Home Memoria e Presenza I camposanti paesani: una straordinaria conquista della civiltà ottocentesca

I camposanti paesani: una straordinaria conquista della civiltà ottocentesca

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Sulla scia del decreto napoleonico del 12 giugno 1804, anche Ferdinando I di Borbone (1751 – 1825), Re delle Due Sicilie, con decreto del 11 marzo del 1817, ordinò la costruzione di pubblici camposanti in ogni Comune del Regno al di fuori dell’abitato, a salvaguardia della salute pubblica e nel rispetto del sacro culto dei morti.

 

La costruzione dei camposanti, iniziata quindi nell’anno 1817, doveva concludersi, secondo le dovute prescrizioni, alla fine del 1820. La spesa dell’edificazione spettò agli enti comunali. Si stabilì, inoltre, che dal giorno dell’apertura ufficiale del camposanto era vietato, senza alcuna eccezione, di seppellire i cadaveri in qualsiasi altro luogo, dentro e fuori l’abitato, nelle chiese o nelle cappelle. Si figuri che, all’epoca, i fetidi miasmi, provocati dalla decomposizione dei corpi, si diffondevano nell’aria ogni mattina, allo schiudersi del portone d’ingresso delle chiese.

La data stabilita, purtroppo, non fu assolutamente rispettata, e, in molti casi, non fu neanche rispettata la proroga al primo gennaio del 1831, poiché i numerosi Comuni, per far fronte alle spese, dovettero imporre nuovi dazi, creando così un forte malumore nelle popolazioni. Bisogna aggiungere, oltretutto, che i moti rivoluzionari del 1820-21 determinarono un altro forte rallentamento, come afferma il compianto studioso Giorgio Cocozza. Gli appezzamenti, sui quali dovevano sorgere i cimiteri, potevano essere pubblici o privati, in quest’ultimo caso bisognava corrispondere al proprietario un canone ben adeguato. Vista la brusca frenata della costruzione, Re Francesco I (1777- 1830), con un nuovo decreto, stavolta del 12 dicembre 1828, stabilì che nei Comuni dove non fossero stati ancora costruiti i camposanti, i decurioni (consiglieri comunali dell’epoca) dovevano provvedere alla scelta immediata di un luogo per il seppellimento. Qualora, in quel luogo, vi fossero state delle cappelle rurali, poteva essere autorizzata la sepoltura. Questa, però, non fu l’unica agevolazione concessa da quest’ultima legge, poiché si stabilì, pure, che nei nascenti camposanti fosse riservata un’area per la sepoltura degli appartenenti al clero secolare e, inoltre, fu offerta alle famigli nobili di poter costruire la propria cappella gentilizia. Per esaltare, infine, la sacralità della nuova istituzione, Francesco I pretese, sempre per legge, che l’apertura ufficiale di un camposanto dovesse essere solennizzata con una funzione religiosa alla presenza del Sindaco, delle autorità civili e di tutto il clero regolare e secolare.

Intanto, la norma fondamentale del decreto del 1817, che prevedeva la sepoltura dei cadaveri, senza eccezione, nei camposanti fuori dall’ abitato, fu parzialmente violata da nuove disposizioni.  Nel 1857, addirittura, Re Ferdinando II (1810 – 1859), con decreto del 5 gennaio, ridava al clero il privilegio del tumulamento in chiesa degli Ecclesiastici  componenti i Capitoli delle Cattedrali, delle Collegiate, ai parroci ed alle comunità religiose. Permise, altresì, ai proprietari delle cappelle gentilizie rurali e ai possessori di chiese o cappelle fuori l’abitato di seppellire i propri membri in quei luoghi. Da questa serie di privilegi vennero escluse le confraternite laicali, per le quali rimaneva l’obbligo di seppellire i propri consociati nel camposanto cittadino. Spetterà, successivamente, al generale Giuseppe Garibaldi, in qualità di nuovo dittatore – considerato che il fanatismo religioso da una parte, e l’orgoglio aristocratico dall’altra, avevano indotto il caduto governo a stabilire distinzioni anche per cadaveri, le quali costituiscono un oltraggio non meno alla Religione che alle supreme esigenze della pubblica igiene – abolire tutti i precedenti privilegi, decretando l’11 settembre del 1860 l’assoluto divieto di seppellire i morti nell’interno dell’abitato e nelle chiese. Questo provvedimento – continua Cocozza – segnò il superamento di un’epoca e la sconfitta di una cultura retriva e superstiziosa.

Comunque, ritornando all’epoca borbonica, la costruzione dei cimiteri continuò sempre con la solita ed estrema lentezza, nonostante i privilegi concessi. Gli amministratori locali, dal canto loro, continuarono ad escogitare sempre nuovi pretesti per ritardare il completamento dell’opera. Nel 1833 Ferdinando II, spazientito, per frenare le assurde resistenze, ordinò tassativamente l’ultimazione dei camposanti. Nella maggior parte delle Province del Regno delle Due Sicilie, i lavori ripresero finalmente con un’operosità senza precedenti. Per quanto riguarda la Provincia di Napoli ad ultimare per primo il camposanto fu il Comune di Castellamare di Stabia il 26 luglio del 1827, seguito da quello di Torre Annunziata nel 1832 e poi, man mano, tutti gli altri Comuni, come afferma Giorgio Cocozza. Lo storico di Ottaviano, prof. Carmine Cimmino, attesta, invece, che già nel 1822 il Sindaco di Ottajano, Saverio Ammendola, comunicava al Decurionato (governo locale) che la costruzione del cimitero tra Ottajano propriamente detto e San Gennarello andava al suo termine, con lusso, profusione di stucchi, cornicioni ed altri abbellimenti. Il Sindaco Ammendola aggiungeva, inoltre, che la maggioranza della popolazione reclamava anche un secondo camposanto, tra i due quartieri della Campagna, San Giuseppe e Terzigno. A Sant’Anastasia – riferisce lo storico locale Lello Sodano – nel gennaio del 1764, dopo la cruenta e mortale carestia, fu necessario provvedere alla costruzione di un cimitero nella località Mezzana, attuale via Marra dove tuttora si trova, per raccogliere una parte degli oltre settecento morti. Nel 1848, il cimitero anastasiano fu ampliato e dotato di una chiesetta. La costruzione, quindi, anticipò di gran lunga i tempi imposti dall’edito imperiale.

La città di Somma ebbe il suo cimitero il 27 novembre 1839, con una solenne cerimonia religiosa presieduta dal vicario foraneo Can. Don Francesco di Mauro, dal sindaco Cap. Francesco Marzano e dal decurionato al completo. Questo avvenimento – conclude Giorgio Cocozza – segnò per Somma un passo avanti sulla via del progresso civile. Le botole delle sepolture nelle chiese furono sigillate finalmente con lastre di ferro impiombate e le confraternite laicali diffidate a non seppellire alcun cadavere. Il 5 dicembre, il cimitero sommese  accolse il suo primo ospite: Pasquale Esposito Alaja di anni 5.