionale, assolutamente variegate: si passa dagli abusi domestici, agli atti persecutori, ai delitti d”onore, fino a giungere a quelle estreme quali schiavitù sessuale, prostituzione forzata, mutilazioni genitali e, addirittura, l”utilizzo dell”acido per sfigurare il volto.
I dati Istat relativi all”anno 2006 lasciano senza parole: basti pensare che, secondo le testimonianze raccolte, ben il 91% degli stupri non viene denunciata all”autorità, lasciando i colpevoli di fatto impuniti e liberi di continuare ad agire, indisturbati. Inoltre, in un campione di donne di età compresa tra i 16 ed i 70 anni, è emerso che quasi sette milioni sono state vittima, almeno una volta nella vita, di violenza fisica o sessuale, in moltissimi casi da parte del partner.

Denunciare gli abusi ed i maltrattamenti è necessario, ma da solo non basta: occorre una vera e propria rivoluzione culturale, volta ad una piena e concreta parificazione tra i sessi, ed a far sì che la donna, sia tra le mura domestiche che nella società, non venga lasciata sola, ma possa beneficiare di una rete di sostegno non esclusivamente istituzionale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

AUGURI PER UNA SOCIETÁ OSSIMORICA

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Il prof. Giovanni Ariola risponde a vari quesiti arrivati in redazione da parte di lettori che seguono la rubrica “Lingua in laboratorio”.
Marco E. di Avella scrive: “Ho letto, non ricordo dove, che l”espressione “Cosa fatta capo ha” è stata inventata da Dante. Vorrei sapere se è confermata questa paternità e in quale opera la troviamo:”.
Rispondo: Dante usa l”espressione, però con le due proposizioni invertite, nel canto 28° dell”Inferno al v.107. Trascrivo, per contestualizzare, le due terzine che contengono il periodo completo: “E un ch”avea l”una e l”altra man mozza,/ levando i moncherin per l”aura fosca,/ sì che “”l sangue facea la faccia sozza,// gridò: “Ricordera”ti anche del Mosca,/ che disse, lasso! “Capo ha cosa fatta”,/ che fumal seme per la gente tosca”/”
Si tratta, lo dico per coloro che non avessero letto questo Canto, del fiorentino Mosca dei Lamberti, collocato da Dante nella nona bolgia dell”VIII cerchio dell”Inferno, dove sono puniti i seminatori di discordie con l”essere continuamente mutilati da un demonio mentre gli passano davanti in una processione che dura in eterno. Questo Mosca avrebbe consigliato, pronunziando appunto la frase in questione, gli Amidei di uccidere Buondelmonte che li aveva offesi, rifiutandosi di sposare, come aveva promesso, una fanciulla della loro famiglia. Insomma aveva consigliato di perpetrare un delitto d”onore.
Non è tuttavia accertato che sia stato Dante ad usare per primo tale espressione.
Antonio B. di Portici chiede delucidazioni in merito a “monolinguismo e plurilinguismo a scuola”
Rispondo con le parole di Tullio De Mauro: “L”abitudine all”addestramento monolinguistico ha privato e priva la scuola di immensi campi d”applicazione didattica, di sperimentazione, di intelligente costruzione di esperienze comunicative. La scuola tradizionale ha insegnato come si deve dire una cosa. La scuola democratica insegnerà come si può dire una cosa, in quale infinito universo di modi distinti di comunicare noi siamo proiettati nel momento in cui abbiamo da risolvere il problema di dire una cosa”.
Se si vuole saperne di più, si legga per intero il breve saggio da cui è tratto questo brano: “Il plurilinguismo” in “La lingua italiana oggi: un problema scolastico e sociale”, a cura di L. Renzi e M. Cortellazzo, Il Mulino, 1977.
Un”altra lettura utile può essere quella del saggio di Claudio Marazzini “La lingua italiana – Profilo”, Ed. Il Mulino, 2002.
Anticipo un breve passo: “Gli attacchi alla maniera di Don Milani non furono gli unici rimproveri rivolti alla pedagogia linguistica corrente. Gli specialisti mossero sostanziali rilievi contro le tecniche tradizionali di insegnamento della grammatica, contro l”uso del tema quale unica forma di esercizio di scrittura, contro il mancato riferimento alla base dialettale dei discenti:..”(p.451).
Segnalo infine la ricca e quasi esaustiva bibliografia contenuta nello stesso testo.
Ernesto P. di Marigliano lamenta la pessima abitudine di certi personaggi intervistati in TV, esperti di questo o quel settore delle Arti, delle Scienze, delle Lettere, di usare un linguaggio eccessivamente tecnico, settoriale appunto e non del tutto comprensibile da parte dei telespettatori. “Un illustre sociologo – scrive il sig. Ernesto – ad esempio ha definito la nostra società ossimoricasenza precisare cosa volesse dire precisamente. Potrebbe aiutarmi a capire:.?”.
Sì, anch”io ho udito pronunziare più volte quest”espressionema non ricordo che sia mai stata data una spiegazione esplicita del suo significato.
