Ottaviano, assembramento di giovani e schiamazzi in piazza Mercato: arrivano i carabinieri

0
 Non solo assembramenti. Ieri sera, dopo le 23, nuovo episodio di violenza o forse un semplice e stupido gioco tra ragazzi.
È accaduto ieri sera in una via adiacente a Piazza Mercato, ad Ottaviano, il solito luogo di ritrovo dei giovani. Una probabile bomba carta è scoppiata intorno alle 22.30 circa quando i  residenti della zona hanno sentito un forte rumore. È stato tempestivo l’intervento dei Carabinieri sul luogo dove hanno trovato decine di ragazzi a far baldoria nonostante le regole restrittive imposte dal Governo e dalla Regione.
Non è la prima volta che accadono episodi di violenza del genere a Piazza Mercato, luogo di aggregazione per i giovani che andrebbe tassativamente controllato soprattutto in merito agli eventi che si stanno verificando e, soprattutto, per evitare ulteriori aumenti di casi di covid-19.
I residenti confermano il continuo via-vai di giovani a bordo di macchine e motorini a qualsiasi ora del pomeriggio, fino alla sera, sostando anche molto dopo l’orario imposto per il coprifuoco. I ragazzi sostano per ore in quella piazza senza mascherine e senza rispettare la dovuta distanza, fregandosene delle norme che ci sono state imposte.
Ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità, anche i giovani, e smettere di remare contro delle regole che stanno salvando quello che ancore resta da salvare. Purtroppo questo senso di responsabilità non esiste, dunque dovrebbero esserci più controlli soprattutto in luoghi come Piazza Mercato, dove i giovani si incontrano perché tanto sanno che nessuno li controlla, che nessuno agisce per loro e non contro di loro.
E hanno ragione, non c’è davvero nessuno.

Allarme Confesercenti Campania: “Un esercito di imprese verso il fallimento o nelle mani della criminalità”

Riceviamo e pubblichiamo.

Confesercenti Campania si unisce al grido d’allarme di Confesercenti Nazionale sulla perdita di fatturato stimata a causa della seconda ondata del coronavirus e dei nuovi parziali o totali lockdown delle attività. Se sul territorio italiano parliamo di 8/10 miliardi di euro di spesa delle famiglie bruciati nel quarto trimestre di quest’anno (consumi bloccati dalla paura e dalle nuove restrizioni alle attività), in Campania la perdita di fatturato (mancati consumi) per gli esercenti è di 76/78 milioni di euro al mese, tra i 2.4 e i 2.6 milioni al giorno, ovvero  tra i 300 e i 350 milioni di euro in fumo nell’ultimo trimestre dell’anno, secondo le stime di Confesercenti. «La situazione è drammatica – avverte Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti Campania  – nella nostra regione. In media le nostre attività d’impresa fatturavano 8 miliardi di euro al mese sino al 2019: ora viaggiano con il freno a mano tirato, con una perdita di almeno il 50%, ovvero di 4 miliardi al mese. Le nuove restrizioni, la chiusura alle 18 delle attività, lo smart working che non favorisce la spesa dei consumatori, il disagio sociale e la paura del contagio portano le nostre stime di perdita giornaliera in Campania di 2.4/2.6 milioni al giorno e a Napoli e provincia di 1.2 milione al giorno. Un’enormità, un peso insostenibile per le nostre aziende, destinate al fallimento o peggio ancora a finire nella morsa dell’usura e della malavita». Lo studio di Confesercenti Campania evidenzia oggettive difficoltà: i negozi di 30-50 mq, che hanno un costo di 250 euro al giorno, stanno perdendo mediamente dai 100 ai 150 euro al dì, il che vuol dire che ogni imprenditore si sta indebitando mediamente  dai 3000 ai 4500 euro al mese. Le cifre salgono con la grandezza dei locali: sempre nel settore abbigliamento (nel settore ristorazione ci sono ulteriori uscite) i costi quotidiani salgono a oltre 400 euro per negozi di 100/150 mq, con perdite che vanno dai 4500 ai 7000 euro al mese. Infine una struttura da 200 ai 400 mq ha un costo di 780 euro al dì: ovvero perdite dai 6000 ai 9000 euro al mese.

