LE TORTURE SUI BAMBINI

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I gravi fatti scoperti in un asilo di Pistoia hanno ragioni profonde, che non salvano i genitori dei bambini torturati dalle maestre indegne. Troppo impegnati a correre, per chiedersi a chi stavano affidando i propri figli.
Di Silvano Forcillo

Questo è l”articolo che, più di altri, mi trovo a commentare con grande e dolorosa difficoltà. In un asilo di Pistoia, “Cip-Ciop”, una struttura privata accreditata dal Comune, due mesi fa, si è verificato lo scempio e la crudeltà più inaudita che un essere umano possa concepire, la violenza, la cattiveria, l”aggressività e la tortura fisica e psicologica dei più importanti del mondo: i “bambini”.

Non mi piace cadere nella facile e semplice condanna di questo efferato comportamento, invece, desidero offrire ai nostri cari lettori, alcune riflessioni che, mi auguro, possano impedire il ripetersi di simili atti orrendi e criminali. Ormai mi sembra del tutto ovvio e scontato, che non viviamo in uno Stato di salvaguardia e rispetto dei diritti e dei bisogni umani, specialmente, dei diritti dei più deboli e degli indifesi, cui il potere politico e il consesso umano e sociale dovrebbero farsi carico.

Anzi, proprio le istituzioni e le organizzazioni sociali, che dovrebbero garantire il benessere psicofisico e sociale degli esseri umani, si rendono responsabili delle più aberranti ingiustizie e cattiverie. Perchè succede tutto questo e cosa posiamo concretamente fare per difendere l”unico bene tangibile dell”umanità, il vero e unico futuro, in cui dobbiamo ancora credere e sperare e che rende, ancora, possibile e significativo il vivere sul nostro pianeta? Prima di rispondere voglio fare una breve premessa necessaria e imprescindibile per non cadere in luoghi comuni e in scontate e miracolistiche soluzioni.

Ciò cui stiamo assistendo, giorno dopo giorno, annichiliti e impotenti e che la cronaca fortunatamente non ci nasconde più e che coraggiosamente sceglie di rivelare e farci conoscere, non è altro che il risultato finale di secoli e secoli di oscurantismo, ipocrita perbenismo e falso sentimento religioso, che tutto ha nascosto, accettato e giustificato, in nome del benessere economico, finanziario e del potere politico. Oggi, invece, è tutto sotto i nostri occhi e, quindi, nessuno più può fare finta di non vedere, sentire o continuare a nascondere a se stesso l”amara verità. Premesso questo passo a riflettere sulle ragioni profonde che favoriscono episodi brutti come quelli dell”asilo di Pistoia.

Non c”è più il senso e il rispetto delle proprie e altrui responsabilità, non c”è più il rispetto e il mantenimento, ad ogni costo, delle proprie scelte e decisioni prese. Tutti, ormai delegano tutto a tutti: i mariti delegano tutto alle mogli e viceversa; i genitori delegano i figli alla scuola, i docenti delegano la scuola e i propri alunni alla famiglia e ai genitori; le istituzioni delegano ai cittadini; i cittadini delegano alle istituzioni; i politici delegano agli elettori e gli elettori delegano ai politici.

Stiamo tutti giocando alle “tre carte” e nessuno ha intenzioni di fermarlo questo stupido, pericoloso e deleterio gioco. Lo svilimento della Persona, la narcotizzazione dell”essere umano attraverso i media, ha dato i suoi risultati: non c”è più chi controlla, non c”è più chi è attento e non c”è più chi si assume le responsabilità. Siamo tutti impegnati a correre, fare, agire, guadagnare, spendere, comprare, a tentare la fortuna giocando e sperando, a sopravvivere e a perderci nel niente esistenziale. Quindi, non ha alcuna importanza soffermarci a riflettere, o a chiederci a chi affidiamo i nostri bambini, i nostri figli, gli adolescenti, il nostro voto, il nostro essere e la nostra vita.

L”importante è delegare e scrollarci di dosso problemi, doveri e responsabilità, per potere continuare a chiudere gli occhi e a sopravvivere, fino quando non siamo costretti ad aprirli gli occhi, perchè ci è andata male o perchè siamo diventati vittime noi stessi e siamo stati toccati personalmente dal dolore, dalla sofferenza e dalla disgrazia. Ho avuto già modo di dirlo e ribadirlo, in altri articoli, è necessario fermarci, riflettere, formarci, aggiornarci e diventare protagonisti della nostra vita e, seriamente responsabili di quanti ci vengono affidati, senza accettare deleghe, nè a rinunciare più al controllo, all”attenzione e alla presenza responsabile e attiva.

Basta con l”ignoranza, basta con l”inerzia sociale e con l”approssimazione del vivere e dell”essere per correre solo dietro ai soldi, al benessere e al potere. C”è bisogno di una nuova, efficace e seria istruzione, educazione, socializzazione, istituzionalizzazione e responsabilizzazione al vivere e all”essere. Bisogna aprirsi all”innovazione, all”acquisizione di nuove competenze e abilità umane e sociali, bisogna imparare ad essere Persona, a fare il genitore, il docente, l”educatore, ma soprattutto occorre riprendere la propria vita, nelle proprie mani, senza più delegarla o affidarla ad altri.

Occorre, in altre parole, imparare a diventare artefici e protagonisti del proprio futuro, del proprio benessere e del benessere di coloro di cui siamo responsabili, soprattutto degli essere più importanti del mondo: i bambini, che sono coloro che della vita e del mondo permetteranno la prosecuzione.
Questo è l”articolo che, più di altri, mi trovo a commentare con grande e dolorosa difficoltà. In un asilo di Pistoia, “Cip-Ciop”, una struttura privata accreditata dal Comune, due mesi fa, si è verificato lo scempio e la crudeltà più inaudita che un essere umano possa concepire, la violenza, la cattiveria, l”aggressività e la tortura fisica e psicologica dei più importanti del mondo: i “bambini”.

Non mi piace cadere nella facile e semplice condanna di questo efferato comportamento, invece, desidero offrire ai nostri cari lettori, alcune riflessioni che, mi auguro, possano impedire il ripetersi di simili atti orrendi e criminali. Ormai mi sembra del tutto ovvio e scontato, che non viviamo in uno Stato di salvaguardia e rispetto dei diritti e dei bisogni umani, specialmente, dei diritti dei più deboli e degli indifesi, cui il potere politico e il consesso umano e sociale dovrebbero farsi carico.

Anzi, proprio le istituzioni e le organizzazioni sociali, che dovrebbero garantire il benessere psicofisico e sociale degli esseri umani, si rendono responsabili delle più aberranti ingiustizie e cattiverie. Perchè succede tutto questo e cosa posiamo concretamente fare per difendere l”unico bene tangibile dell”umanità, il vero e unico futuro, in cui dobbiamo ancora credere e sperare e che rende, ancora, possibile e significativo il vivere sul nostro pianeta? Prima di rispondere voglio fare una breve premessa necessaria e imprescindibile per non cadere in luoghi comuni e in scontate e miracolistiche soluzioni.

Ciò cui stiamo assistendo, giorno dopo giorno, annichiliti e impotenti e che la cronaca fortunatamente non ci nasconde più e che coraggiosamente sceglie di rivelare e farci conoscere, non è altro che il risultato finale di secoli e secoli di oscurantismo, ipocrita perbenismo e falso sentimento religioso, che tutto ha nascosto, accettato e giustificato, in nome del benessere economico, finanziario e del potere politico. Oggi, invece, è tutto sotto i nostri occhi e, quindi, nessuno più può fare finta di non vedere, sentire o continuare a nascondere a se stesso l”amara verità. Premesso questo passo a riflettere sulle ragioni profonde che favoriscono episodi brutti come quelli dell”asilo di Pistoia.

Non c”è più il senso e il rispetto delle proprie e altrui responsabilità, non c”è più il rispetto e il mantenimento, ad ogni costo, delle proprie scelte e decisioni prese. Tutti, ormai delegano tutto a tutti: i mariti delegano tutto alle mogli e viceversa; i genitori delegano i figli alla scuola, i docenti delegano la scuola e i propri alunni alla famiglia e ai genitori; le istituzioni delegano ai cittadini; i cittadini delegano alle istituzioni; i politici delegano agli elettori e gli elettori delegano ai politici.

