Portici, Buon compleanno Cetra!
Il Vesuvio brucia ancora
Da ieri pomeriggio le fiamme stanno consumando ettari di macchia mediterranea, dopo la nottata riprendono i voli dei Canadair e le operazioni di terra.
Questa notte sapeva di fumo, quel fumo acre più per il dispiacere che per il timore per la nostra salute, una sofferenza mista ad impotenza e con la consapevolezza che il fuoco, durante la notte, non avrebbe arrestato il suo cammino.
Stamattina, ormai intrisi di odore di bruciato e frustrazione, ci svegliamo e affacciandoci da San Sebastiano, ci rendiamo conto che il fronte delle fiamme di ieri è ancora attivo e purtroppo si è spostato più a valle, sempre ad Ercolano ma stavolta verso via Viulo, una traversa di via Vesuvio.

Ci rechiamo in zona verso le 11.00, con i Canadair che rombano sulle nostre teste e dove incontriamo, Protezione Civile, Carabinieri e Vigili del Fuoco, nessun altro. I due aeroplani dei VVF alternano i loro voli su una zona mista di sterpaglie e pineta e pericolosamente vicina alle abitazioni che anche in questo caso sono state appena lambite dalle fiamme. I vigili irrorano con gli idranti il terreno ormai ridotto ad un tappeto di cenere, rifinendo il lavoro dei Canadair mentre i Carabinieri forestali indagano sull’accaduto prendendo deposizioni tra chi vive in quei luoghi.
Sembra ormai una giornata di routine, quasi come se l’abitudine e la rassegnazione avessero preso il sopravvento sull’indignazione e sul timore di questi giorni maledettamente infuocati. Le istituzioni tacciono o parlano attraverso i loro post sui social, diffondendo a mo’ di mantra luoghi comuni ed illudendo i cittadini con la fata Morgana di un esercito che se mai venisse in questi luoghi non avrebbe che una funzione estetica e demagogica come del resto già svolge qui ed altrove, saziando momentaneamente la fame di giustizia e lo sconforto di chi è stato danneggiato ma senza interrompere quel che non si vuole sia interrotto.
Nessuna novità all’orizzonte, nessun atto di coraggio istituzionale, solo un quotidiano stato emergenziale.
Mondo Eventi Campania, le nuove generazioni vanno in tv
Vesuvio: un paradiso abitato da ipocriti
Parafrasando i tanti autori che usarono tale motto, su Napoli e i suoi abitanti, lo faccio pure per la mia amata Muntagna, icona di tutti ma figlia di nessuno.
FOTOAssistere inermi ad una catastrofe fa male, ma farlo con la consapevolezza che tutto ciò che sta accadendo sarebbe prima o poi avvenuto, fa ancor più male. Essere cassandre è inutile e nuoce a chi ne sopporta l’incombenza, è risaputo, ma mettetevi nei panni di chi vive all’ombra del Vesuvio, mettetevi nei panni di chi, nonostante viva entro i confini di un parco nazionale, notte e giorno, deve respirare i fumi di roghi tossici ed incendi più o meno dolosi; cosa fareste nei suoi panni? C’è chi decide di volgere lo sguardo altrove e far finta di niente, ed altri che invece decidono di guardare in faccia il male che li assilla, e noi stiamo con questi ultimi.
Ieri, cinque luglio duemiladiciassette, il mondo alle falde del Vesuvio ha fatto un passo indietro e lo ha fatto a ritroso fino al luglio del duemilasedici, là dove si pensava, e si sperava, che non si potesse andare oltre quel baratro che a memoria d’uomo non si ricordava dal dopoguerra ad oggi. Invece no, la contingenza, il clima e l’approssimazione di un sistema politico inetto che si alimenta solo della clientela e, nel migliore dei casi, dello scaricabarile, ha fatto sì che cadessimo nello stesso errore del passato e tutto ciò nonostante le tante avvisaglie che preannunciavano il rischio di incendi nel Parco Nazionale del Vesuvio.
A dire il vero la questione è ormai regionale, poiché il nostro Vulcano non è stato l’unico oggetto delle fiamme degli incendiari; solo ieri, di incendi ce ne sono stati almeno 15 ma se il pesce puzza dalla testa, le squame non sono per questo più profumate e l’inerzia regna, a monte come a valle del sistema politico regionale. Ritardi, scarsità di mezzi ed uomini, la mancanza di una centrale operativa efficiente e soprattutto l’assenza totale di prevenzione.
E non mi si fraintenda, non parlo solo della fase emergenziale, in quel caso tutti si muovono e talvolta si è anche capaci di grandi cose, ma parlo di ciò che scandalosamente accade prima di un incendio, prima di ogni catastrofe annunciata, allorquando bisogna pianificare e progettare un qualcosa di concreto e non finalizzato al proprio tornaconto elettorale. Perché dunque arrivare all’emergenza?
