Somma Vesuviana, storie di guappi, delitti e malandrini (3^ parte)

Nei paesi civili è la giustizia che vendica le offese e punisce i delitti, ma una volta nelle nostre vecchie contrade, dove il sole della civiltà non mitigò ancora i costumi, era l’offeso che si vendicava col suo offensore; e quindi in luogo della giustizia trovavamo la vendetta personale, come affermava l’etnologo e missionario trentino d. Ernesto Cozzi (1870 – 1926).     Continuano in questo articolo, laddove avevamo interrotto, le storie di guappi,  delitti e malandrini attraverso un’ attenta ricostruzione basata sugli scritti inediti dell’ing. Vincenzo Romano. Un cammino che ci offre un quadro alquanto inedito di un mondo ormai estinto, soppiantato da quella contemporaneità che ha spazzato via non solo il grande passato, ma soprattutto le sue contraddizioni. Nel 1949, Gennaro Giordano, padre di famiglia abitante in via Colle, per proporsi da paciere tra Esposito Alaia Vincenzo e la moglie venne colpito a morte. Lasciò la consorte e quattro figli, di cui una femminuccia di soli pochi mesi d’età. Nel 1951, Pasquale Da. – uomo alto e forte, ma dal carattere prettamente cordiale – fu provocato da tale Gennarino ‘e ntuon, decisamente mingherlino, per il godimento di un albero posto a confine tra le loro proprietà in montagna. I due, comunque, vennero alle mani e, com’è ovvio, Gennarino, il più debole, ebbe la peggio. Per vendicarsi dello sgarbo, allora, il malmenato preparò subito la vendetta. Spalleggiato da alcuni accoliti, Gennarino tese l’agguato al D’Avino, sferrandogli una serie di colpi all’addome con un rampino. La gravità delle ferite fu così tale che, dopo alcuni giorni di agonia e sofferenze, D’ Avino cessò di vivere, lasciando moglie e figli. Nel giugno del 1953, Enrico Angri alias ‘o sfregiato, mentre tornava a casa con la moglie, fu ammazzato in via Monaciello, dove risiedeva. Per i suoi trascorsi malavitosi, andava sempre armato di fucile e protetto di un busto corazzato, temendo, prima o poi, l’ineludibile vendetta. Quella notte la corazza non fu determinante a salvargli la vita. La moglie restò gravemente ferita, ma salva. Nel 1954, Antonio Di Monda del quartiere Casamale, mentre stava realizzando una costruzione al confine della proprietà di Sabatino Maiello, alias Sabatiello ‘o vuott, fu richiamato animosamente da quest’ultimo, poiché la costruzione non rispettava la giusta distanza dalla sua proprietà. Gli animi si accesero: Di Monda, senza esitare, imbracciò il suo fucile e lo ammazzò. L’uomo finì in carcere. Michelino ‘o ciclista – proveniente dalla masseria Buglione di Saviano e con l’officina di biciclette a Rione Trieste – assumeva di solito atteggiamenti guappeschi. Una sera del 1956, in piazza Vittorio Emanuele III, redarguì pesantemente il suo cliente Giovanni Romano, figlio di possidenti e proprietari terrieri, che gli aveva commissionato la riparazione di una bicicletta. Non avendo, a suo dire, provveduto al pagamento del debito, Giovanni fu schiaffeggiato pubblicamente tra la gente, assorbendo amaramente l’umiliazione subita. La vendetta non tardò ad arrivare. Difatti, il  mattino seguente lo scontro tra Giovanni  Romano e Michelino si concluse amaramente nell’officina, dopo le prime schermaglie verbali. Alle pesanti offese, il Romano rispose con la pistola, facendo fuoco su Michele e uccidendolo sul colpo. Il corpo dell’uomo, coperto da un lenzuolo bianco, fu visto dai passanti e da  alcuni studenti il giorno dopo ancora disteso davanti all’edicola votiva della Madonnina Immacolata all’imbocco di via Pigno e Rione Trieste. Nel 1957 – in strada Bianchetto nei pressi della chiesetta di S. Maria delle Grazie a Palmentole – Gennaro Di Palma, padre dell’allora tredicenne Vincenza, uccise a colpi di fucile il giovane Pietro B., che  aveva tentato di macchiare l’onore della piccola figlia. Per continue e reiterate offese ed ingiurie tra due cognate, di cui una vedova con figli piccoli, ebbe inizio una tragica storia in paese che si concluse con il sangue. La vedova si recò dai carabinieri per sporgere denuncia per gli insulti ricevuti. Il comandante della compagnia locale, non ravvisando alcuna ipotesi di reato, le