Stiamo tutti giocando alle “tre carte” e nessuno ha intenzioni di fermarlo questo stupido, pericoloso e deleterio gioco. Lo svilimento della Persona, la narcotizzazione dell”essere umano attraverso i media, ha dato i suoi risultati: non c”è più chi controlla, non c”è più chi è attento e non c”è più chi si assume le responsabilità. Siamo tutti impegnati a correre, fare, agire, guadagnare, spendere, comprare, a tentare la fortuna giocando e sperando, a sopravvivere e a perderci nel niente esistenziale. Quindi, non ha alcuna importanza soffermarci a riflettere, o a chiederci a chi affidiamo i nostri bambini, i nostri figli, gli adolescenti, il nostro voto, il nostro essere e la nostra vita.

L”importante è delegare e scrollarci di dosso problemi, doveri e responsabilità, per potere continuare a chiudere gli occhi e a sopravvivere, fino quando non siamo costretti ad aprirli gli occhi, perchè ci è andata male o perchè siamo diventati vittime noi stessi e siamo stati toccati personalmente dal dolore, dalla sofferenza e dalla disgrazia. Ho avuto già modo di dirlo e ribadirlo, in altri articoli, è necessario fermarci, riflettere, formarci, aggiornarci e diventare protagonisti della nostra vita e, seriamente responsabili di quanti ci vengono affidati, senza accettare deleghe, nè a rinunciare più al controllo, all”attenzione e alla presenza responsabile e attiva.

Basta con l”ignoranza, basta con l”inerzia sociale e con l”approssimazione del vivere e dell”essere per correre solo dietro ai soldi, al benessere e al potere. C”è bisogno di una nuova, efficace e seria istruzione, educazione, socializzazione, istituzionalizzazione e responsabilizzazione al vivere e all”essere. Bisogna aprirsi all”innovazione, all”acquisizione di nuove competenze e abilità umane e sociali, bisogna imparare ad essere Persona, a fare il genitore, il docente, l”educatore, ma soprattutto occorre riprendere la propria vita, nelle proprie mani, senza più delegarla o affidarla ad altri.
Occorre, in altre parole, imparare a diventare artefici e protagonisti del proprio futuro, del proprio benessere e del benessere di coloro di cui siamo responsabili, soprattutto degli essere più importanti del mondo: i bambini, che sono coloro che della vita e del mondo permetteranno la prosecuzione.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

“I TERRORISTI UCCIDONO LUIGI CALABRESI”

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Il consueto appuntamento settimanale con la storia dell”Italia del “900, si sofferma sul ruolo dei partiti politici dell”epoca e la minaccia terrorista sugli equilibri democratici della nazione.
Di Ciro Raia
Al Quirinale, scaduto il settennato di Giuseppe Saragat, c”è da eleggere il suo successore. I candidati più accreditati sono Amintore Fanfani per la Dc e Francesco De Martino per le sinistre. E quando le due candidature cadono, sembra trovare unanime consensi degli schieramenti politici quella di Aldo Moro. Ma all”improvviso la Dc presenta un nuovo candidato. Il 24 dicembre 1971, dopo ben 24 scrutini, è eletto, così, Presidente della Repubblica il giurista napoletano Giovanni Leone, che, politicamente, rappresenta un contrappeso all”avanzante centrosinistra ed una garanzia contro eventuali aperture al Pci.
Sul candidato democristiano, già presidente della Camera, convergono i 518 voti della DC, del PLI, del PSDI e del PRI. Il nuovo capo dello Stato, per la prima volta nella storia della Repubblica, -dopo aver constata la mancanza di una maggioranza parlamentare, che costringe il governo Colombo a dimettersi- scioglie le Camere e dà il via ad elezioni anticipate. L”esito delle votazioni (1972) denota una sostanziale tenuta della DC e dei partiti della sinistra, con una marcata avanzata del MSI. L”esperienza dei governi con la formula del centrosinistra non appare più perseguibile; si vara, perciò, un governo di centro con l”appoggio della DC, del PLI del PSDI e del PRI. A presiedere il nuovo consiglio dei ministri è chiamato il democristiano Giulio Andreotti.
Intanto, ci sono grandi fermenti negli organismi e nelle linee organizzative di alcuni grandi partiti politici.
Il XIII Congresso del PCI elegge suo segretario generale il sardo Enrico Berlinguer, autentica speranza per ridare forza al vertice del più grande partito comunista d”Europa. Berlinguer costruisce la politica del compromesso storico. Il segretario del PCI, infatti, è convinto che non si può pensare ad un governo delle sinistre con una forza che arrivi “solo” al 51% dei consensi. Da questo ragionamento la proposta, quindi, di un incontro delle masse cattoliche, comuniste e popolari per la costruzione di una grande forza, che possa rappresentare la maggioranza del popolo italiano.
A destra, invece, il segretario del MSI, Giorgio Almirante, cerca di dare al suo partito una patente di legittimità democratica, pulendolo dalle violenze del fascismo puro ed accreditando l”immagine di un “fascismo in doppiopetto” ubbidiente alle regole democratiche. Ma è poco credibile! Almirante non può nascondere nè negare, infatti, di essere stato combattente della Repubblica di Salò e redattore della rivista fascista “La Difesa della Razza!”
Anche nel PSI ci sono cambiamenti. Nel corso del XXXIX Congresso del partito è eletto segretario generale Francesco De Martino, un leader lungimirante che si impegna, da subito, a riprendere la via del centrosinistra, per cercare di porre un argine ai pericoli derivanti dall”eversioni di destra e dalla crescita del cosiddetto terrorismo rosso.
E proprio sotto i colpi del terrorismo cade, il 17 maggio 1972, il commissario Luigi Calabresi, colpevole –secondo gli attentatori- non solo di essere stato tra i poliziotti ai quali era stato dato l”incarico di interrogare l”anarchico Giuseppe Pinelli (in relazione alla strage della Banca dell”Agricoltura) ma di essere anche “uno di quelli” che conosce la verità circa la presunta “morte violenta” dello stesso anarchico.
(Fonte foto: Rete Internet)

FACCIAMO RETE. É TEMPO DI CAMBIARE!