Tento una mia interpretazione. Ossimoro ( o ossimòro), come si può leggere su qualsiasi dizionario, è parola derivante dal greco oksùmoron che deriva a sua volta da oksùmoros (= acutamente pazzo/stupido) è una figura retorica che consiste nell”accostare due parole di significato opposto e tali che sembrano escludersi a vicenda. Esistono in proposito esempi illustri e anche di uso corrente. Eccone un campionario.
Nel linguaggio corrente troviamo: lucida follia, ghiaccio bollente (detto di Anita Ekberg e anche titolo di una canzone cantata, se ricordo bene, da Tony Dallara), silenzio assordante, urlo silenzioso, riso amaro o umorismo amaro, barzellette tragiche (sono quelle che qualcuno si ostina a raccontare a persone che stanno male perchè senza lavoro o senza sostentamento per sè e per le proprie famiglie, o per altri motivi).
Ricordiamo le espressioni latine concordia discors (concordia tra posizionicontrastanti) e festina lente (affrettati adagio).
Esempi illustri: “disdegnoso gusto” (amaro piacere)di Dante nell”episodio di Pier Delle Vigne nel XIII Canto dell”Inferno; “il vento che tarda, la morte, la morte che vive” di Montale in “Notizie dal Monte Amiata” ne “Le occasioni”.
Si può anche ricordare un curioso sonetto/filastrocca di autore anonimo: “C”era una volta un ricco pover uomo/ che cavalcava un nero caval bianco,/ salì scendendo il campanil del duomo/ piegandosi dal destro lato manco.// Era un villan, figliol di gentiluomo,/ e di capelli nero, rosso e bianco./ Era fratello di un gigante nano/ che correa forte camminando piano.// Restò vedovo presto e s”ammalò/ quando la moglie sua si risposò./ Fu una lunga e penosa malattia// che in una notte se la portò via:/ disse al prete che stava tanto male/ e mandò gli altri al proprio funerale.” (Da “Enciclopedia dei Giochi” di Giampaolo Dossena, Mondadori, 2009)
Si rasenta come si vede il nonsenso (discorso senza senso).
Per riferirci più specificamente alla società, negli anni Settanta in cui si stava lavorando per attuare l”accordo politico tra DC e PCI che fu definito “compromesso storico”, si parlò, da parte di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, di un partito conservatore rivoluzionario, e si formò una categoria di persone che si chiamarono, con un ossimoro appunto, cattocomunismi (risultante della fusione o crasi di due parole: cattolici e comunisti. Può intendersi in due modi: coloro che, pur essendo cattolici, scelsero di votare il PCI e ne accettarono l”ideologia, limitatamente alla parte economica, sociale e politica; oppure coloro che, pur essendo schierati a sinistra e professando l”ideologia marxista, erano cattolici più o meno praticanti ).
Ancora oggi il Partito Democratico è composto, ossimoricamente, di cattolici ed ex-comunisti. Altri ossimori politici si possono considerare le espressioni “fascisti democratici”, “fascisti liberali”e “democratici autoritari”.
Sì, sono d”accordo, la nostra è in larga parte una società ossimorica (forse più esattamente si dovrebbe parlare di una società che ha la velleità e quindi tenta di essere ossimorica ma non sempre ci riesce). Se ciò sia un fatto positivo o negativo è un altro discorso.
Approssimandosi le festività con i tre eventi significativi del Natale, della fine dell”anno vecchio e dell”inizio dell”anno nuovo, il Laboratorio chiude e riaprirà dopo l”Epifania. Prima di chiudere, naturalmente gli auguri. Ecco il mio.
Scenda dall”alto, salga dal basso o comunque venga da qualche parte o, come è più logico, nasca naturalmente dall”intelligenza dell”uomo e si instauri ben salda nella mente di tutti una virtù oggi diventata introvabile, la mitezza.
“Il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio, per la vanità dei fini cui tende questa gara, per un senso profondo di distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella passione che, secondo Hobbes, era una delle ragioni della guerra di tutti contro tutti, la vanità o la vanagloria, che spinge gli uomini a voler primeggiare; infine, per una totale assenza della puntigliosità o dell”impuntatura che perpetua le liti anche per un nonnulla, in una successione di ripicchi e ritorsioni:.dello spirito di faida o di vendetta che conduce inevitabilmente al trionfo dell”uno sull”altro o alla morte di tutti e due:( Il mite) attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità”.
Non sono parole del Vangelo ma ne richiamano lo spirito. In realtà sono di Norberto Bobbio, che le scrive nel suo “Elogio della mitezza/ e altri scritti morali” (Ed. Il Saggiatore/NET, 2006, p.41). La fonte di ispirazione la indica lo stesso filosofo, è una delle Beatitudini pronunziate da Gesù: “Beati i miti perchè erediteranno la terra” (Matteo, v, 5).
Alla fine la mitezza che auguriamo, contraria oltretutto all”arroganza, alla protervia, alla violenza, alla prepotenza, non è una virtù passiva, anzi è la base attiva, l”habitus mentale necessario per un operare calmo ma costruttivo.
So che molti sono scettici in proposito:.ma una volta dicano “Non è vero, non ci credo, ma ci provo”.
Buone feste!