«Il fitto, i costi di sanificazione, le utenze, le tasse, i dipendenti (da 2 a salire a seconda della grandezza) sono costi insostenibili le per le nostre attività. L’abbattimento del 50% del fatturato, con incassi vicini allo zero di mattina, quando c’è poca gente per strada, e con la chiusura alle 18 di sera, rende ogni sforzo vano. In Campania siamo ovviamente in linea con quello che sostiene Confesercenti Nazionale: chiediamo con forza e con un urlo disperato che il Governo intervenga subito. Tutte queste aziende sono fortemente candidate al fallimento e se vogliamo scongiurarlo lo Stato deve aiutarle con denaro fresco, con bonifici immediati, con i soldi dell’UE in modo che ci sia un supporto ad imprenditori e lavoratori. Bisogna fermare e annullare le tasse e i pagamenti. Non basta il 40% di sgravio fiscale, anche perché viene assicurato solo se c’è un certo fatturato e qui in Campania nessuno o quasi può vantarlo. Stiamo impoverendo, ulteriormente e pericolosamente, il nostro territorio. L’indebitamento conduce alla chiusura. Per questo riteniamo che sia assolutamente necessario anche bloccare le procedure di fallimento: se non si farà così, il rischio è di far cadere le imprese nelle mani della criminalità organizzata».

DATI NAZIONALI – Le stime di Confesercenti Nazionale sono impietose: solo lo stop alla festa di Halloween, che ricorre proprio questa sera, porterà alla perdita di circa 200 milioni di euro di consumi nel commercio, negli eventi e nella somministrazione. Le restrizioni, infatti, non colpiscono solo palestre, centri benessere, eventi, fiere, sagre, bar e ristoranti: l’impatto negativo è diffuso in tutte le attività. La chiusura anticipata alle 18.00 di ristorazione e dei bar – oltre a mettere a terra il settore – sta facendo sentire i suoi effetti su tutti gli altri consumi, portando a un crollo generalizzato degli incassi anche nel commercio. La perdita è stimabile, per il settore, in circa 50 milioni di euro al giorno. In questo quadro – sottolinea Confesercenti – è necessario un sostegno più ampio alle imprese. Troppi settori sono esclusi dal DL Ristori. Per questo abbiamo scritto al governo per chiedere di attivare un tavolo di monitoraggio per individuare le imprese che sono realmente in sofferenza, a prescindere dal codice ATECO. L’effetto di questa seconda ondata va infatti oltre le restrizioni stabilite dal DPCM. Per molte attività, già logorate dalla crisi innescata dalla pandemia, potrebbe voler dire la chiusura definitiva.

Frattamaggiore, Terra dei Fuochi: controlli dei Carabinieri forestali. Sequestrato un opificio “fantasma”

Il fenomeno della Terra dei Fuochi che affligge da anni la provincia partenopea vede – in moltissimi casi – il solito scenario: una strada di periferia senza abitazioni vicine,  magari anche senza uscita così da rendere difficile una perlustrazione preventiva da parte delle forze dell’ordine. Questi luoghi vedono a volte nascere opifici clandestini che sono completamente sconosciuti al fisco, alle autorità amministrative e alle forze dell’ordine. I rifiuti prodotti da queste aziende fantasma vengono trasportati in aperta campagna per poi essere dati alle fiamme. In un contesto del genere i militari della Stazione Carabinieri forestale di Napoli hanno individuato – a Frattamaggiore – un’azienda tessile con all’interno 5 persone. Stavano confezionando degli abiti con delle macchine da cucire. I proprietari erano sprovvisti di titoli autorizzativi in materia ambientale, urbanistica e di sicurezza sul lavoro. L’opificio non risultava essere iscritto nel registro delle imprese. Durante le operazioni, i carabinieri hanno rinvenuto e sequestrato 30 sacchi pieni di rifiuti.  Sequestrato l’intero locale, denunciati e sanzionati i proprietari. Sono in corso gli accertamenti per verificare se le persone presenti fossero beneficiarie del reddito di cittadinanza o di altre forme di sussidio.

[VIDEO] Marigliano, la protezione civile in prima linea nell’emergenza sanitaria e sociale