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Per affrontare i problemi è necessario ricreare uno spirito collettivo, non bastano più le belle intenzioni. Bisogna operare in concreto.
Caro Direttore,
leggendo le notizie del tuo giornale on line –ma anche altra stampa- risalta un dato comune a molte realtà territoriali. Problemi e difficoltà di tanti centri (vesuviani e non), infatti esistono, ritornano e restano sempre uguali. Ovunque o quasi. Non a caso, dappertutto, ci si lamenta delle amministrazioni e degli amministratori; dappertutto, esaurita la stagione della partecipazione, la società vive emarginata dalle scelte e dalle decisioni, che sono ritornate rigorosamente nelle stanze dei partiti (sempre più esangui nei numeri che li rappresentano).
Ed ancora dappertutto è eliminato –o artatamente evitato- il processo di inserimento delle donne nei gangli delle istituzioni. Per non parlare, infine, dei problemi connessi all”ambiente, alla cultura, alla scuola, ai giovani, ai centri produttivi e a tante altre cose. Sembra, quasi, che ci sia una invisibile linea (un filo spinato?), che tiene unite o, forse, imprigionate, le nostre realtà territoriali, come ad indicarne una sfilza senza soluzione di continuità.
Caro Direttore, che fare, allora? Non ci si può solo lamentare; bisogna anche essere propositivi. “Sogno un Paese che abbia il coraggio di dire: era una buona idea ma siamo stati troppo arroganti nel proporla o forse siamo diventati troppo vecchi per portarla avanti. Allora, un Paese così di sicuro vedrà arrivare al suo cospetto nuove menti, pronte a prendere il testimone e a lavorare affinchè non finisca in cattive mani o venga risucchiato nel buco nero del passato”, (Antonio Pascale, “Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì, ma cosa?”,Laterza, 2009).
Perchè, per esempio, non creare una rete dei territori interessati ad uguali problemi? E non certo in base al principio che, oggi, tutto è rete o non è. Un”amministrazione, infatti, che funziona male o lascia scontenti (mal governati) troppi cittadini, non è un fatto solo locale. Gli amministratori, che pensano poco al “bene comune in comune” e molto di più a quello personale o di cordata, non sono da non tenere in conto solo nel gruppo che li ha eletti; essi sono parte di una classe dirigente, che, spesso, si propone o è chiamata (per appartenenza, più che per merito) a rappresentare il territorio a livello provinciale, regionale o nazionale.
E le donne chiamate a rappresentare le cosiddette “quote rosa” non possono essere solo una concessione di notabili locali o la soluzione per mettere a tacere fastidiosi galletti che si beccano.Ed, a seguire, l”ambiente non è solo una responsabilità territoriale circoscritta; la cultura non si gestisce come appendice del divertimento; i giovani con i loro bisogni non sono il dramma di un solo paese o di una sola città; i centri industriali non possono scaturire da semplice esigenze padronali e locali.
Nel terzo millennio tutti i problemi sono trans-cittadini, trans-territoriali, trans-istituzionali. Non è retorica dire che bisognafare i conti, nel rispetto, delle identità, con le realtà straniere che affollano le nostre strade, con le necessità ed i bisogni di “quelli della porta accanto”, con i vizi e i pregi della gente che vive di fronte al mare o, quanto meno, ne respira la brezza e si impossessa degli odori, perchè “il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia, bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere”, (Fernand Braudel, “Il Mediterraneo”, Bompiani, 1987).
Forse, è tempo che cambi qualcosa dentro la testa delle persone; non servono più le parole o le buone intenzioni. Forse, è tempo di ricreare uno spirito collettivo, un pensiero plurale, una volontà a non adeguarsi al conformismo. Insomma, è tempo in cui la politica deve avere le sue fondamenta nell”etica, le donne nelle istituzioni –come deve avvenire anche per gli uomini- devono essere presenti per le loro capacità, le industrie devono servire il territorio, che, a sua volta, deve essere protetto, rispettato, sfruttato intelligentemente nelle sue risorse e nelle sue energie.
L”idea della rete serve anche a tenere alta la tensione, a stuzzicare l”attenzione, a salvaguardare il macro ed il micro territorio. In breve, per esempio, il Parco del Vesuvio è una risorsa e non un limite; le costruzioni abusive sono un problema del macroterritorio e non solo di una comunità identificata e delimitata; la soluzione al problema dell”immondizia deve scaturire da un”ottica di sistema e non da espedienti magici, che chiamano in campo, di volta in volta, cave dismesse, container in partenza per la Cina, treni in viaggio per la Germania, business di marca delinquenziale unitamente ad arricchimenti improvvisi ed a drammatiche quanto (sistematicamente) occultate patologie tumorali, specie nella cinta dei paesi racchiusi tra le pendici del Somma-Vesuvio e la vasta (ed un tempo ubertosa) pianura nolana.
“Indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione di denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia:, responsabilità della condizione paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria:Ecco l”elenco “morale” dei reati commessi da coloro che hanno governato l”Italia negli ultimi trent”anni:reati che dovrebbero trascinare almeno una dozzina di potenti democristiani sul banco degli imputati, in un regolare processo”, (Pier Paolo Pasolini, “Lettere luterane”, Einaudi, 1976).
Caro Direttore, come può funzionare una rete? Incontrandosi, parlandosi, operando in concreto, dando voce a tutti, a maggioranze ed a minoranze, a parlatori di mestiere ed a timidi di costituzione, a giovani e ad anziani, a personaggi in vista ed a cittadini definiti umili. Ma una rete funziona, maggiormente, imparando ad ascoltare gli altri, a capirne i bisogni, a coglierne le relazioni d”aiuto, a sfruttarne le capacità. Forse, così, può darsi rinasca veramente il senso di appartenenza al territorio, il coraggio di rifiutare le apparenze, la voglia di indignarsi, di vivere in spirito di servizio, sempre.
Insieme alla necessità di ridare alla parola ambiente, non solo il significato di un qualcosa che circonda, ma soprattutto quello di insieme delle condizioni sociali, culturali, morali delle persone, che circondano l”individuo e ne contrassegnano le forme di vita fisica e spirituale.
Direttore, che ne dici? Non sembra una cosa difficilissima nè inattuabile. Solo i tempi sembrano immutabili. A meno che non si sia in attesa degli dei, che, come diceva Pindaro, “puniranno coloro che hanno abusato della democrazia. E puniranno anche i presuntuosi”.

COMUNI SCIOLTI PER CAMORRA. IL DIABOLICO BIS DI S.GIUSEPPE VESUVIANO

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Il Comune di S.Giuseppe Vesuviano era già stato sciolto per camorra nel 1993 e il sindaco, allora come ora, era Antonio Agostino Ambrosio, chiacchierato padrone della scena politica locale.
Di Amato Lamberti

Ancora una volta il Comune di S.Giuseppe Vesuviano è stato sciolto per infiltrazioni e condizionamento da parte della camorra. Non si conoscono ancora le motivazioni ma si parla di appalti, di forniture, di abusi edilizi accertati e non sanzionati, di concessioni in deroga a ogni normativa, di assunzioni di personale senza concorso e di pesanti coinvolgimenti oltre che del livello politico anche di quello tecnico e amministrativo.

Quando nel febbraio 2009 il prefetto di Napoli installa la Commissione di accesso presso il Comune per accertare possibili condizionamenti della criminalità organizzata il sindaco Antonio Agostino Ambrosio (foto), insieme con tutta la sua Giunta, dichiara la più assoluta tranquillità, perchè la trasparenza, dice, è la regola della sua amministrazione. Il primo scioglimento per infiltrazioni criminali, ampie e documentate, è avvenuto nel 1993 quando il referente “politico” della camorra era Mario Fabbrocino che nel Comune di S.Giuseppe Vesuviano aveva anche grandi interessi economici soprattutto nel settore immobiliare.

Il sindaco era sempre lui Antonio Agostino Ambrosio, detto “”o biondo”, dimessosi precipitosamente nel 2002 alla conclusione dei lavori della Commissione d”Accesso e all”avvio delle inchieste di Tangentopoli. Anche oggi, a distanza di 16 anni, il sindaco è sempre lo stesso, l”inossidabile padrone della scena politica sangiuseppese, un potere, la cui base elettorale e la cui autorità politica, si fondava, nel 1993, come ebbe a dire Pasquale Galasso, il boss collaboratore di Poggiomarino, sulla forza criminale di Mario Fabbrocino.

Una lunga carriera politica nell”amministrazione di S.Giuseppe Vesuviano, cominciata nel 1978 come assessore; continuata con la nomina a Sindaco nel 1985 e nel 1988. Tra le cause dello scioglimento del 1993 l”affare Italgest, la concessionaria del servizio di tesoreria comunale che percepiva compensi enormemente superiori a quelli richiesti, per lo stesso servizio, da qualsiasi istituto di credito. I carabinieri accertarono, in seguito ad indagine promossa dalla Direzione Investigativa Antimafia, collegamenti tra l”amministratore della Italgest ed esponenti di clan criminali del vesuviano, Alfieri e Fabbrocino, ma anche collegamenti con i casalesi di Francesco Schiavone.

Ambrosio, come si legge nel rapporto dei carabinieri, faceva, per così dire, da promoter dell”Italgest anche in altri Comuni, come Boscoreale. Ambrosio, politicamente, nasce grazie all”aiuto dell” on. Mensorio (morto suicida in circostanze misteriose su una nave che dalla Grecia lo riportava in Italia). Come racconta sempre Pasquale Galasso, all”inizio degli anni ottanta, quando lo scontro tra Cutolo e Nuova Famiglia miete centinaia di vittime, Ambrosio si lega a Carmine Alfieri, per poi passare sotto l”ala protettiva di Mario Fabbrocino, al quale era stato riconosciuto il controllo dell”area vesuviana, e ne diventa il principale uomo politico a disposizione. Da quel momento l”intera vita amministrativa di S.Giuseppe Vesuviano passa sotto il controllo di Mario Fabbrocino che continuerà a governare anche durante la lunga latitanza.

I cittadini di S.Giuseppe conoscono bene la situazione, ne parlano, ne discutono, ma si guardano bene dal fare alcunchè che possa disturbare il manovratore. Grazie al sostegno neppure tanto occulto di Mario Fabbrocino la carriera politica di Ambrosio conosce solo successi, fino al maggio 1999 quando viene condannato con patteggiamento per concussione. Nonostante questa condanna, superata indenne la bufera di tangentopoli, con processi nei quali è stato prosciolto e risarcito, torna a fare il Sindaco nel 2002 e viene riconfermato nel 2007, approfittando del fatto che la legge che prevede la non candidabilità per gli amministratori condannati per concussione è del dicembre 1999 e quindi successiva alla sua condanna.

