Un caso unico: presentata a Roma la “verticale” di 11 annate, comprese tra quella del 2002 e quella del 2017, del “Vigna del Vulcano”. Le virtù “vesuviane” del vino e l’arte di Vincenzo Ambrosio che coniuga innovazione e tradizione. Una innovazione che rispettasse la tradizione vesuviana progettò anche Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano, quando – era il 1835- decise di “immegliare” i vini del Vesuvio che egli produceva negli sterminati vigneti tra Terzigno e Ottajano. Vincenzo Semmola e l’Istituto di Incoraggiamento. La sorella di Antonio Ranieri, l’ultimo amico di Leopardi, curava la malattia dei nervi con il vino dei principi di Ottajano.
Il 14 ottobre, in un noto albergo di Roma, si è compiuto un prodigio: per la prima volta è stata presentata la “verticale” di 11 annate di un vino bianco: protagonista del prodigio, in un evento organizzato dalla “Fondazione Italiana Sommelier” e da “Bibenda”, è stato il “Vigna del Vulcano- Lacryma Christi del Vesuvio Doc” prodotto dalle “Cantine Villa Dora” di Terzigno e vinificato da uve “Coda di Volpe” e “Falanghina”. Due tipi di uva, un solo mito, noto a chi conosce la storia fantastica dei vigneti e dei vini del Vesuvio. E’ mitico il fascio delle “virtù” del “Vigna del Vulcano”: il vino sa di erbe “miracolose”, la camomilla e il timo, a conferma di quello che scriveva nel 1899 Arnaldo Strucchi, e cioè che i vini del Vesuvio sembra che siano, oltre che vini, anche “distillati di erbe e di frutta”. Del “Vigna 2006” scrissi che è “un vino maestoso, di florida e matura giovinezza, come una signora del Vesuvio, come una donna di Renoir. Dalla luminosa, calda struttura emergono in eleganza note fresche di ginestra che fanno vibrare la pienezza matronale delle note di albicocca.”. Scrive un enologo di grande nome che il “Vigna” è un vino “fermo e secco”: e in quell’aggettivo, “fermo”, io vedo la maestà del Vulcano e della Montagna, il rigore di una Natura che controlla dentro di sé le memorie sempre vive del Fuoco, dei minerali e degli umori – mi diceva un vecchio contadino ottajanese che la terra della nostra Montagna ha un suo sapore particolare- e vedo lo sguardo di Vincenzo Ambrosio, il patron dell’azienda. C’è in quello sguardo la consapevolezza dei molti significati che hanno il coltivare viti e il produrre vino lungo le pendici del Somma- Vesuvio, c’è il piacere della sfida, ci sono l’orgoglio e la salda speranza che il nipote, anche lui Vincenzo, realizzi, nel rispetto della storia, quei sogni nuovi e quei nuovi progetti che già prendono forma nei suoi occhi e nel suo cuore. Perché Vincenzo senior e Vincenzo junior sanno che i vini del Vesuvio consentono solo innovazioni che siano rispettose della tradizione e della storia. E’ un principio assoluto che orienta tutta la storia della viticultura e della produzione dei vini nel territorio di Terzigno, a partire dal 1835, quando Giuseppe IV Medici, principe di Ottaiano e proprietario di centinaia di moggia di vigne in quel territorio, decise che non avrebbe più sopportato i “ma” e i “però” e le smorfie della perplessità dei “professori di enologia” che consideravano i vini vesuviani, eccezion fatta per il Greco, inferiori anche ai vini sorrentini e a quelli di Capri. Nella cantina di suo zio, Luigi de’ Medici, che lo indicò come suo erede, Giuseppe IV trovò 48 bottiglie di Porto, quasi trecento bottiglie di Madera, e decine di bottiglie di vini francesi, spagnoli, ungheresi, ma nemmeno una bottiglia di vino vesuviano: forse proprio questa assenza indusse Giuseppe e suo figlio Michele a dedicare tempo, energia e capitali a quell’”immegliamento dei vini del Vesuvio” di cui Vincenzo Semmola diede una dettagliata descrizione ai membri del Reale Istituto di Incoraggiamento nella seduta del 3 febbraio 1848. Semmola comunicò ai presenti che il principe di Ottajano “aveva reso il suo stabilimento per la fabbricazione dei vini, in cui si lavoravano le uve dei vigneti di Terzigno, il più grandioso che immaginar si possa tra noi” e aveva introdotto nel Regno i nuovi strumenti di cui si servivano i viticultori francesi, il torchio idraulico, un congegno per la pigiatura e “l’apparato di Madame Gervais” che regolava “la fermentazione della vinaccia” e riduceva al minimo la minaccia dell’acidità. Insieme a questi nuovi strumenti gli esperti francesi che venivano dalla Borgogna avevano portato a Ottajano e a Terzigno nuove tecniche di coltivazione e di vendemmia: e il Semmola comunicò ai membri dell’Istituto che, “ grazie alla generosità del principe di Ottajano”, anche gli altri proprietari di vigneti avevano la possibilità di conoscere e di studiare le tecniche e gli strumenti che venivano dalla Francia. Tra il 1860 e il 1870 nel territorio ottajanese la produzione di vini e l’esportazione anche verso le regioni settentrionali dell’Italia unita crebbero in misura sensibile, e i vini vesuviani incominciarono a conquistare premi e riconoscimenti in Francia e in Austria. Questi vini conservarono, per fortuna, quelle “virtù particolari” che avevano indotto il De Renzi a consigliarli come medicina contro le febbri tifoidee e i medici degli Incurabili a proporli come “salutare rimedio” contro le “sofferenze nervose”. Di “nervi” soffriva la sorella di Antonio Ranieri, l’ultimo amico di Leopardi, e si curava anche con il vino del principe di Ottajano. Il quale nel 1854 comunicò al Ranieri che “dopo tre anni di assoluta perdita del raccolto il deposito di vino vecchio è venuto a mancare”. Tuttavia, gli avrebbe inviato 12 bottiglie di quel vino “ schietto, vecchissimo e depurato a perfezione” che egli aveva messo da parte come “riserva per la famiglia”.. Forse proprio da questa amicizia tra Antonio Ranieri e i Medici di Ottajano nacque la leggenda che Leopardi sia venuto a Ottajano, ospite dei Domenicani del SS. Rosario.