Il dato di fatto è che ci troviamo al cospetto di un parco nazionale senza speranza, in un contesto altrettanto disperato, dove si agisce solo a parole e spot, mentre la natura, la coerenza e il mondo che vi gira attorno vanno letteralmente in fumo. Buona parte dei roghi di questo periodo è senz’altro di natura dolosa ma tali reati sono tutt’altro che sporadici e reiterati ormai da anni e continuiamo a chiederci quindi il perché non si voglia far fronte seriamente a questo fenomeno. Inoltre, assieme alla pianificazione, perché non si pensa anche ad una forza stabile di volontari ed esperti dell’antincendio a presidio del Parco? Affiancato da un gruppo stabile di volontari per l’avvistamento dei fuochi, composto da gente che ama e conosce il territorio, sarebbe questa la soluzione più efficace e meno dispendiosa per chi lamenta sempre la mancanza di fondi.
Ieri pomeriggio ho assistito alla lotta strenua di una famiglia che cercava di proteggere, non più il suo giardino, ma il proprio lavoro, il sacrificio di anni messo a repentaglio dalla distanza istituzionale. Ancora una volta si è sfiorata la tragedia e se il tutto è andato bene lo dobbiamo alla buona sorte e all’avvedutezza di pochi. Cosa accadrà quando qualcosa andrà storto? Addurremo il tutto agli imperscrutabili strali del destino, all’eccezionalità dell’evento o ci gratteremo gli attributi?
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Vesuvio: l’inferno continua
Ancora fiamme nel Parco Nazionale del Vesuvio, ancora una volta l’impegno di uomini e mezzi impegnati su più fronti non è sufficiente a scongiurare ciò che si prospetta essere un altro disastro.
Ore 14.00 di un torrido pomeriggio estivo, tutto sembra calmo quando all’improvviso scoppia l’incendio. Da via Vesuvio ad Ercolano, all’altezza del ristorante Casa Rossa, alimentato dal vento, il fuoco si sposta a monte, i focolai sono tanti e se ne creano sempre di più alimentati dall’arida sterpaglia.
Le fiamme raggiungono in poco tempo l’agriturismo Il Sentiero, i proprietari, intenti a pranzare si vedono all’improvviso circondati dalle fiamme che però riescono ad arginare con gli estintori e con le pompe per irrigare, giusto il tempo per scappare e chiamare i soccorsi.
Soccorsi che arriveranno solo dopo un’ora poiché impegnati su altri fronti come in via Ruggiero a Torre del Greco. Ad intervenire sono la protezione civile, la SMA, i Vigili del Fuoco e i Carabinieri coadiuvati dai proprietari del locale nel salvaguardare la loro proprietà e a contenere le fiamme che appaiono sempre più alte e minacciose.
La lotta sembra però impari, l’incendio si estende rapidamente e solo dopo un paio d’ore arriva un elicottero e un Canadair, al contempo le fiamme raggiungono anche i fili dell’energia elettrica e un traliccio dell’alta tensione creando ulteriore pericolo.
Lo scenario è infernale, e ricorda purtroppo quello del luglio scorso, un disastro che non ha lasciato nessun insegnamento a chi avrebbe dovuto contrastare quest’altro evento, purtroppo, ancora una volta, annunciato.
Campania ferma in opere pubbliche.
Brutte notizie dal censimento del Ministero delle infrastrutture.Impatti sull’ambiente e sulla spesa pubblica.
Aumentano nel disinteresse pressoché generale ma fanno gola alle statistiche. Motivi e giustificazioni a portata di mano da parte degli attori principali, le nostre opere pubbliche continuano ad essere maledette. La Campania, non ne aveva bisogno, ma si è guadagnata un nuovo primato. Ha in assoluto il più alto numero di cantieri fermi: 90. Cresciuti di 72 in un solo anno. 90 cantieri bloccati in spregio alla celerità delle procedure, alla velocizzazione delle autorizzazioni. Uno scandalo ovattato che si commenta da solo. In lungo e in largo per l’Italia si scopre un desolante elenco di opere . Il loro impatto ambientale ed economico è altissimo. L’altra faccia degli impegni a salvaguardia dell’habitat. Un cantiere fermo è fonte di impatti negativi e la sua chiusura prolungata ha effetti dirompenti su tutto ciò che sta intorno. L’anagrafe delle opere pubbliche, comunque, è una buona iniziativa del Ministero delle Infrastrutture avviata tre anni fa. I dati diffusi ieri mettono a confronto le opere di interesse nazionale progettate, appaltate e ferme. I dati sono al 30 giugno dell’anno scorso e si riferiscono a cantieri in stand by a fine 2015. A livello nazionale le incompiute sono 838. Un numero che attesta la riduzione di -30 sul totale dell’anno precedente, ma registra incrementi in Campania, Puglia, Sardegna. Le motivazioni ? Quelle arcinote: mancanza di fondi, cause tecniche, certificazioni antimafia non in regola, fallimento delle imprese . Noi aggiungiamo anche capacità di programmare e gestire con competenza. Dalla radiografia ministeriale non emerge nessun confronto con altri Paesi dell’Unione europea, ma tanta pena per le Regioni del Sud.