L”on Bobbio ha affermato che questo scioglimento era atteso da anni, ma non ha specificato da chi. Non certo dalle migliaia di sangiuseppesi che hanno continuato a votare Ambrosio ben conoscendo le sue amicizie e i suoi collegamenti. Quello che desta la mia meraviglia è che a S.Giuseppe c”è una società civile attiva nelle professioni, nell”impresa, nel commercio, nelle associazioni culturali, nella scuola, lontana anche come mentalità oltre che nella pratica quotidiana dalla cultura camorrista, ma che non riesce ad organizzarsi e ad agire per restituire dignità e prestigio ad una città di straordinari lavoratori, professionisti e imprenditori.
(Fonte foto: Sito web Comune di San Giuseppe Vesuviano)

I COMUNI SCIOLTI PER CAMORRA

SI SCRIVE COPENAGHEN MA SI LEGGE FUTURO

La visione glocale in cui siamo inseriti ci obbliga a guardare alla capitale danese, da dove si aspettano decisioni importanti per fermare i disastri climatici e aiutare i paesi poveri.
Di don Aniello Tortora


Si è aperta a Copenaghen la XV Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici organizzata dalle Nazioni Unite. Quindicimila persone in rappresentanza di 192 Paesi. Due settimane per arrivare a conclusioni vere su emissioni e aiuti alle nazioni più povere. Presenti 105 leader mondiali tra cui Barack Obama.

Quindici giorni per cercare di imprimere una vera svolta alla battaglia mondiale per salvare il nostro pianeta dal disastro dei cambiamenti climatici. Gli occhi del mondo sono puntati sulla capitale danese per capire e giudicare se da questo vertice uscirà davvero qualcosa di nuovo, di importante, di duraturo e, soprattutto, di effettivamente concreto. Un vertice al quale, nella parte conclusiva prenderanno parte i leader di 105 nazioni, Obama in testa. Il presidente Usa interverrà il 18 dicembre e da lui si attendono prese di posizione importanti.

Due i temi fondamentali: un”intesa sulla riduzione dei gas serra con tutto quello che comporta per i Paesi più industrializzati, per quelli emergenti e per l”intreccio non sempre virtuoso delle rispettive economie. In sostanza, si dovrà stabilire come dividersi i costi economici della riduzione dell”inquinamento. Insieme, si dovrà stabilire quali cifre (miliardi di dollari) mettere a disposizione dei Paesi più poveri per aiutarli a emergere costruendo economie per quanto possibile solide ma basate su tecnologie pulite.

Si dovrà, in effetti, raggiungere un nuovo accordo, sul contenimento delle emissioni di gas responsabili del cosiddetto effetto serra, che subentri al Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012. Secondo gli esperti, per limitare la crescita della temperatura del mondo a due gradi centigradi entro fine secolo, occorre dimezzare entro il 2050 le emissioni rispetto al 1990. Finora, però, gli impegni annunciati dai Paesi industrializzati per il 2020 implicano un calo tra il 12 e il 16 per cento delle loro emissioni, contro il 25-40 per cento auspicato. Il punto cruciale in discussione è quello relativo al valore vincolante degli accordi, cioè al varo di un trattato con misure obbligatorie e con eventuali sanzioni per chi non le dovesse rispettare.

Una simile impostazione, sostenuta soprattutto dall”Unione europea, vede però contrari diversi grandi Paesi, a cominciare dai principali tra quelli in via di sviluppo come Cina, India, Brasile e Sud Africa, che all”appuntamento di Copenaghen si presentano con propri piani di riduzione delle emissioni di gas nocivi, ma solo su base volontaria.
A questo si aggiunge il costo della riconversione industriale e delle misure di protezione dai cambiamenti climatici, che minaccia di essere insostenibile per i Paesi del sud nel sud del mondo. Secondo Yvo de Boer, segretario esecutivo della convenzione dell”Onu sui cambiamenti climatici, serviranno una decina di miliardi di dollari ogni anno per i prossimi tre anni per rispondere ai bisogni più urgenti dei Paesi più vulnerabili nel far fronte ai cambiamenti climatici.

“Per questo – ha spiegato – serve un rapido sblocco dei finanziamenti”. Anche perchè “da qui al 2020, o al 2030 saranno necessarie cifre molto più significative, nell”ordine di centinaia di miliardi di dollari”.
Secondo il Segretario generale dell”Onu, Ban Ki-moon, occorre “non perdere tempo, perchè tutti i Governi del mondo sono d”accordo sul fatto che la temperatura media del pianeta non deve aumentare di oltre due gradi”. Ban Ki-moon si è detto convinto che nelle intenzioni dei Governi vi sia una reale unità di intenti.

Il Papa all”Angelus di domenica 6 dicembre ha pronunciato parole profetiche. Così ha detto: “Domani si aprirà, a Copenhagen, la Conferenza dell”Onu sui cambiamenti climatici, con cui la comunità internazionale intende contrastare il fenomeno del riscaldamento globale. Auspico che i lavori aiuteranno ad individuare azioni rispettose della creazione e promotrici di uno sviluppo solidale, fondato sulla dignità della persona umana ed orientato al bene comune. La salvaguardia del creato postula l”adozione di stili di vita sobri e responsabili, soprattutto verso i poveri e le generazioni future. In questa prospettiva, per garantire pieno successo alla Conferenza, invito tutte le persone di buona volontà a rispettare le leggi poste da Dio nella natura e a riscoprire la dimensione morale della vita umana”.

Anche tantissime organizzazioni cattoliche hanno sollecitato un rinnovato impegno da parte del Governo per un accordo equo e vincolante sul clima a Copenaghen: è questo lo scopo della campagna “Crea un clima di giustizia” che Focsiv ha promosso in Italia insieme all”Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro e a quello per la Cooperazione missionaria tra le Chiese della Cei e insieme alle principali sigle dell”associazionismo cattolico.
Bisogna dire che le recenti dichiarazioni degli Stati Uniti e della Cina sugli obiettivi di riduzione delle emissioni, le decisioni del Consiglio europeo di Bruxelles del 30 ottobre che stimano in 100 miliardi di euro l”anno entro il 2020 il pacchetto di aiuti internazionali ai paesi più poveri se, da una parte, testimoniano un cambiamento di rotta rispetto alle previsioni pessimistiche sul vertice, dall”altra sono comunque obiettivi al ribasso.

Purtroppo, è bene sempre sottolinearlo, sono i paesi più poveri a soffrire gli effetti del cambiamento climatico. Un impegno adeguato da parte dei paesi industrializzati, sia in termini di riduzione delle emissioni che di sostegno finanziario per l”adattamento è solo una questione di equità e di giustizia nella lotta comune al cambiamento climatico.
In questi giorni staremo a vedere cosa succederà a Copenaghen.
Noi siamo uomini di speranza, nonostante tutto!
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

QUANDO VITTIMA DI STALKING É UNA MINORE

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Continuano gli approfondimenti sulla Giustizia della rubrica “La bilancia”, in particolare, il filone della donna nel processo penale. Andiamo a conoscere un caso realmente avvenuto, con una minore vittima di stalking.
Di Simona Carandente

Se di norma le condotte descritte da soggetti, potenziali vittime di condotte a carattere persecutorio (art.612 bis c.p.) vanno sottoposte ad una rigorosa verifica in termini di attendibilità, particolare cautela si rende necessaria quando la persona offesa è un soggetto minore, posta la delicatezza degli interessi in gioco e l”esigenza di salvaguardia del suo ancora labile equilibrio.

Con questo modus agendi è stato affrontato il caso di A., giovane donna appena sedicenne all”epoca dei fatti, proveniente da un contesto socio culturale piuttosto elevato, capace di supportarla adeguatamente nella lunga, e non facile, battaglia giudiziaria intrapresa.
L”identikit dello “stalker”, in questo caso, è di quelli da manuale: un compagno di scuola, anch”egli di ottima famiglia, bello e dannato e per questo oggetto delle attenzioni di tante coetanee. Impossibile non cadere ai suoi piedi, impossibile non innamorarsene, perchè lui è una di quelle che persone che, nel bene o nel male, lasciano sempre e comunque il segno.

Nasce una relazione sentimentale tra i due e lo “stalker”, giorno dopo giorno, riesce ad impadronirsi della vita della giovane A., poco più che quattordicenne, profittando della sua inesperienza ed immaturità.
Progressivamente, la giovane viene indotta a lasciare la scuola, a rompere ogni contatto con i propri amici, a ridurre le comunicazioni con i propri genitori, ignari di tutto ed inizialmente sereni, sia per il contesto sociale culturale del ragazzo che per i sentimenti che questi, ricambiato, palesa nei confronti della minore.