suggerì confidenzialmente di ricambiare la propria cognata con la stessa impertinenza vocale. La vedova, che apparteneva ad una numerosa ed apprezzata famiglia, organizzò una bella spedizione punitiva alla cognata. Una domenica, giorno di chiesa, all’uscita della Santa Messa a Rione Trieste, uno dei fratelli della vedova scagliò contro la donna del materiale fecale. L’ offesa, anche in questa situazione, non tardò ad arrivare. Uno dei fratelli della vedova, Giuseppe Di Palma, del tutto estraneo all’accaduto, mentre si stava recando col suo calesse nel fondo di sua proprietà, fu assassinato incolpevolmente da alcuni sicari. I mandanti, cognata della vedova e marito, furono condannati e incarcerati. Anni dopo, scontata la pena, i due coniugi ripresero la normale vita, mentre i parenti dell’ucciso iniziarono a programmare l’inevitabile vendetta. E così fu. Una sera del 1958, la coppia, ritornando dallo spettacolo cinematografo, fu raggiunta da una serie di colpi di fuoco in via Bosco. Il marito restò ucciso, mentre la moglie gravemente ferita, si salvò. Era una calda giornata di agosto del 1961, quando alcuni colpi di fucile squassarono il piccolo e tranquillo abitato di via Pigno. Il vocio tra le persone non era rassicurante: c’era un morto. La notizia iniziò a rimbalzare da una parte all’altra del quartiere. Sul posto, accorsero subito i familiari e le forze dell’ordine. Il giudice sarebbe arrivato solamente il giorno successivo per la rimozione del corpo. La vittima fu vegliata per l’intera notte dai carabinieri. Non erano ammessi i curiosi, ma consentita la sola presenza dei familiari. Si trattava di Paolo Napoletano di Rione Trieste: un bravo giovane di umile famiglia. Nulla trapelò sulle cause della morte e sull’identità dell’assassino o degli assassini. Solo dopo circa qualche anno, il caso volle che durante un’ animata discussione tra un zio e un nipote della famiglia Romano, dirimpettai dell’ucciso, il giovane nipote inveì contro lo zio con epiteti ingiuriosi e minacciosi, accennando velatamente alla morte del giovane Paolo Napoletano. Lo zio, intimidito dalle minacce del nipote, denunciò l’accaduto alle Forze dell’Ordine, che iniziarono ad indagare sul nipote e il proprio padre. Oltretutto, uno zio del defunto Paolo, tale Gennaro Sirico, testimoniò successivamente di aver assistito di persona all’assassinio di Paolo, confermando che l’uccisione era stata perpetrata proprio dai Romano, padre e figlio. Con l’ ammissione della colpa, i due furono arrestati e condotti in carcere. Il fatto, all’epoca, destò un enorme stupore per tutto il contado, considerata anche la posizione sociale della famiglia. Si cercava di capire, però, la motivazione dell’ assurda uccisione. Paolo Napoletano, si scoprì alla fine, avrebbe pagato la vita, perché la sua famiglia avrebbe favorito la fuitina di una figlia del dirimpettaio Romano. Una motivazione, all’epoca, assurda e senza significato, ma pagata con la morte di un innocente uomo. La famiglia Napoletano, comunque, pagò cara questa intromissione. Scontata, tuttavia, la breve pena, il giovane Romano, appena libero, decise di far pagare cara la vita ai testimoni.  Il primo a cadere sotto la rabbiosa vendetta del più giovane Romano fu l’ incolpevole cugino, figlio di quello zio che aveva dato inizio alle indagini. Seguì a breve l’assassinio del testimone chiave Gennaro Sirico, mentre si salvò, benché ferito, Giosuè Giuliano. Siamo nel 1962, Pietro Allocca, innamorato di Rosa a’ zorma – dopo aver trascorso la serata nella sala da ballo in via Pigno, da poco inaugurata – nel far ritorno a casa fu ferito in via Bianchetto da alcuni uomini. Il giovane fu ritrovato immerso nel sangue, la mattina dopo, dal carrettiere Angelo Esposito, mentre percorreva la strada per recarsi al mercato ortofrutticolo di Napoli. Il cavallo, notando la figura umana nella siepe dimenarsi, iniziò ad imbizzarrirsi, attirando l’ esterrefatto carrettiere. A nulla valsero i soccorsi, Pietro morì poco dopo in preda a forti ferite. Alla base della morte, forse, l’amore contrastato per la giovane Rosa. Nel 1963, Antonio Catapano della contrada Tossici di Piazzolla di Nola fu assassinato nel lagno Regaglie