Per tornare alla Campania il campionario è vasto. Sono fermi i lavori per la chiesa di Santa Maria delle Grazie nel Parco del Partenio del valore di 2 milioni e 900 mila euro; quelli del Palazzo Baronale di Roccarainola di altri 2 milioni di euro; la nuova scuola elementare di Torre Annunziata del valore di 2 milioni e 174 mila euro; il campo sportivo di Sarno di 4 milioni e 800 mila. E poi scorrendo,viadotti, ponti, raccordi tra Benevento ed Avellino per per circa 20 milioni di euro. Un fardello pesante di 3,5 miliardi a livello nazionale schiacciato sull’ambiente circostante i cantieri , sulle tasche dei contribuenti e sui livelli occupazionali . Tutto qui , si sono chiesti gli attivisti di Legambiente ? Certo che no. Le ragioni di dati non incontrovertibili sono diverse, a seconda se gli enti hanno risposto correttamente al censimento del Ministero delle Infrastrutture o hanno ritenuto che i motivi alla base del fermo-lavori fossero momentanei. Un piccolo trucco per non entrare male in classifica . Di sicuro non valido per la Campania.
Fonte foto: rete internet
Pollena Trocchia: che fine ha fatto la domus di Masseria de Carolis?
Il nostro patrimonio culturale è inestimabile e lo è tanto da essere sovente il nostro vanto più grande ma spesso, sarà anche per l’abbondanza di siti e reperti presenti sul territorio, questo vanto non corrisponde alla reale tutela dovuta a cotanto valore. FOTO
Lungi dal giustificare questa mancanza ma è evidente che tra le priorità di chi di dovere non sempre rientrano le antiche vestigia e spesso ciò vuol dire che, una volta investito là dove era necessario, spesso ci si arena in un incompiuto tutt’altro che michelangiolesco.
Si rischia che così a Pollena Trocchia abbiamo ragione di temere che le importanti rovine della domus di Masseria de Carolis vadano in malora perché alla merce’ di tutti e risultino addirittura anche un pericolo per chi vi si avventurasse.
Infatti, la scorsa sera, passeggiando lungo la via traversa Vasca Cozzolino, entriamo in un area attrezzata per il tempo libero, dove ragazzi e bambini godono della frescura serale. Da quel luogo, andando verso quel muraglione di Parco Europa, ci affacciamo sul dislivello che custodisce la villa romana del II sec. d.C.
Contemporaneamente ci rendiamo conto che l’accesso è facile, per l’assenza di recinzione e senza alcun ostacolo accediamo all’area di scavo. Tutt’attorno vi sono cumuli di materiale di risulta e la natura sta prendendo il sopravvento con erbacce, sterpaglia ed altra vegetazione spontanea, le impalcature di sostegno e di lavoro lì presenti sono, a nostro giudizio, assai pericolose per un bambino o un ragazzetto che decidesse di passare dalle giostrine a un qualcosa di più interessante.
Le antiche strutture, anche se messe in sicurezza dagli archeologi, sono di per sé ancora un pericolo per chi vi si avventurasse, o comunque un terreno fertile per i malintenzionati o chi volesse portare a casa qualche souvenir da una Pompei a portata di mano, così come pare sia successo per gli attrezzi da lavoro che erano conservati in un armadietto in un ambiente della villa.
Abbiamo interpellato il Prof. Antonio De Simone, autore degli scavi assieme al figlio Ferdinando, che ci ha informato della loro interruzione, avvenuta per carenza di fondi, e per la necessità della sola messa in sicurezza della struttura e di un suo inserimento in un contesto più ampio e fruibile per la cittadinanza. Tale opera spetterebbe al comune, proprietario dell’area e che nel 2004, in collaborazione con l’Università, ha portato alla luce ed ha bonificato un’area archeologica che altrimenti, definirla discarica sarebbe stato poco.
Il Prof. De Simone ci ha parlato delle sue innumerevoli difficoltà nel programmare un piano di scavo che dovesse tenere in conto delle variabili di un’amministrazione bloccata da limiti di spesa imposti e da un bilancio programmato con un anno di anticipo. Per questo ci si è impegnati a pianificare in altri contesti, come ad esempio quello della cosiddetta Villa Augustea di Somma, dove le difficoltà sono risultate minori.
Resta il fatto che un bene così prezioso andrebbe, oltre che tutelato, valorizzato e, nel breve termine messo almeno in sicurezza.
La storia del sito archeologico di Masseria de Carolis