Ad un tratto la storia comincia a prendere una piega perversa: A. è cambiata, sembra triste, depressa, ha perso interesse per la vita, e sua madre non riesce a capire il perchè. Tuttavia, se a questi fatti si sommano lividi sospetti, scuse farfugliate a metà, una gravidanza all”età di sedici anni, i conti ad un tratto sembrano non tornare.
Il gioco dello “stalker” è semplice: vuole rendere A. un bene di sua esclusiva proprietà, un oggetto da gestire a piacimento, e la gravidanza sarà un mondo, nella sua mente malata, per rendere il loro legame indissolubile, e l”oggetto del proprio desiderio straordinariamente concreto.

Quando A. capisce le reali intenzioni del suo compagno è troppo tardi: non riesce più a liberarsene, ed il rifiuto a proseguire la relazione fa scattare tutta una serie di condotte a carattere persecutorio, quali minacce, appostamenti, sms e squilli continui, non solo nei suoi confronti ma anche di quelli di ogni singolo componente il suo nucleo familiare.
Saranno proprio questi a prendere in mano le redini della vicenda, denunciando sia in prima persona, che in qualità di esercenti la potestà genitoriale, i comportamenti illeciti subiti da A., che nel frattempo ha perso gli anni più preziosi della sua vita, non esce più di casa da sola e, cosa più grave, si trova a dover fare la mamma, lei che è ancora così piccola da essere solo figlia.

L”epilogo della storia è a lieto fine, perchè allo “stalker” è stata comminata una misura cautelare, nonchè una condanna ad un anno ed otto mesi di reclusione. Ad A., invece, toccherà un lungo percorso di riabilitazione interiore, verso una vita normale, anche se solo apparentemente. (mail: simonacara@libero.it).
(Fonte foto: Rete Internet)

LO STALKING E GLI ATTI PERSECUTORI

PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO. INTERVISTA AL PRESIDENTE, UGO LEONE

Dopo aver sentito il Direttore del Parco e il rappresentante dei Comuni vesuviani, è la volta del Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, il prof. Ugo Leone. L”obiettivo è conoscere meglio una preziosa realtà ma distante dai cittadini.

Concludiamo, almeno temporaneamente il nostro breve ma intenso excursus nell”ambito del Parco Nazionale del Vesuvio. Abbiamo, in questi mesi, intervistato il Direttore, Matteo Rinaldi, il rappresentante dei comuni vesuviani, Giuseppe Capasso, e infine, chiudendo il cerchio, ci siamo intrattenuti col prof. Ugo Leone che, in carica dal 2008, presiede l”ente che tutela l”importante sito naturalistico.

L”idea di queste interviste, è stata quella di un”analisi, per niente definitiva, della realtà vesuviana, fin troppo distante dai suoi attori principali, i cittadini, che in realtà sembrano subire passivamente l”ingombrante presenza del Vesuvio senza comprenderne il valore e le potenzialità.
Ecco perchè abbiamo in questi mesi interpellato gli elementi più rappresentativi del Parco Nazionale, per chieder conto di ciò che il parco è, voleva essere e sarà.

Signor presidente, come lei già saprà il Mediano.it è da tempo un attento osservatore del Vesuviano e ovviamente del Vulcano che lo rappresenta e che ne segna profilo e destino. Abbiamo più volte messo in risalto pregi e difetti di un”area ad alto valore naturale, storico e paesaggistico ma anche dai forti contrasti e dai troppi attacchi alla sua integrità. Da un lato abbiamo il Parco con la sua tutela dell”ambiente, dall”altro una comunità che non comprende a pieno le potenzialità del territorio in cui vive e che del quale ne è spesso il primo detrattore.
“Il Parco rappresenta sul territorio una presenza che non è opportunamente compresa. Non è conosciuta dai cittadini dei 13 comuni che lo compongono e che ne sono i protagonisti attivi e i destinatari di tutte le nostre azioni. Se noi facciamo qualcosa, se accediamo (con grande difficoltà) a dei finanziamenti, non ne viene niente al parco in quanto tale ma alla comunità che esso rappresenta, cioè all”insieme dei 13 comuni. Se intanto è stato possibile, oggi come in passato, per questi ottenere concrete realizzazioni infrastrutturali lo è stato per l”opera d”intermediazione del Parco stesso.

Esso è il soggetto unico che può accedere ai fondi e trasferirli ai comuni direttamente, affinchè essi realizzino progetti come sta avvenendo attualmente per il progetto PIRAP di integrazione rurale delle aree protette. In assenza del parco tutto questo non potrebbe avvenire quindi risulta essere una presenza importante, non fosse altro per questi obiettivi per così dire materiali. Il Parco ha anche un compito istituzionale quello di tutelare la biodiversità naturale. Ho sempre sostenuto in questi quasi due anni di presidenza, così come nel mio primo incarico (il Presidente Leone è stato il primo presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, istituito nel 1995 ndr), che un approccio moderno alla protezione deve tener conto innanzi tutto e come istituzionalmente previsto, della protezione della natura, ma parallelamente e non di minore importanza della protezione delle persone, di quella che io chiamo la biodiversità culturale.

Intendendo con questa i cittadini, i quali non devono vedere nel rispetto dell”ambiente, tipico di un parco naturale, un vincolo, non come costrizione ma come occasione di sviluppo. Questo non è una pigro slogan ma una realtà concreta. Il Parco è il mezzo per accedere a quei finanziamenti per il rilancio e la riscoperta di quel patrimonio di tradizioni, di storia, di cultura che confluiscono in manifestazioni come l”artigianato, l”enogastronomia, il folclore, cioè tutte manifestazioni a impatto zero per l”ambiente e di grande rilievo per quanto concerne il rientro socio-economico. Deve esserci consapevolezza di questo, non tutti però accettano questa presenza, taluni la considerano un ostacolo. Di recente ho letto delle dichiarazioni che vedono il Parco come un ostacolo allo sviluppo turistico, non è vero!

Lo stesso PIRAP, ad esempio, va incontro al turismo rurale, se poi, quando si parla di turismo, ognuno vuol fare quel che gli pare, allora è ovvio che il parco è un ostacolo. Se invece si vuole puntare su quello che viene definito turismo sostenibile, parola a volte abusata, ma che rende ancora bene il concetto di un”azione turistica che permette di soddisfare oggi le esigenze dei visitatori senza privare di un analogo soddisfacimento chi verrà dopo”.

Tutto ciò è sacrosanto ed è opportuno che tutti quanti ragionassero in questi termini, dal primo all”ultimo cittadino, ma nella vita di tutti i giorni si riscontra una realtà ben diversa da quella da lei auspicata. Il comune cittadino non vede altro nell”ambiente che un qualcosa di quantificabile esclusivamente ai fini utilitaristici. Come vi rapportate con questa dura realtà?
“Questo è vero e c”è una responsabilità da parte del Parco. È vero perchè esiste un”ignoranza, intesa nel senso più genuino della parola, sull”esistenza del Parco, non tutti sanno di vivere in un area naturale protetta e di poterne trarre un vantaggio da questa presenza. Quelli che sanno e che ritengono di non trarne un vantaggio, perchè non gliene viene niente immediatamente, per così dire, non si rendono conto che il vantaggio è sì immateriale, ma dalla forte ricaduta nello sviluppo socio-economico del comune, che se ben amministrato offrirà dei benefici, più o meno immediati anche ai cittadini. La colpa del Parco sta nel fatto che non ha saputo ancora affermarsi nella coscienza dei cittadini con la sua presenza, va quindi migliorata e incrementata la comunicazione, bisogna far sapere che si esiste come dei collaboratori e non come ostacoli agli interessi dei cittadini, che per altro non sono sempre legittimi.