AVERE UN FIGLIO ADOLESCENTE

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Spesso il comportamento dei genitori è causa di sofferenza nei giovani durante la delicata fase dell”adolescenza. Cerchiamo di capire perchè e cosa fare.
Di Silvano Forcillo
La delicata fase di sviluppo adolescenziale coinvolge le persone in età compresa tra gli undici e i diciotto anni, ma alcune caratteristiche di questa difficile tappa della crescita e dello sviluppo umano vengono prolungate, anche molti anni dopo l”età adolescenziale.
L”adolescenza è il primo doloroso e significativo periodo di crisi esistenziale e sociale che si trova a vivere l”individuo in crescita. La crisi adolescenziale interessa, all”unisono, tre fondamentali dimensioni della determinazione, sviluppo e realizzazione dell”essere umano: la dimensione biologica, la dimensione psicologica e la dimensione sociologica.
La dimensione biologica è caratterizzata dalla “crisi puberale”: è nella fase adolescenziale, infatti, che si comincia a delineare e a realizzare, nell”adolescente, l”identità di genere, cioè l”identificazione con il proprio sesso e a riconoscere la propria specificità corporea, inoltre, in questa fase, l”adolescente tende a identificarsi con i propri “input” ormonali.
La dimensione psicologica, invece, è caratterizzata dalla crisi della propria identità personale: “identità dell”Io”. La dimensione psicologica, permette all”adolescente di sentire prepotente e irrinunciabile la difesa del “proprio Io”. È nell”adolescenza, infatti, che si sviluppano e si consolidano la fiducia in sè stesso e l”autostima, cominciando ad avvertire la capacità e l”esigenza di progettarsi nel tempo; infine, la dimensione psicologica genera e sviluppa, nell”adolescente, la “reciprocità”, cioè il volersi mettere dalla parte dell”altro e volerlo imitare e, questi, non è certamente, nè uno dei due genitori, nè il docente, nè l”adulto, ma l”altro adolescente emancipato, sfacciato, ribelle,sicuro e migliore di sè stesso.
La dimensione sociologica, invece, mette in evidenza la crisi dei rapporti sociali. L”interazione adolescente/adulto diventa, soprattutto per l”adolescente “difendersi dall”adulto”, percepito, come “invasivo”, irrispettoso e coercitivo. Per questo motivo l”adolescente tende a vivere l”interazione sociale con un rapporto “antagonista/imitativo”. Antagonista con i modelli genitoriali, familiari, educativi e scolastici; imitativo, con i modelli sociali degli adulti quali il “potere” e la realizzazione economica. La dimensione sociologica, inoltre, è caratterizzata dalla interazione “adolescente/adolescente”, cioè dall”interazione con il gruppo dei pari e con il “branco” di appartenenza. L”adolescente, nell”interazione sociale è, soprattutto, impegnato e interessato a esercitare il controllo sugli altri per la verifica e la conferma delle proprie “prestazioni” sul piano fisico e corporeo.
Questo spiega il perchè, sempre più spesso, si parla di questa età: 11- 20 di “crisi adolescenziale”; “malessere” e “disagio giovanile”, ma quanti adulti, genitori, docenti o educatori sono onestamente preparati e aggiornati, sulle problematiche biologiche, psicologiche e sociologiche dell”adolescenza? Quanti di loro sono lealmente aperti e sinceramente attenti e disponibili a facilitare la “crisi d”identità sessuale, personale e sociale” dell”adolescente (inconsapevole, perchè non più bambino, ma neanche, ancora, adulto) impegnato a “ridefinire” i modelli e i valori di riferimento che egli non ritiene più validi, nè significativi, nè propri.
Ecco, perchè, la delicata fase di sviluppo adolescenziale trova, nel comportamento genitoriale, una delle più forti cause di sofferenza e disorientamento dei giovani. Il non offrire loro una stabilità e continuità affettiva attenta, rispettosa e non oppressiva, può essere la principale premessa ai gravi disturbi fisici, psicologici, mentali e comportamentali