Dalla legge 24 febbraio 1992, n. 225 che istituì il Servizio nazionale di protezione civile, consentendo così anche ai privati ed agli enti locali di partecipare alle attività, in quanto precedentemente esse erano esercitate in modo sostanziale solo a livello istituzionale, dall’esercito italiano e dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, la protezione civile ne ha fatta di strada. Oggi, in tempi di emergenza e purtroppo in mancanza di una solidarietà sociale, chi si adopera in azioni finalizzate alla tutela dell’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente, è inevitabilmente protagonista. L’associazione “La Salamandra” è un nucleo operativo emergenze di Protezione Civile, non l’unico in città, e si occupa di previsione e prevenzione, primo soccorso, gestione maxi eventi e calamità, supporto logistico e nucleo montano. L’associazione opera nell’ambito socio-assistenziale, sanitario, della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale e infine dell’educazione alla pratica sportiva e attività ricreative. 28 iscritti che nel tempo libero a disposizione si dedicano al volontariato per vocazione e amore del territorio in cui vivono: l’impegno è massimo in questi giorni di emergenza sanitaria e sociale, e i volontari dell’associazione fin dalle prime ore del mattino affiancano l’attività istituzionale, collaborando presso il Centro Operativo Comunale dove conferiscono, oltre al sindaco Peppe Josse quale massima autorità, la polizia locale (Comandante Nacar), la pubblica sicurezza (Comandante Sirico dei Carabinieri) e anche la funzione del volontariato, affidata proprio a Giuseppe Sepe, presidente del Nucleo Operativo “Salamandra” che abbiamo incontrato per l’occasione, insieme a parte della squadra. Mattinate intense, trascorse al telefono per rispondere alle richieste e ai bisogni dei cittadini, ma anche tanta attività sul campo, con uno sforzo collettivo e personale teso alla tutela della comunità. Campagne di sensibilizzazione al rischio idrogeologico, servizio di ambulanza e polisoccorso, un grande impegno nella lotta contro i roghi tossici che caratterizzano in particolare le torride estati mariglianesi, ma soprattutto, ora, una presenza costante nelle tante sfide che la pandemia di Covid19 presenta: dal sostegno alle persone in isolamento all’assistenza nelle fasi di tamponamento. In una società dove è sempre più difficile emergere, ma anche solo insediarsi, talvolta, fare parte della protezione civile (o di altre realtà di volontariato) permette alle persone di sentirsi finalmente utili, di attivare un’attitudine operosa e generosa troppe volte spenta da un senso di inadeguatezza dovuto al fatto che le migliori energie vengono disperse o trascurate da chi di dovere. L’auspicio è che non debbano servire altre gravi emergenze per mettere in risalto le reti virtuose e le singolarità che le animano con passione e altruismo sui territori.

Sant’Anastasia, grande successo per l’iniziativa di shopping a km 0 promossa da Una città in salute

Nel rispetto del caratteristico motto “prendiamoci cura della nostra città”, l’associazione Una città in salute ha dato vita a una iniziativa di solidarietà che ha incontrato l’approvazione e la partecipazione dei cittadini, in un momento di grande difficoltà per tutti, ma in particolare per alcuni settori cruciali per una comunità, come quello del commercio. White Weekend, questo il nome dato all’idea, è l’invito a vivere un fine settimana (questo del 30/31 ottobre e primo novembre) in supporto al commercio locale, dedicandosi al cosiddetto “aiuto orizzontale”, quello che interessa tutti i settori in relazione a particolari obiettivi meritevoli di tutela. Nel concreto la proposta sollecitava ad un acquisto contro la crisi, sostenendo il negozio sotto casa, quello di prossimità: insomma, compra anastasiano!
“La pandemia ci sta mettendo a dura prova”, fanno sapere da Una città in salute: “Il sistema sanitario è in grande difficoltà, quasi al collasso, ma a preoccuparci, purtroppo, c’è anche l’economia. Oggi lo spettro del lockdown fa paura, forse, più del COVID stesso. Il commercio, già in ginocchio dopo la prima chiusura della scorsa primavera, teme il tracollo definitivo. La nostra iniziativa fa leva sull’importanza di sentirsi comunità e di attivarsi con azioni immediate, concrete, anticipando l’atteso intervento dello Stato”. “Il 30, il 31 ottobre e il 1 novembre vi chiediamo di consumare, di effettuare i vostri acquisti presso gli esercizi commerciali della nostra Sant’Anastasia”: era stato questo l’invito alla cittadinanza dei giorni scorsi, una chiamata che è stata accolta di buon grado e con partecipazione, tant’è che l’iniziativa ha raccolto un grande successo, come testimoniano anche le immagini pubblicate sulla pagina Facebook dell’associazione. “La società risponde se viene coinvolta e noi abbiamo deciso di prolungare la proposta”, dicono i promotori. “Attraverso l’unione di un’intera comunità si vincono grandi sfide! Impegniamoci affinché nessuno resti indietro”. Appuntamento, dunque, al prossimo White Weekend, un’idea da portare con successo anche altrove, iniziando dai territori contigui che vivono in questi giorni le medesime difficoltà.