Ci sono interessi che vanno esaltati e soddisfatti, altri frustrati e bloccati, fra questi spiccano due tipi di abusivismo che hanno caratterizzato storicamente quest”area, l”abusivismo edilizio e quello dello sversamento abusivo dei rifiuti. L”abusivismo edilizio certamente ha trovato e trova nel Parco un ostacolo. Noi abbiamo provveduto e così chi c”era prima di me ad una serie di abbattimenti, rappresentativi della volontà del parco a bloccare l”abuso. 32 abbattimenti realizzati fino al 2005, questo costituisce un deterrente, chi volesse tuttora costruire, il suo bene non potrà mai essere condonato e corre il rischio di essere abbattuto. Abbiamo, a tal proposito, vista anche l”intrinseca difficoltà a censire gli abusi, sottoscritto un protocollo d”intesa con l”Assessorato all”Urbanistica della Regione Campania, dove si prevede la nostra fornitura di notizie per il piano degli abbattimenti, ogni sei mesi e loro materialmente provvederanno all”abbattimento. L”altro abuso storico dell”area è quello dello sversamento dei rifiuti.

È avvenuto di tutto, è stato sversato di tutto, in discariche evidentemente abusive, e questo è un problema che il Parco ha ereditato sin dalla sua istituzione nel 1995 e per questo bisogna procedere con un opera di bonifica, che risulta essere particolarmente delicata, complessa e costosa. Il paradosso di tutto questo è che, mentre si dice che in passato si sono sversati abusivamente rifiuti tossici e nocivi, lo stato, massimo tutore della legalità, in deroga a tutte le leggi, con un decreto del maggio 2008, ha consentito che in una cava nel territorio di Terzigno (e del ParcoNazionale ndr) fosse allestita una discarica. Noi del Parco ci siamo fieramente opposti e con tutti gli strumenti a nostra disposizione. Abbiamo per esempio partecipato alla conferenza dei servizi, convocata affinchè tutti i soggetti interessati si esprimessero. Ci siamo espressi negativamente solo noi, la Sovrintendenza ai Monumenti e i comuni di Boscoreale e Boscotrecase, altri si sono espressi positivamente come lo stesso comune di Terzigno, molti non hanno partecipato, e la loro assenza è stata interpretata come un silenzio assenso, di conseguenza, a maggioranza, la conferenza dei servizi è risultata essersi è espressa positivamente.

Io proposi subito un ricorso al TAR e all”Unione Europea ma è poi risultato improponibile e dovemmo accettare passivamente la situazione. Abbiamo però dedotto che per trasportare i rifiuti nella discarica bisognava non solo attraversare le strade del Parco ma addirittura ampliarle o costruirne di nuove e questo è improponibile. Non solo, tutto ciò non era previsto nel decreto che mirava all”apertura della discarica. Abbiamo immediatamente fatto ricorso al TAR che la settimana scorsa si è espresso positivamente e ci ha chiesto delle delucidazioni che gli sono state date il 2 dicembre scorso. Abbiamo fiducia che il ricorso sia accolto, mettendo in seria difficoltà lo scarico dei rifiuti e quindi l”utilizzo della stessa discarica nonchè scongiurando il pericolo dell”apertura di un”altra discarica contigua a quella di Pozzelle”.

Le deroghe alla legge sui parchi e le aree protette (Legge 6 dicembre 1991, n. 394) e la conseguente apertura della discarica di Terzigno hanno dato un”ulteriore spallata alla credibilità della tutela ambientale e reso ancor più difficile l”azione del Parco che già resisteva, a mo” di Fort Apache, in un contesto, quello napoletano, non propriamente dei più facili e propensi all”ambientalismo. Qual è la strada intrapresa dall”Ente Parco e quali saranno le future prospettive per il nostro Vulcano?
“Io non ho mai criminalizzato le discariche, che sono un passaggio obbligato per il completamento del ciclo dei rifiuti, il problema è quello che ci si mette dentro! Terzigno è un problema perchè ci si mette dentro di tutto vi si sversa il “talquale” dove è presente l””umido” e questo genera il percolato. Di recente ho avuto polemica con Bertolaso su questo problema, il sottosegretario e commissario per l”emergenza rifiuti affermava in un recente sopralluogo sulla discarica vesuviana che questa era in regola perchè su di essa non volavano i gabbiani.

Evidentemente non ci sono perchè la puzza è tale da allontanare perfino loro! Io non sono andato personalmente a sentire questa puzza, ma alcuni produttori locali mi hanno detto che ne ricavano un danno economico notevole, i viticoltori non hanno raccolto e quindi non vinificano, c”è poi un”industria alimentare di rilievo nazionale che produce frutta candita e che ha visto ridotte di 300.000 euro le sue commesse con la Germania a causa dell”impatto mediatico e qualitativo sui prodotti”.

Non le sembrano le ultime azioni governative, e in particolar modo il paventato riordino della normativa sui parchi, propensi a mortificare, se non delegittimare, quell”ambientalismo che, seppur in ritardo rispetto ad altri paesi occidentali, era riuscito a costruirsi uno spazio nel cuore e nella mente degli italiani?
“Questa legge di ridimensionamento dei parchi parte da una considerazione ovvero quella dell”identificazione di questi quali enti inutili e di conseguenza ne prevedeva la chiusura di tutti quelli al di sotto dei 50 dipendenti, questo rischio è stato sventato. Però poichè si vuol far cassa risparmiando nelle spese, il ruolo dei parchi viene in qualche modo ridimensionato da una proposta di legge, che, verosimilmente, diverrà legge intervenendo sugli organi direttivi e presidenziali, riducendone la consistenza quantitativa.

Le giunte vengono abolite, i consigli direttivi passano da 12 a 8 membri, ma quello che è importante e sottile in questa logica di ridimensionamento è che in questa riduzione vengono ridotte quantitativamente le rappresentanze delle associazioni ambientaliste, quelle dei comuni, ma non quelle del ministero dell”ambiente e dell”agricoltura (un rappresentante invece di due per le associazioni ambientaliste, uno invece di due per l”accademia, cioè CNR, università etc., tre invece di cinque per i comuni, mentre rimangono inalterate le due rappresentanze del ministero dell”ambiente e quella del dicastero dell”agricoltura). Un”azione di forte controtendenza rispetto ad un contesto internazionale che cerca di uscire dalla crisi economica planetaria anche con la cosiddetta “green economy”. Nel nostro paese, da questo punto di vista, c”è tanto da fare, basti pensare alla ristrutturazione idrogeologica dell”Appennino, che passa anche per il rimboschimento, ma anche la sua sistemazione antisismica, e le recenti sciagure ci dimostrano quanto sia vero e necessario agire in tal senso”.

Non crede che il cattivo esempio di talune autorità locali, vedi la decisione del sindaco di Ercolano di stoccare i rifiuti della “passata” crisi entro i confini del parco, possa risultare un pericoloso precedente e un cattivo esempio verso quei cittadini recalcitranti a un corretto smaltimento dei rifiuti?
“Sì l”Ammendola-Formisano, adibita a sito di stoccaggio è stata motivo di “lite” tra l”Ente Parco e il comune di Ercolano, pur nell”esistenza di ottimi rapporti tra i due enti e tra me e il sindaco. Ognuna delle due istituzioni ha dei compiti, il Parco vigila perchè al suo interno non avvengano cose contrarie alla sua filosofia, mentre dall”altro lato il comune deve cercare di liberare il suolo dai rifiuti che stazionano per le vie cittadine. Noi non lo potevamo consentire e ci opponemmo. Nei fatti il comune di Ercolano ha trovato dove buttare i rifiuti e la cosa si è risolta. Resta il problema, lì come altrove, della bonifica”.

Allora non saranno più sversati i rifiuti in quel sito?
“No però quelli che ci stanno dovranno essere rimossi”

È un problema che dovrà essere risolto anche perchè oltre ai vecchi sversamenti, nello stesso luogo e dalla restaurata stazione Cook dovrà partire l”annunciato “trenino rosso”, quindi, in vista della riqualificazione del posto, mal s”addice tale ingombrante presenza.
“Sì, spererei che la cosa avvenisse prima, ma nel momento in cui partirà, e non sarà lontana (probabilmente tra qualche mese) la cantierizzazione del percorso del trenino, la riqualificazione dell”area passa inevitabilmente verso la bonifica di questi siti ed è realisticamente auspicabile che si risolva quel problema”.