Quanti adulti, genitori, docenti o educatori sono onestamente e seriamente capaci di cogliere i segnali comportamentali di allarme che precedono gli atti autolesivi negli adolescenti: tristezza, pianto immotivato, depressione e euforia dell”umore, astenia, abulia, affievolimento delle energie, aumento o diminuzione improvvisa dell”appetito e del sonno, aumento della svogliatezza, della noia e del calo dell”attenzione, diminuzione della capacità di concentrarsi, di scegliere, di prendere decisioni, disforia, aggressività, cambiamenti repentini di umore, tendenza ad arrabbiarsi e a litigare, lunghi periodi di silenzio, abbandono delle attività sociali, tendenza alla solitudine, perdita degli interessi sociali e sportivi, peggioramento del rendimento scolastico, disattenzioni in classe e facile abbandono, senza ragione, di cose che precedentemente appassionavano il ragazzo?
Negli adolescenti sono spesso frequenti i comportamenti a rischio, ad esempio correre in moto senza casco, in macchina, riduzione dell”autostima, perdita delle speranze per il futuro, assenza di progettualità, uso di alcool, psicofarmaci, droghe. Quanti adulti sanno onestamente riconoscere l”adolescenza, come il momento cruciale in cui si forma il carattere del bambino, che proprio in questa fase di sviluppo e crescita ha bisogno di vedere rispettati e non repressi i propri bisogni, quanti sanno rispettare l”invincibile desiderio che l”adolescente ha di vedersi trattare da grande e non sentirsi più controllato, come un bambino e “sorvegliato” dall”adulto con la distanza fiduciosa e attenta di chi crede in lui e nelle sue potenzialità?
Quanti genitori hanno il coraggio di lasciare che i propri figli facciano le proprie esperienze e commettano gli sbagli propri della loro età, che facciano, a volte, il passo più lungo della gamba sapendo che, nel pericolo, sentiranno presenti e vicini i propri cari?
Che fare?
Di strategico, risolutivo e miracolistico, proprio niente. Basterebbe, che ogni adulto, genitore, docente, o educatore si rifacesse all”esperienza della propria adolescenza, ma non l”esperienza dei fatti, perchè tutti a questo punto direbbero la solita, scontata frase: “..proprio perchè ho fatto l”esperienza, desidero evitarla a mio figlio, per non fargli commettere i miei stessi errori:”; sto parlando del ricordo della dolorosa esperienza adolescenziale, del non sentirsi capiti, amati, rispettati e riconosciuti nei propri desideri, sogni e speranze. Mi sto riferendo a quell”indicibile e incomunicabile dolore di non sentire che, proprio chi ci dice di amarci, non sa cogliere lo strazio, il disorientamento esistenziale e valoriale in cui ci troviamo, con in più la paralizzante paura di perdere l”affetto, l”amore e la stima proprio dei nostri genitori, per eventuali errori che potremmo commettere.
Questo manca, oggi, agli adolescenti, per vivere al meglio, serenamente ed efficacemente questa importantissima tappa evolutiva: mancano adulti, genitori, docenti e educatori, capaci di rifarsi unicamente e solamente all”esperienza del “sentire” e non ai fatti della propria adolescenza. Gli adolescenti, per superare al meglio questa fase della loro vita, necessitano di adulti convinti che il solo linguaggio possibile, proprio di questa delicatissima tappa esistenziale, sia quello del cuore, dell”ascolto e della comprensione vicendevole e che questo sia l”unico mezzo valido, concreto ed efficace per facilitare e motivare i figli a dare il meglio di sè stessi per la loro vita, per gli altri e per una società del benessere.
(Fonte foto: Rete Internet)