Boscoreale, individuato e sequestrato un canile abusivo. Denunciato il proprietario del terreno

I carabinieri della Stazione di Boscoreale, in collaborazione con il personale veterinario della ASL Na 3 sud, hanno individuato e sequestrato un canile abusivo, realizzato da un 31enne su un’area periferica del centro abitato, sottoposta a vincolo paesaggistico in quanto ricadente nel Parco Nazionale del Vesuvio. I militari hanno riscontrato la presenza di 11 cani di razza “american pitbull”, di diversa taglia, allevati in pessime condizioni igienico sanitarie e legati a delle catene all’interno di box improvvisati. A tutti erano state amputate le parti terminali delle orecchie, per fini di estetica. Il proprietario del terreno è stato denunciato per maltrattamento di animali ed abusivismo edilizio. Oltre ai box ove erano custoditi gli animali, aveva realizzato 3 manufatti in cemento in assenza di titoli autorizzativi. Gli animali sono stati sequestrati e saranno affidati a strutture idonee.

Madonna dell’Arco, Ex Voto per guarigioni Covid: i primi due già in Santuario

0
Due nuovi ex voto, due cuori d’argento, testimonianze di guarigione dal Covid-19. Sono solo i primi, al Santuario di Madonna dell’Arco, dove sono custoditi circa settemila ex voto, la collezione più grande al mondo. Salvatore e Maria Rita, così si chiamano i fedeli che hanno consegnato i due oggetti simbolo di grazia ricevuta, ma è tutto ciò che suor Rosetta, nelle cui mani sono stati deposti gli oggetti, sa di loro. Li hanno portati nella sala offerte del Santuario, a distanza di un mese l’una dall’altro, lasciando anche poche righe di spiegazione. «Alla Madonna dell’Arco, perché mi ha salvata da questa brutta malattia che mi ha portata nella terapia intensiva 24 giorni – scrive Maria Rita accompagnando il suo cuore d’argento legato da un nastro rosso – tu mi hai salvata e ti ringrazio, salva tutti da questo virus». Indirizza il suo biglietto «alla Mamma dell’Arco», Salvatore: «Ti dono questo cuore d’argento con tutta la mia devozione a te per avermi fatto guarire dal Coronavirus. Ho avuto tanta paura, ma tu mi sei stata accanto e la preghiera mi ha dato forza e speranza, proteggimi sempre e proteggi tutti i malati». I cuori fiammanti di Salvatore e Maria Rita, come gli altri oggetti che arriveranno prima o dopo una guarigione, simbolo di grazia ricevuta o adempimento di una promessa invocata, saranno custoditi con cura nel museo del chiostro domenicano. Nei locali dai soffitti affrescati ogni oggetto ha trovato il suo posto, come fosse stato sempre lì. Tesori che raccontano una storia fatta di quotidianità, di preghiera, di fede. Con le tavolette votive – la più antica risale al 1449 – che da qualche anno erano richieste, prima della pandemia che ha paralizzato anche ogni forma di scambio culturale, da importanti musei di tutta Europa. Molti degli ex voto raccontano di persone scampate a tragedie, malattie, incidenti, cataclismi. Uno risalente al 1700 raffigura drammatiche scene di un’eruzione del Vesuvio, una tavola del ‘600 fu donata da un uomo scampato ad una pandemia, la peste. A questi ed altri oggetti, tra le siringhe d’argento di chi ha abbandonato la droga, tra coltelli e pistole di chi ha ucciso o rubato e si è alfine pentito, insieme agli oggetti di chi è uscito indenne da guerre o campi di concentramento si aggiungeranno i nuovi ex voto, testimonianza della «nuova peste», il Covid. «Non conosco nessuna delle persone che ha lasciato qui gli ex voto – racconta il priore, padre Alessio Romano – se non i loro nomi di battesimo e i cenni della loro storia che hanno racchiuso in pochissime righe nei biglietti scritti di loro pugno, ed è giusto sia così. Durante il periodo del lockdown, una delle cose che ci ha permesso di restare in piedi, di non perdere la speranza, è stata la preghiera. Come molti sacerdoti, ho voluto che le celebrazioni andassero in streaming sui social, affinché, pur con le nostre chiese desolatamente ma responsabilmente vuote, potessimo aiutare le persone a superare la paura. Ebbene, ricevere ex voto, dono di fedeli che hanno vissuto in prima persona il contagio e la malattia, è una testimonianza bellissima. Dalle parole, le poche che ci consentono di immaginare la loro storia, si comprende che hanno vissuto momenti di estrema solitudine, senza avere intorno le persone amate. I medici fanno tantissimo, le guarigioni non sarebbero possibili senza le loro cure, sono eroi in queste circostanze, ma è la preghiera che ha tenuto viva la speranza. Ecco, la fede nella Madonna si riscopre anche in questo, la quotidianità dei riti, l’incontro, ci mancano. La preghiera ci ha tenuti tutti uniti, sarà per sempre così».  Nel frattempo i cuori d’argento di Salvatore e Maria Rita, guariti dalla pandemia che ieri solo in Campania ha fatto registrare 3669 contagi, riposeranno nel museo dove, tra i preziosi più cari ai padri domenicani, c’è la casula indossata da papa Wojtyla nel corso della sua visita al Santuario di Madonna dell’Arco ad aprile del ’74, quando ancora era vescovo di Cracovia.