Infine presidente, proprio in relazione a quest”ultima problematica, circa un anno fa, sempre sulle pagine del nostro giornale, fu sollevata una polemica da un nostro lettore, che ventilava una sua applicazione della logica dei due pesi e delle due misure per la questione delle discariche vesuviane, giustificandole durante il governo Prodi e invertendo la tendenza col cambio di esecutivo. Può finalmente dare una risposta definitiva, per chiudere la questione?
“Con la mia prima presidenza (1995-96) fu nominato il primo commissario per i rifiuti in Campania, il prefetto Romano se ben ricordo, con l”istituzione del Parco nel giugno del “95 ereditammo due grossi problemi, quello della funicolare e della discarica di Terzigno. Quando si presentò il problema della discarica, io, non mi feci scrupolo (quindi la dico chiaramente la mia posizione, allora come oggi!) di istaurare una trattativa con il prefetto commissario e con il direttore generale del ministero dell”ambiente Mascarzini, nella quale mi si chiedeva i riempire di rifiuti questa cavità per due anni, dandomi in cambio royalties da dividere con il comune di Terzigno, e la bonifica di tutti i siti contaminati rientranti nell”area del Parco. Ma quali rifiuti? Quelli inerti!

Questi erano i termini dell”accordo che io non mi vergognavo, come presidente del Parco di contrattare. Perchè è mia opinione che una discarica non vada criminalizzata, perchè va giudicata per quello che è, per quel che ci si mette dentro, se ci mettiamo dentro degli “inerti” il Parco ne ricava un utile e la bonifica delle aree contaminate. Ma ero il solo nel consiglio direttivo dell”epoca ad avere questa posizione e quindi non la potetti portare avanti, forse, se le cose fossero andate diversamente oggi avremmo avuto la discarica colmata e le aree bonificate. Forse peccherò di ingenuità ma a quei tempi la cosa mi sembrava realizzabile anche in un”area protetta. Oggi cosa accade, la cava viene riempita di “talquale”, il Parco non viene assolutamente interpellato, l”unico interlocutore è stato il Comune di Terzigno che ne ricava utili”.

Questa sua posizione è fondata sulla pragmatica o va oltre la contingenza?
“La fondo su un principio, in un parco naturale come quello del Vesuvio, dove vivono centinaia di migliaia di persone non si può pretendere che tutto ciò che essi di negativo fanno si riversi sugli altri. I cittadini dei parchi sono come gli altri produttori di rifiuti, possono quindi pretendere che i loro rifiuti vengano smaltiti altrove? In teoria no, devono essere smaltiti all”interno del parco, ma, in modo virtuoso. Questo è il principio che cerco di esprimere”.

Ancora una perplessità Presidente, io, da comune cittadino, sensibile alle tematiche ecologiche, immagino un parco nazionale come la massima realizzazione di un”area protetta e quindi integro dal punto di vista ambientale, al di là dei problemi che possono circondarlo come anche la crisi dei rifiuti, che sembra non aver ancora visto una fine.
“In effetti non è stato risolto nulla, non hanno fatto altro che gettare la polvere sotto al tappeto”.

Ma le dicevo è l”emergenza che le fa prospettare questa cosa o lei, data la forte antropizzazione del territorio, giustifica l”esistenza di una discarica nel Parco?
“No! Non la giustifico più la presenza di una discarica, per le modalità di realizzazione e per il rischio che si passi alla cavità vicina. Il Parco può però dare un aiuto alla risoluzione parziale del problema dei rifiuti anche con la costruzione di impianti di compostaggio liberando i comuni da una presenza ingombrante e onerosa (circa il 30% del totale prodotto), dando dimostrazione che il Parco è propositivo e non sa solo dire no”.

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Il pomeriggio scolastico della settimana appena trascorsa, ha visto i ragazzi di “Scuole Aperte” discutere del conflitto arabo-israeliano grazie al film “Il giardino dei limoni”.

Nel quarto giorno dedicato al progetto “Destinazione l”altro”, cambiano gli spazi geografici e i tempi dell”azione, ma non cambia l”escalation di violenze fisiche e psichiche da parte di gruppi di “potenti” a danno di categorie più deboli a cui vengono strappati averi e radici.

Attraverso la delicata storia de “Il giardino dei limoni” i giovani spettatori del liceo Mercalli e della Scuola Media C. Poerio hanno affrontato la questione arabo-palestinese in modo discreto, senza assistere a scene di belligeranza estrema o di feroci rappresaglie che quotidianamente seminano morte e distruzione: Eran Riklis, infatti, racconta la storia di Salma, che vive in Cisgiordania un”esistenza misera, ma dignitosa grazie al sostentamento del suo “giardino di limoni” fino a quando accanto alla sua modesta casa si trasferisce il Ministro della difesa israeliano.

La cruenta spirale di violenza, che ha affossato il processo di pace avviato e poi arrestato negli anni “90, tra la guerra del golfo del “91 e l”affermazione dei fondamentalismi che hanno impedito ogni forma di mediazione, non emerge in modo evidente, ma fa da sfondo a questa storia.
I temi scottanti sono emersi tra le righe delle scene del film e sono stati evidenziati dalla raccolta delle emozioni dei ragazzi attraverso il rituale “circle time” , arricchito in questa circostanza dalla presenza dei ragazzi della III E della S.M.S. C. Poerio , di cui il Liceo Mercalli è partner in questo Progetto.

Alessandra, Simona, Cristiana, Claudia, Riccardo, Rosaria, ben presto si sono sentiti a loro agio , anche per merito dei compagni liceali che hanno creato un favorevole clima di accoglienza ed hanno segnalato sulle loro “foglie” emozioni significative attribuendo ad esse una coerente collocazione storico – politico – sociale.

L”albero delle emozioni si è ben presto arricchito di rabbia, tristezza, , ingiustizia, ma anche di stupore, resistenza, forza di volontà, complicità tra donne appartenenti a schieramenti avversi e soprattutto di speranza che, come si sente dalle parole della stessa protagonista, è l”unica forza che può sostenere l”apertura di un dialogo ed uscire dalla trappola in cui entrambe le parti si sono imprigionate.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

L’UOMO VIOLENTO. PADRE E MARITO DA “RINNEGARE”

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Un marito e padre violento vive senza comprendere la realtà che muta attorno a lui. Si sente inadeguato e preferisce dominare piuttosto che ascoltare.
Di Silvano Forcillo

Anzitutto, desidero ringraziare i lettori di “ilmediano.it”, che hanno offerto i loro significativi e generosi commenti al mio articolo pubblicato il 28 novembre u.s.. La testimonianza coraggiosa ed onesta di questi lettori che, con la loro condivisione, ci hanno voluto regalare un pezzo della loro preziosa intimità, m”incoraggia e mi sprona, ulteriormente, ad impegnarmi a dare il mio personale contributo per la creazione di una società più giusta, più sana e più a misura d”Uomo.

Ancora una volta, purtroppo, la cronaca mi costringe ad interessarmi di un altro preoccupante e ripetitivo fenomeno: padri e mariti violenti, con mogli e figli, padri assassini e violentatori all”interno della propria famiglia e della propria cerchia degli affetti parentali.

La prima riflessione che mi viene spontanea è il pensare, come, questi orrendi episodi di violenza e di criminalità domestica causati dal marito/padre, sono il chiaro e inequivocabile segnale del fallimento e dell”inefficacia dei modelli culturali e educativi cui siamo stati erroneamente e dolorosamente sottomessi per intere generazioni:

il “maschio”, che deve dare continuamente prova della sua virilità e della sua forza, “l”uomo predatore”, che non deve mai sottrarsi allo stabilire il suo domino sessuale, fisico e psicologico sulla donna, che viene vista solo, come oggetto di piacere e di potere; il “capo famiglia”, ovvero il padrone di casa, considerato come unico garante dell”economia e del benessere materiale della famiglia su cui, per questo vanno a gravare le responsabilità, i doveri e le difficoltà e, proprio per questo, quindi, in diritto di comportarsi, come crede e come vuole, anche negando la libertà e la dignità di essere umano di chi lo ama e con lui convive.

Gli uomini violenti all”interno della propria famiglia, fortunatamente non sono in molti e sono coloro che non hanno saputo affrancarsi dalle comuni “credenze” imposte dalla società o ricevute dalla loro personale esperienza familiare. Non vogliono, o più spesso, non riescono ad affrancarsi, dai modelli diseducativi che hanno ricevuto, poichè il più delle volte si tratta di persone senza cultura, senza alcuna consapevolezza emotiva di sè e degli altri, senza un “Io interiore”, senza parametri valoriali ed esistenziali, se non quelli passivamente ricevuti, che non sono mai stati rivisti nel corso della propria crescita e sono stati accettati, come le uniche certezze su cui fondare la propria esistenza.