L’ITALIA DELLE STRAGI NERE E DELLE BRIGATE ROSSE

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La storia dell”Italia del “900, oggi ripercorre gli anni in cui la società era scossa dalle stragi di matrice fascista e da quelle del terrorismo rosso.
Di Ciro Raia
Nel 1973, due avvenimenti internazionali segnano profondamente la vita economica, politica e culturale dell” Italia: la cosiddetta guerra del Kippur e l”avvento del regime militare di Pinochet in Cile. Il conflitto arabo-israeliano introduce nel nostro paese l”austerità e le domeniche a piedi. In seguito alla guerra, infatti, i Paesi arabi aderenti all”OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio), decretano un aumento del prezzo del petrolio ed una contemporanea riduzione delle esportazioni. Il governo italiano, con grande pompa, vara delle misure atte a far risparmiare petrolio e a far diminuire il consumo dell”energia elettrica.
Così, il decreto dell”austerità petrolifera prevede che la domenica non debbano circolare le auto, che le insegne dei negozi, durante tutta la settimana, debbano essere spente un”ora prima del solito, che i cinema e gli altri locali pubblici debbano concludere gli spettacoli entro le ore 23, che la televisione debba terminare le trasmissioni entro le stesse ore 23, che la benzina aumenti di L. 15 al litro ed il gasolio di L. 18 al chilo!
Il cruento colpo di Stato messo in atto, in Cile, dal generale Augusto Pinochet a danno del governo socialista guidato da Salvatore Allende, si ripercuote anche sulla politica italiana. Nel nostro paese, infatti, il segretario comunista Berlinguer accelera il processo di avvicinamento del suo partito all”area governativa, proprio per evitare il rischio di un contraccolpo reazionario (come in Cile) e vara la strategia del “compromesso storico”. Nobile intendimento quello di Berlinguer ma, in realtà, basato su una ipotesi strategica tesa a sottovalutare lo stato di degrado raggiunto dal sistema dei partiti.
Infatti, qualche anno dopo (1981), lo stesso segretario comunista, in una intervista rilasciata al quotidiano “La Repubblica”, dichiarerà: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passioni civili zero. Gestiscono interessi, i più disparati, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i rapporti umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune”.
Intanto, mentre è approvata la legge sul finanziamento pubblico dei partiti politici e mantenuta in vigore –in seguito ad referendum- quella sul divorzio, avanza la stagione delle stragi. Le B.R. rapiscono il giudice Mario Sossi e compiono il primo assassinio, trucidando due militanti del MSI padovano: Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Come se non bastasse, poi, alcuni attentati procurano numerose vittime: 8 morti e 100 feriti a Brescia, per una bomba scoppiata a Piazza della Loggia; 12 morti e 48 feriti, per una bomba posta sul treno “Italicus“, sulla tratta Firenze-Bologna.
Pasolini scrive che si è creata una sostanziale identità tra la destra e la sinistra, causata dai modelli della società consumistica. L”omologazione, secondo lo scrittore friulano, nasce perchè “non c”è niente che li distingue:in quanto il prodotto di vent”anni di modernizzazione e di consumismo ha creato sintonia tra i giovani e gli adulti, tra borghesi ed operai”.
Inizia la lotta dello Stato contro i terroristi. Viene arrestato il capo storico delle B.R., Renato Curcio, insieme ad un altro storico brigatista, Alberto Franceschini. Entrambi sono “traditi” da uno sconcertante personaggio, frate Silvano Girotto, detto frate Mitra, un infiltrato delle B.R. voluto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, artefice e protagonista principale della lotta al terrorismo.
(Fonte foto: Rete Internet)