I camposanti paesani: una straordinaria conquista della civiltà ottocentesca

Sulla scia del decreto napoleonico del 12 giugno 1804, anche Ferdinando I di Borbone (1751 – 1825), Re delle Due Sicilie, con decreto del 11 marzo del 1817, ordinò la costruzione di pubblici camposanti in ogni Comune del Regno al di fuori dell’abitato, a salvaguardia della salute pubblica e nel rispetto del sacro culto dei morti.   La costruzione dei camposanti, iniziata quindi nell’anno 1817, doveva concludersi, secondo le dovute prescrizioni, alla fine del 1820. La spesa dell’edificazione spettò agli enti comunali. Si stabilì, inoltre, che dal giorno dell’apertura ufficiale del camposanto era vietato, senza alcuna eccezione, di seppellire i cadaveri in qualsiasi altro luogo, dentro e fuori l’abitato, nelle chiese o nelle cappelle. Si figuri che, all’epoca, i fetidi miasmi, provocati dalla decomposizione dei corpi, si diffondevano nell’aria ogni mattina, allo schiudersi del portone d’ingresso delle chiese. La data stabilita, purtroppo, non fu assolutamente rispettata, e, in molti casi, non fu neanche rispettata la proroga al primo gennaio del 1831, poiché i numerosi Comuni, per far fronte alle spese, dovettero imporre nuovi dazi, creando così un forte malumore nelle popolazioni. Bisogna aggiungere, oltretutto, che i moti rivoluzionari del 1820-21 determinarono un altro forte rallentamento, come afferma il compianto studioso Giorgio Cocozza. Gli appezzamenti, sui quali dovevano sorgere i cimiteri, potevano essere pubblici o privati, in quest’ultimo caso bisognava corrispondere al proprietario un canone ben adeguato. Vista la brusca frenata della costruzione, Re Francesco I (1777- 1830), con un nuovo decreto, stavolta del 12 dicembre 1828, stabilì che nei Comuni dove non fossero stati ancora costruiti i camposanti, i decurioni (consiglieri comunali dell’epoca) dovevano provvedere alla scelta immediata di un luogo per il seppellimento. Qualora, in quel luogo, vi fossero state delle cappelle rurali, poteva essere autorizzata la sepoltura. Questa, però, non fu l’unica agevolazione concessa da quest’ultima legge, poiché si stabilì, pure, che nei nascenti camposanti fosse riservata un’area per la sepoltura degli appartenenti al clero secolare e, inoltre, fu offerta alle famigli nobili di poter costruire la propria cappella gentilizia. Per esaltare, infine, la sacralità della nuova istituzione, Francesco I pretese, sempre per legge, che l’apertura ufficiale di un camposanto dovesse essere solennizzata con una funzione religiosa alla presenza del Sindaco, delle autorità civili e di tutto il clero regolare e secolare. Intanto, la norma fondamentale del decreto del 1817, che prevedeva la sepoltura dei cadaveri, senza eccezione, nei camposanti fuori dall’ abitato, fu parzialmente violata da nuove disposizioni.  