Un marito e padre violento vive senza chiedersi niente, senza osservare e comprendere la realtà che, in fretta e inesorabilmente cambia attorno a lui e dentro la sua stessa famiglia; questo marito e padre non è in grado di rendersi conto dei suoi e degli altrui “Bisogni”, poichè è fossilizzato sulle proprie certezze per la paura di non essere all”altezza del resto del mondo; egli non è in grado di migliorare e svilupparsi imparando dal confronto e dalla condivisione con gli altri, perchè mettere in dubbio le proprie certezze, aprendosi all”ascolto degli altri, farebbe inevitabilmente vacillare la sua immagine di persona autoritaria e dominante che egli stesso si è imposto.

Come si vive in una famiglia con un uomo del genere? Non si vive, si sopravvive e si desidera, spesso, che la morte del genitore o di se stessi, metta fine alla disperazione e all”angoscia. In una tale famiglia si respira solo la paura, la tensione, la cattiveria, l”indifferenza e il sopruso, e al primo serio e imprevedibile problema, si ripara con la violenza, l”aggressività, la punizione, la condanna e l”eliminazione. La violenza e l”aggressività diventano le armi che questi uomini utilizzano, per sentirsi ascoltati e rispettati.
La nostra Società è la principale colpevole dell”esistenza di tali uomini, perchè ad essi non è saputa arrivare, con l”informazione, l”aiuto concreto, l”istruzione, l”educazione aggiornata e attualizzante.

Unitamente alla nostra società sono, sicuramente, correi la scuola, la chiesa le istituzioni e la mancanza di parametri valoriali ed esistenziali innovativi e rivoluzionari.
Questi uomini e padri violenti, che intossicano e distruggono la vita delle donne, delle famiglie, delle mogli e dei figli, sono gli ignoranti, gli inconsapevoli, quelli che vivono solo per il lavoro e per i soldi e credono che, solo con questo e nient”altro, possano garantire l”assolvimento dei doveri e dei compiti familiari e genitoriali. Sono proprio questi uomini mariti e padri, le vittime prescelte, e inconsapevoli, le mine vaganti create dalla nostra stessa società.
È ora che si riparta dal basso, dal vero problema, dai bisogni insoddisfatti e irrealizzati, dall”assicurare, anzitutto, la vita, la serenità del vivere e il benessere economico e materiale di tutti.

È ora che si riparta dall”Uomo e dall”Essere umano visto come “essere sociale e di cultura”. E, se questo non lo può garantire, nè offrire la società, o lo Stato come, invece, dovrebbe, allora cominciamo a creare noi le condizioni, perchè non vi sia più il maschio forte e sicuro, il cacciatore, l”eroe della casa, il capro espiatorio. Come? Rendendoci conto che non esistono più il maschio e la femmina, il “maschio forte” e la “femmina debole”, il “capo famiglia” e i sottoposti, il “padrone assoluto” e i sottomessi.

È necessario capire e insegnare, alle nuove generazioni, che esistono solo Uomo e Donna e che, insieme, senza ruoli stereotipati, nè obsolete e deleterie credenze, sono chiamati a realizzare la crescita personale, professionale, culturale e sociale, attraverso i figli, l”amore e la consapevolezza del vivere, per quello che veramente si è e non per quello che si fa o si è obbligate a fare.
(Fonte foto: Rete Internet)

I COMMENTI

LA RUBRICA

GLI ANNI “70 IN ITALIA. PROTESTE E RIVOLTE

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Fatti internazionali e politica nazionale si intrecciano e provocano ribellioni ed eversione nell”Italia di questo periodo. Compare la sigla B.R.
Di Ciro Raia
Gli anni sessanta si chiudono con negli occhi le immagini della strage della Banca dell”Agricoltura, a Milano. Ma tutto il 1969 è stato un anno da ricordare con l”emozione suscitata dalle morti, a Praga, dello studente Jan Palach (che si è lasciato bruciare, per protesta contro l”occupazione sovietica), e dal ritrovamento del corpo senza vita del piccolo Ermanno Lavorini, nella pineta di Viareggio.
E, poi, le proteste studentesche: a Napoli, dove il lancio di molotov provoca un incendio all”Università; a Roma, a La Sapienza, dovesi scontrano studenti di sinistra e di destra, guidati dai loro rispettivi leader, Franco Piperno e Walter Marchesini; a Milano, alla Cattolica, che è occupata sotto la guida di Mario Capanna, leader riconosciuto del Movimento studentesco e studente di Filosofia al IV anno di corso. Anche nelle carceri monta la protesta, che si inserisce nel filone generale delle rivolte in atto nel paese: alle Nuove di Torino, a Poggioreale a Napoli, a San Vittore a Milano.
Forse, in quest”anno, si registra una sola serata di quiete: è quella del 20 luglio. In questa data, infatti, l”intero paese è seduto davanti alla televisione ed ascolta la voce di Tito Stagno, che commenta le immagini del primo uomo sulla superficie lunare: “Sono a quattrocento metri da terra. Dalla Terra:dal suolo lunare. È questo il momento più delicato:Toccato il suolo lunare!”. L”orologio segna le 22,17.
Purtroppo anche gli anni settanta si aprono, per l”Italia, su uno scenario altrettanto drammatico. Il paese è invaso da scioperi generali, che investono non solo il mondo del lavoro, ma anche i settori della scuola, della sanità, della casa e dei trasporti. Uno sciopero del mese di luglio 1970 manda in crisi il governo presieduto da Rumor; il nuovo esecutivo viene presieduto dal democristiano Emilio Colombo. I sindacati diventano sempre più forti ed assumono la leadership nelle contrattazioni di lavoro. A guidare la CGIL, uno dei sindacati più determinati nella difesa dei diritti dei lavoratori, è chiamato Luciano Lama. I lavoratori, ora, sono molto garantiti sul posto di lavoro, grazie anche al varo dello Statuto dei Lavoratori.
Le prime elezioni per i governi delle Regioni (giugno 1970) provocano una violenta sommossa a Reggio Calabria. Nell”estrema regione peninsulare, infatti, è stata scelta la città di Catanzaro come sede della Regione a scapito della stessa Reggio; istigato, così, da un tribuno missino, Ciccio Franco, il popolo reggino innalza le barricate e, al grido di “boia chi molla!”, brucia auto, fronteggia la polizia, espugna edifici pubblici, ferma il traffico ferroviario. Negli scontri, oltrea numerosi feriti, resta ucciso il giovane Bruno Labate. La protesta calabrese nasce da un acceso campanilismo, ma anche dalle condizioni di forte degrado del sud e dal tentativo dell”estrema destra di conquistare, con azioni di forza, il controllo del paese.
Oscuri gruppi politici di regime architettano, poi, un colpo di Stato, che fallisce, per fortuna, sul nascere. Uno dei maggiori protagonisti del fallito golpe è Junio Valerio Borghese, discendente di una nobile famiglia romana ed eroe di guerra. Compaiono, contemporaneamente, le B.R. (Brigate Rosse) -organizzazioni di sinistra fortemente combattute dal PCI e dalla classe operaia-, che fanno della lotta armata lo strumento di quella rivoluzione mancata (a loro dire) dai partiti della sinistra storica. Il loro primo attentato si consuma a Milano, ai danni di un dirigente della Sit-Siemens.
Così, a contendersi il campo dell”eversione, ci sono forze sia di destra che di sinistra. Un rapporto del prefetto di Milano, Libero Mazza, parla, infatti, di circa 20.000 extraparlamentari, perfettamente organizzati, pronti a minare la struttura dello Stato. E proprio in questo filone si inserisce l”episodio del 15 marzo 1972, giorno in cui, su un traliccio dell”alta tensione, a Segrate, è trovato il cadavere di Giangiacomo Feltrinelli, il proprietario dell”omonima casa editrice, amico di Fidel Castro, di Che Guevara e di tanti altri rivoluzionari sparsi nel mondo.
È un incidente in cui è rimasto vittima un attentatore o è una finzione, messa in atto da qualche servizio segreto, che ha interesse ad eliminare l”editore? Il giornalista Giampaolo Pansa così commenta l”episodio: “Una fine assurda, da pazzo soldato solitario. Feltrinelli ci è andato di sua volontà a morire in quel prato o ce l”hanno mandato? È caduto da “capo” o da fantoccio? Questa è la domanda-chiave di una storia paurosa, piena di ombre anche più nere di quella della strage della Banca dell”Agricoltura”.
(Fonte foto: Rete Internet)