IL MALCOSTUME IMPERA E CHI MERITA VIENE IGNORATO. MA BISOGNA RESISTERE E REAGIRE

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Sono tornati, ma forse non se ne sono mai andati, i tempi i cui stolti e malfattori spacciano per favore quello che spetta per diritto. Ma non bisogna tacere, semmai resistere e reagire!

Caro Direttore,
la vicenda dei finti ciechi del Pallonetto è solo l”ultimo episodio di una infinita serie di illegalità, che contraddistinguono il nostro territorio. Io non so, fino a prova contraria, se il consigliere Pdl della I Municipalità della città di Napoli, Salvatore Alaio –presunto colpevole o presunto innocente?- abbia nessuna, alcune o tante responsabilità nel predetto evento. So, però, di certo –come lo sappiamo tutti, d”altra parte-, che il cancro della corruzione è radicato nel DNA della nostra società.

Qui, da noi, non si muove foglia se non si sono ben oleati gli ingranaggi! Quand”ero all”Università (sono riuscito a laurearmi, pensa un po”, con molta fatica ma senza comprarmi esami o vendendo la mia libertà ed indipendenza!), ero a conoscenza di un impiegato della segreteria della mia facoltà, che riusciva a far rilasciare certificati in tempo reale (i computer erano ancora da venire!): bastava mettergli tra le mani una banconota da lire diecimila, quella simile alla dimensione ed al colore di un mattoncino, tanto per intenderci, col volto di Michelangelo sul recto a destra.

Ma, oggi, per esempio, anche se si va all”Azienda Sanitaria avviene la stessa cosa. Dalla richiesta di una visita specialistica o all”emissione di una certificazione, dal rinnovo della patente o alla più stupida delle vaccinazioni, bisogna affidarsi a un traghettatore, a un san Cristoforo o a un gigante buono, che, in cambio dell”attenzione prestata (nella vulgata corrente si dice “favore”), arriva a lusingarsi per l”offerta di “un pacchetto di sigarette” o -ma ciò avveniva in tempi in cui ancora si allevavano gli animali da cortile- per lo spetillo ( che è una voce dialettale, che sta per “spiedo”) di carne di maiale.

Oggi, lo “spetillo” è inesistente come idea di carne da infilare allo spiedo, ma sopravvive come concetto di regalo, che si trasforma in una piccola dazione o, quando poi sarà il tempo, in un voto di scambio.

Caro Direttore, ti voglio raccontare un fatto risalente alla mia passata esperienza di amministratore locale (sì, confesso, ho fatto anche quello! Ho operato e, come spesso capita, ho sbagliato, come tutti quelli che fanno qualcosa e non ne parlano soltanto; sono riuscito a fare anche qualcosa di quasi apprezzabile ma sempre criticabile da chi ti avversa per partito preso; le uniche cose che non mi hanno mai nemmeno sfiorato sono state le vicende legate a parole come: indagine, peculato, processo, tangente, abuso di potere, interesse privato, corruzione, contiguità e così via!).

Per circa un mese, almeno una volta a settimana, mi incrociavo con un mio concittadino, che, disperato, si allontanava dall”ufficio tecnico, dove un impiegato, alla richiesta di una certificazione, gli prospettava l”emissione di sette giorni in sette giorni. Quando, spontaneamente, mi portai di persona a ritirare il certificato per il mio sfortunato concittadino, mi resi conto che era lì da tempo, bastava, forse, solo un”attenzione nei confronti dell”impiegato istruttore (per altro molto chiacchierato, come tutti i suoi colleghi). Ti dirò di più.