Nel 1857, addirittura, Re Ferdinando II (1810 – 1859), con decreto del 5 gennaio, ridava al clero il privilegio del tumulamento in chiesa degli Ecclesiastici  componenti i Capitoli delle Cattedrali, delle Collegiate, ai parroci ed alle comunità religiose. Permise, altresì, ai proprietari delle cappelle gentilizie rurali e ai possessori di chiese o cappelle fuori l’abitato di seppellire i propri membri in quei luoghi. Da questa serie di privilegi vennero escluse le confraternite laicali, per le quali rimaneva l’obbligo di seppellire i propri consociati nel camposanto cittadino. Spetterà, successivamente, al generale Giuseppe Garibaldi, in qualità di nuovo dittatore – considerato che il fanatismo religioso da una parte, e l’orgoglio aristocratico dall’altra, avevano indotto il caduto governo a stabilire distinzioni anche per cadaveri, le quali costituiscono un oltraggio non meno alla Religione che alle supreme esigenze della pubblica igiene – abolire tutti i precedenti privilegi, decretando l’11 settembre del 1860 l’assoluto divieto di seppellire i morti nell’interno dell’abitato e nelle chiese. Questo provvedimento – continua Cocozza – segnò il superamento di un’epoca e la sconfitta di una cultura retriva e superstiziosa. Comunque, ritornando all’epoca borbonica, la costruzione dei cimiteri continuò sempre con la solita ed estrema lentezza, nonostante i privilegi concessi. Gli amministratori locali, dal canto loro, continuarono ad escogitare sempre nuovi pretesti per ritardare il completamento dell’opera. Nel 1833 Ferdinando II, spazientito, per frenare le assurde resistenze, ordinò tassativamente l’ultimazione dei camposanti. Nella maggior parte delle Province del Regno delle Due Sicilie, i lavori ripresero finalmente con un’operosità senza precedenti. Per quanto riguarda la Provincia di Napoli ad ultimare per primo il camposanto fu il Comune di Castellamare di Stabia il 26 luglio del 1827, seguito da quello di Torre Annunziata nel 1832 e poi, man mano, tutti gli altri Comuni, come afferma Giorgio Cocozza. Lo storico di Ottaviano, prof. Carmine Cimmino, attesta, invece, che già nel 1822 il Sindaco di Ottajano, Saverio Ammendola, comunicava al Decurionato (governo locale) che la costruzione del cimitero tra Ottajano propriamente detto e San Gennarello andava al suo termine, con lusso, profusione di stucchi, cornicioni ed altri abbellimenti. Il Sindaco Ammendola aggiungeva, inoltre, che la maggioranza della popolazione reclamava anche un secondo camposanto, tra i due quartieri della Campagna, San Giuseppe e Terzigno. A Sant’Anastasia – riferisce lo storico locale Lello Sodano – nel gennaio del 1764, dopo la cruenta e mortale carestia, fu necessario provvedere alla costruzione di un cimitero nella località Mezzana, attuale via Marra dove tuttora si trova, per raccogliere una parte degli oltre settecento morti. Nel 1848, il cimitero anastasiano fu ampliato e dotato di una chiesetta. La costruzione, quindi, anticipò di gran lunga i tempi imposti dall’edito imperiale. La città di Somma ebbe il suo cimitero il 27 novembre 1839, con una solenne cerimonia religiosa presieduta dal vicario foraneo Can. Don Francesco di Mauro, dal sindaco Cap. Francesco Marzano e dal decurionato al completo. Questo avvenimento – conclude Giorgio Cocozza – segnò per Somma un passo avanti sulla via del progresso civile. Le botole delle sepolture nelle chiese furono sigillate finalmente con lastre di ferro impiombate e le confraternite laicali diffidate a non seppellire alcun cadavere. Il 5 dicembre, il cimitero sommese  accolse il suo primo ospite: Pasquale Esposito Alaja di anni 5.    