Quel dipendente comunale mi guardò con un”espressione simile a quella assunta (è un aneddoto che conosci di sicuro) dal luminare della medicina nei confronti del figlio, giovane ed inesperto medico, che, in un niente estrasse la lisca di pesce dalla mano del pescatore: “ed ora, come mangeremo più il pesce fresco?”.
Non mi soffermo, poi, sui concorsi truccati, sulle gare d”appalto taroccate e quant”altro. Risale a pochissime settimane fa la scoperta, presso la Direzione Scolastica Regionale della Campania, delle graduatorie per gli incarichi di insegnamento manomesse. Sarà stato per un impiegato corrotto, per l”abilità di un hacker, per una password sottratta, ma sempre di imbroglio si è trattato.

“Può capitare che un Paese, per eccesso di sicurezza, per cecità, per la scelta ripetuta e scellerata di offrirsi ai maghi delle emozioni che più promettono, possa rallentare, fermarsi, arretrare. È questo il rischio che corre l”Italia se rifiuta di vedere le cose come stanno. Se racconta a se stessa di avere solo una febbriciattola passeggera. Se non accetta di prendere atto che sta andando alla deriva. E che, senza una svolta, uno scatto d”orgoglio, una consapevolezza condivisa di alcune scelte da fare, rischia il naufragio”. (G. A. Stella e S. Rizzo, La deriva, Perchè l”Italia rischia il naufragio, Rizzoli, 2008).

Caro Direttore, è vero, tutto ciò che è a dimensione umana è emendabile. Però, è anche vero che è corruttibile. Spesso, poi, le appartenenze politiche e partitiche facilitano il sistema della corruzione. Perchè, tu dici? Perchè sotto la tutela del potere è più facile millantare e pretendere qualcosa in cambio. Purtroppo, oggi, il cosiddetto spoil system (la pratica con la quale le forze di governo distribuiscono ai propri affiliati ruoli di comando, cariche istituzionali, titolarità di uffici pubblici), che si basa sul principio che “ai vincitori va il bottino”, contrasta energicamente con il merit system (un sistema basato sul merito). Ma a chi lo vai a raccontare? Tanto, la necessità di salire, sempre e comunque, sul carro di chi vince incoraggia anche quell”altra aberrante pratica che va sotto il nome di “trasformismo”.

E così la frittata è fatta. Oscuri portaborse, una volta conquistati i galloni del comando, non mollano mai più la presa, anche dopo aver inquinato tutto il loro sistema di riferimento; molti mediocri raggiungono posizioni di vertice e contribuiscono ad affossare le istituzioni loro affidate; molti uomini di potere esibiscono con alterigia la loro appartenenza ed anche la loro ignoranza. Di quest”ultima ne sono una testimonianza ineccepibile le “domande impossibili” di Sabrina Nobile ai cosiddetti rappresentanti del popolo: “Darfur sono cose fatte in fretta; Guantanamo, mai sentito parlare; Mandela, non mi faccia dire cose che non si possono dire:è il presidente brasiliano! ”

Caro Direttore, dalle nostre parti girano un sacco di impostori: promettono, mediano, fingono di impegnarsi su cose legittime, chiedono ricompense o voti per i propri protetti o rampolli. Il guaio è che li conoscono tutti, ne parlano male, ma nessuno li evita. Così non cambia mai niente.
Che dire? “Ora che più forte sento/ stridere il freno, vi lascio/ davvero, amici. Addio./ Di questo sono certo: io/ son giunto alla disperazione/ calma, senza sgomento./ Scendo. Buon proseguimento”, (Giorgio Caproni, Congedo del viaggiatore cerimonioso, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1986).

Io, invece, no, Direttore! Resto in carrozza sino all”ultima fermata. Anche se so che il viaggio sarà tormentato e, mi auguro, lungo. No, no, non sono un masochista. Sono solamente per l”affermazione dell” Uomo con la U maiuscola. Perciò mi batto, con tutte le forze di cui dispongo e fino all”ultimo dei giorni concessimi, contro i ladri di pensiero, i furbi di mestiere, le beghine di facciata.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA SOLIDARIETÁ DELLA CHIESA AI LAVORATORI FIAT

Tra i tanti fronti sui quali è stata impegnata di recente la chiesa, ricordiamo le polemiche della Lega sul Cardinale Tettamanzi, il monito del Papa sui meccanismi dei media, la solidarietà ai lavoratori Fiat.
Di Don Aniello Tortora

Alcuni avvenimenti di rilievo nazionale e locale hanno impegnato la chiesa negli ultimi tempi.
La Lega, la scorsa settimana, ha sferrato un attacco senza precedenti al cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi.
“Quelli” che hanno “difeso” il crocifisso nelle scuole e negli ambienti pubblici e parlato di “identità culturale cristiana” hanno attaccato il cardinale di Milano “reo”, secondo loro, di aver voluto solo annunciare il vangelo dell”accoglienza e della solidarietà.
Da più parti si è espressa la solidarietà e vicinanza al card. Dionigi Tettamanzi, pastore attento in primo luogo al bene comune della città secondo giustizia, fraternità e solidarietà e alla sorte e alla condizione degli ultimi di ogni nazionalità, religione e cultura.

Al di là di attacchi strumentali preoccupano politiche di esclusione sociale senza soluzioni alternative, che non fanno onore alle tradizioni civili e sociali del nostro Paese. Ma soprattutto deve allarmare ogni forma di incentivazione di sentimenti di paura ed esclusione nei confronti di stranieri ed immigrati, erigendo barriere difensive del proprio benessere. Al contrario, sarebbero invece da promuovere ragionate politiche di accoglienza e integrazione. Non si possono dimenticare l’accoglienza e la solidarietà, valori alti che animano una comunità civile e che fanno parte della tradizione secolare della cristianità e il riconoscimento dei diritti garantiti da norme internazionali.

Martedì 8 dicembre, altro avvenimento, Papa Benedetto in Piazza di Spagna, nell”omaggio all”Immacolata, ha pronunciato un discorso che ha fatto molto riflettere. Riporto qui parte del discorso del Papa:
“Cosa dice Maria alla città? Cosa ricorda a tutti con la sua presenza? Ricorda che “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5, 20) – come scrive l’apostolo Paolo. Ella è la Madre Immacolata che ripete anche agli uomini del nostro tempo: non abbiate paura, Gesù ha vinto il male; l’ha vinto alla radice, liberandoci dal suo dominio.
Quanto abbiamo bisogno di questa bella notizia! Ogni giorno, infatti, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perchè il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula”.

“Nella città vivono – o sopravvivono – persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi, e vengono sfruttate fino all’ultimo, finchè la notizia e l’immagine attirano l’attenzione. È un meccanismo perverso, al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico. Senza pietà, o con una falsa pietà. C’è invece in ogni uomo il desiderio di essere accolto come persona e considerato una realtà sacra, perchè ogni storia umana è una storia sacra, e richiede il più grande rispetto.
I mass media tendono a farci sentire sempre “spettatori”, come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti “attori” e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri”.

“Spesso ci lamentiamo dell’inquinamento dell’aria, che in certi luoghi della città è irrespirabile. È vero: ci vuole l’impegno di tutti per rendere più pulita la città. E tuttavia c’è un altro inquinamento, meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericoloso. È l’inquinamento dello spirito; è quello che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia…
Voglio rendere omaggio pubblicamente a tutti coloro che in silenzio, non a parole ma con i fatti, si sforzano di praticare questa legge evangelica dell’amore, che manda avanti il mondo. Uomini e donne di ogni età, che hanno capito che non serve condannare, lamentarsi, recriminare, ma vale di più rispondere al male con il bene. Questo cambia le cose; o meglio, cambia le persone e, di conseguenza, migliora la società”.

Un ultimo avvenimento, quello locale.
Insieme al vescovo, a molti sindaci e rappresentanti del sindacato e lavoratori Lunedì 14 dicembre siamo stati in Prefettura a Napoli per consegnare un documento di solidarietà per lavoratori Fiat, sempre in attesa di buone notizie per la loro fabbrica (nella foto lo slogan di un operaio Fiat, ndr).
Il 22 dicembre ci sarà a Roma un incontro di Marchionne con il Governo, per definire il piano industriale.
Vogliamo, tutti, ancora lottare per “gridare” la dignità del lavoro nel nostro territorio e per “costringere” la dirigenza Fiat a fare progetti di giustizia, di pace e non di solo profitto.
(Fonte foto: www.riviera24.it)