Il “Vigna del Vulcano” delle “Cantine Villa Dora”: in un vino l’arte, la natura, la storia e il mito

0
Un caso unico: presentata a Roma la “verticale” di 11 annate, comprese tra quella del 2002 e quella del 2017, del “Vigna del Vulcano”. Le virtù “vesuviane” del vino e l’arte di Vincenzo Ambrosio che coniuga innovazione e tradizione. Una innovazione che rispettasse la tradizione vesuviana progettò anche Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano, quando – era il 1835- decise di “immegliare” i vini del Vesuvio che egli produceva negli sterminati vigneti tra Terzigno e Ottajano. Vincenzo Semmola e l’Istituto di Incoraggiamento. La sorella di Antonio Ranieri, l’ultimo amico di Leopardi, curava la malattia dei nervi con il vino dei principi di Ottajano.   Il 14 ottobre, in un noto albergo di Roma, si è compiuto un prodigio: per la prima volta è stata presentata la “verticale” di 11 annate di un vino bianco: protagonista del prodigio, in un evento organizzato dalla “Fondazione Italiana Sommelier” e da “Bibenda”, è stato il “Vigna del Vulcano- Lacryma Christi del Vesuvio Doc” prodotto dalle “Cantine Villa Dora”  di Terzigno e vinificato da uve “Coda di Volpe” e “Falanghina”. Due tipi di uva, un solo mito, noto a chi conosce la storia fantastica dei vigneti e dei vini del Vesuvio. E’ mitico il fascio delle “virtù” del “Vigna del Vulcano”: il vino sa di erbe “miracolose”, la camomilla e il  timo, a conferma di quello che scriveva nel 1899 Arnaldo Strucchi, e cioè che i vini del Vesuvio sembra che siano, oltre che vini, anche “distillati di erbe e di frutta”. Del “Vigna 2006” scrissi che è “un vino maestoso, di florida e matura giovinezza, come una signora del Vesuvio, come una donna di Renoir. Dalla luminosa, calda struttura emergono in eleganza note fresche di ginestra che fanno vibrare la pienezza matronale delle note di albicocca.”. Scrive un enologo di grande nome che il “Vigna” è un vino “fermo e secco”: e in quell’aggettivo, “fermo”, io vedo la maestà del Vulcano e della Montagna, il rigore di una Natura che controlla dentro di sé le memorie sempre vive del Fuoco, dei minerali e degli umori – mi diceva un vecchio contadino ottajanese  che la terra della nostra Montagna ha un suo sapore particolare-  e vedo lo sguardo di Vincenzo Ambrosio, il patron dell’azienda. C’è in quello sguardo la consapevolezza dei molti significati che hanno il coltivare viti e il produrre vino lungo le pendici del Somma- Vesuvio, c’è il piacere della sfida, ci sono l’orgoglio e la salda speranza che il nipote, anche lui Vincenzo, realizzi, nel rispetto della storia, quei sogni nuovi e quei nuovi progetti che già prendono forma nei suoi occhi e nel suo cuore. Perché Vincenzo senior e Vincenzo junior sanno che i vini del Vesuvio consentono solo innovazioni che siano rispettose della tradizione e della storia. E’ un principio assoluto che orienta tutta la storia della viticultura e della produzione dei vini nel territorio di Terzigno, a partire dal 1835, quando Giuseppe IV Medici, principe di Ottaiano e proprietario di centinaia di moggia di vigne in quel territorio, decise che non avrebbe più sopportato i “ma” e i “però” e le smorfie della perplessità dei “professori di enologia” che consideravano i vini vesuviani, eccezion fatta per il Greco, inferiori anche ai vini sorrentini e a quelli di Capri. Nella cantina di suo zio, Luigi de’ Medici, che lo indicò come suo erede, Giuseppe IV trovò 48 bottiglie di Porto, quasi trecento bottiglie di Madera, e decine di bottiglie di vini francesi, spagnoli, ungheresi, ma nemmeno una bottiglia di vino vesuviano: forse proprio questa assenza indusse Giuseppe e suo figlio Michele a dedicare tempo, energia e capitali a quell’”immegliamento dei vini del Vesuvio” di cui Vincenzo Semmola diede una dettagliata descrizione ai membri del Reale Istituto di Incoraggiamento nella seduta del 3 febbraio 1848. Semmola comunicò ai presenti che il principe di Ottajano  “aveva reso il suo stabilimento per la fabbricazione dei vini, in cui si lavoravano le uve dei vigneti di Terzigno, il più grandioso che immaginar si possa tra noi” e aveva introdotto nel Regno  i nuovi strumenti di cui si servivano i viticultori francesi, il torchio idraulico, un congegno per la pigiatura e “l’apparato di Madame Gervais” che regolava “la fermentazione della vinaccia” e riduceva al minimo la minaccia dell’acidità. Insieme a questi nuovi strumenti gli esperti francesi che venivano dalla Borgogna avevano portato a Ottajano e a Terzigno  nuove tecniche di coltivazione e di vendemmia: e il Semmola comunicò ai membri dell’Istituto che, “ grazie alla generosità del principe di Ottajano”, anche gli altri proprietari di vigneti  avevano la possibilità di conoscere e di studiare le tecniche e gli strumenti che venivano dalla Francia. Tra il 1860 e il 1870 nel territorio ottajanese la produzione di vini e l’esportazione anche verso le regioni settentrionali dell’Italia unita crebbero in misura sensibile, e i vini vesuviani incominciarono a conquistare premi e riconoscimenti in Francia e in Austria. Questi vini conservarono, per fortuna, quelle “virtù particolari” che avevano indotto il De Renzi a consigliarli come medicina contro le febbri tifoidee e i medici degli Incurabili a proporli come “salutare rimedio” contro le “sofferenze nervose”. Di “nervi” soffriva la sorella di Antonio Ranieri, l’ultimo amico di Leopardi, e si curava anche con il vino del principe di Ottajano. Il quale nel 1854 comunicò al Ranieri che “dopo tre anni di assoluta perdita del raccolto il deposito di vino vecchio è venuto a mancare”. Tuttavia, gli avrebbe inviato 12 bottiglie di quel vino “ schietto, vecchissimo e depurato a perfezione” che egli aveva messo da parte come “riserva per la famiglia”.. Forse proprio da questa amicizia tra Antonio Ranieri e i Medici di Ottajano nacque la leggenda che Leopardi sia venuto a Ottajano, ospite dei Domenicani del SS. Rosario.                

Claudio Baglioni e Mia Martini: Stelle di stelle

Oggi vi proponiamo una breve ma intensa frazione musicale, raccontandovi dell’incontro artistico tra due pietre miliari della musica italiana. Sul finire degli anni Sessanta, gli adolescenti Claudio Baglioni e Mia Martini si conoscono a Roma al mitico Piper di via Tagliamento (non una strada nel mondo, ma il mondo in una strada) e incrociano i loro destini di giovani e brillanti artisti di belle speranze. Baglioncino… così veniva affabilmente chiamato in casa Berté (una casa tutta al femminile) il timido e magrissimo Claudio che frequentava Mimì e Loredana, sorelle giovani, brave e belle, essendo praticamente di casa nella villa alle porte della capitale, a Riano, in via Colle delle Rose. Risale al 1971 la loro prima collaborazione artistica nell’album d’esordio di Mia Martini, Oltre la collina, in cui Baglioni firma ben cinque brani. È il trentatré giri che include Padre Davvero…, il dissacrante brano incentrato sullo scottante tema del conflitto generazionale con cui Mia Martini si aggiudica la vittoria al primo Festival della musica d’avanguardia e nuove tendenze di Viareggio. Baglioni per Mia scrive i brani Amore, amore un corno, Lacrime di marzo, Oltre la collina (partecipando anche ai cori insieme ai fidanzati Loredana Berté e Adriano Panatta), Testamento e Gesù è mio fratello. Nel 1990, invece, con il brano Stelle di stelle contenuto nello splendido album Oltre di Claudio Baglioni, si crea il presupposto per la collaborazione della maturità, ed è la stessa Mia Martini a parlarne, scendendo nel dettaglio in veste di musicista e artista completa, oltre che di cantante, ai microfoni di Radio Verde Rai nel 1992. “Secondo me Stelle di stelle è uno dei brani più belli mai realizzati. È nato da un’idea di Claudio che mi ha chiamato e mi ha chiesto se ero disponibile a cantare un pezzo insieme a lui nel disco. La prima volta che mi ha fatto sentire la canzone non era esattamente come poi è stata sviluppata in un secondo momento. Era un pezzo molto più breve che avremmo dovuto cantare all’unisono. Abbiamo ascoltato insieme questa prima stesura, a me è piaciuta molto, poi Claudio mi ha richiamato e mi ha detto: ho sentito la tua voce, mentre provavi insieme a me, e ho cambiato completamente la stesura costruendo praticamente un’altra canzone nella canzone. Ho trovato bellissima questa idea, oltretutto anche molto nuova, perché è un pezzo veramente all’avanguardia, non era mai stato scritto prima un brano in questa maniera, sia per quanto riguarda il lato melodico sia per il lato armonico. Claudio ha anche aggiunto una parte di testo, mentre prima dovevamo cantare le stesse parole e improvvisamente la mia è diventata come una specie di voce della coscienza. Con il mio intervento, il pessimismo dell’artista che fa questo cammino all’indietro nel tempo e poi smette di brillare, sparisce dalle scene, viene per un attimo illuminato da un po’ di speranza. E allora io gli dico queste cose che cercano di risollevare il suo pessimismo: può il cielo finire qui, può il mare finire prima dell’orizzonte? Gli offro questa speranza che poi in fondo è la forza che vuole ricevere un artista per riuscire ad andare avanti, essendo molto difficoltosa la strada da percorrere. Melodicamente ha aggiunto una parte, che è quella mia cantata, che non è conseguente alla melodia che canta lui ma è scritta come se fosse una partitura di basso, addirittura un contrabbasso. Nel brano ci sono pochissimi strumenti: un pianoforte, la batteria – sono soltanto delle spazzole, molto raffinate e leggere – e poi c’è questo contrabbasso meraviglioso registrato con tre sovrapposizioni e tre bassi diversi, per cui diventa tutto molto avvolgente e coinvolgente. La mia parte musicalmente è un po’ più intesa, come una batteria, tra la ritmica e il supporto del contrabbasso. È anche divertente per me entrare in questa melodia in maniera completamente diversa dalle mie normali interpretazioni”. Claudio Baglioni, anni dopo, ha ricordato la sua amica e collega rievocando la sua proverbiale e fragorosa risata, talmente fragorosa da divenire sonora. Come a ricordare a tutti, qualora ce ne fosse bisogno, che Mia Martini era e resterà musica. Per sempre.