in località Seggiari. L’uomo, secondo dicerie, avrebbe cercato di insidiare la cognata. Del delitto fu indagato il marito della donna. Nel giudizio finale, però, fu assolto per insufficienza di prove. Nel 1969, i giovanissimi fratelli Gennaro e Pasquale  litigavano continuamente fra loro. C’era una sorta d’invidia, esaltata dal fatto che la mamma riservava più attenzione ad un figlio che ad un altro. In un momento di forte squilibrio mentale, Gennaro esplose un colpo d’arma da fuoco al fratello Pasquale, che gli procurò l’amputazione di una gamba. Per il misfatto, Gennaro, ritenuto insano di mente, fu associato alla detenzione in manicomio. Intanto il tempo trascorreva inesorabilmente. Pasquale – di bella presenza, alto,  giovane e con l’ausilio della protesi alla gamba amputata – si muoveva agevolmente, svolgendo l’attività di commercio della frutta col padre. Il tutto sembrava procedere bene, quando Pasquale venne barbaramente assassinato sulla via che conduce tuttora nella località S.M. a Castello. Non si seppe mai il colpevole, anche se in paese, all’epoca, le dicerie associavano la morte dell’uomo al sistema imperante dell’usura. La notizia della morte arrivò anche al fratello Gennaro, detenuto in manicomio, il quale, dopo aver appreso del misfatto, entrò in una profonda crisi esistenziale al punto di portarlo alla morte. Il fatto, all’epoca, destò molto stupore in paese. In due giorni i familiari dovettero partecipare a due funerali. Nel 1970 in località Seggiari, ai confini con Ottaviano, tale Antonio Cimmino ammazzò con un colpo di fucile Pietro Ciniglio, reo di aver attraversato più volte lo spazio del proprio cortile privato. Il comportamento di Ciniglio non fu affatto ritenuto accettabile dal Cimmino. Un pomeriggio di domenica del 1985, infine,  una discussione tra amici sfociò in una lite tremenda. Il gioco a carte, tanto di moda nei circoli sommesi, determinò una briga tra Luigi Romano alias o’ brutt e Carmine Giuliano. Romano aggredì brutalmente il più giovane Giuliano, riempiendolo di schiaffi. La vendetta anche stavolta non tardò ad arrivare: Giuliano ritornò armato di pistola e uccise il rivale. Considerata la buona condotta e la mancanza di precedenti penali, Carmine Giuliano, dopo pochi anni di reclusione, fu scarcerato. I nostri racconti terminano qui, poiché sull’intero territorio vesuviano e napoletano iniziava ad aumentare un nuovo fenomeno criminale, denominato Nuova Camorra Organizzata, che iniziò a imperversare sulla scena sociale  e che coinvolse un esercito di affiliati, incutendo paura in ogni dove e  mietendo numerosissime vittime.  

Napoli – Fiorentina, non voglio più vedere una cosa del genere (la ventottesima dell’alieno Gennaro)

Ciao, sono il tuo amico alieno, Gennaro, ho visto astronavi schiantarsi contro barriere energetiche, civiltà cannibalizzate, pianeti esplosi, ma non potrei resistere ad un Napoli come quello che ha (non)giocato con la Fiorentina in Coppa Italia. Troppo passivo. Ma chi ha preparato questa partita, Mister? Come l’ha preparata? E gli azzurri? Come hanno giocato? Troppo passivi. Nei tempi regolamentari subisce due gol, e per due volte riesce a recuperare. Il Napoli gioca per quasi un tempo intero con un uomo in più. Nonostante questo vantaggio riesce a subire un gol e solo per miracolo ad agganciare il pareggio nel finale. Termina i 90 minuti con due espulsioni (maledizione, Lozano!), con la prospettiva di giocarsi i 30 minuti successivi con un uomo in meno. Petagna, ma perché non ci hai risparmiato questo pietoso finale? Sì, pietoso, perché il Napoli si trova a subire 3 gol nei tempi supplementari, oramai senza forze fisiche, ma soprattutto scoraggiato da una partita scritta alla fine dei tempi regolamentari, destinata a vederlo soccombere. Della partita salvo solo il gol del solito Mertens. Ma perché abbiamo dovuto vedere questo strazio? Per me non è possibile accettare una squadra capace di cose splendide e queste squallide partite, nonostante gli infortuni e le assenze. Un altro picco minimo tra le prestazioni del Napoli. Non saprei cosa dirvi per tirarvi su il morale, so solo che non voglio più vedere una cosa del genere.

Le ricette di Biagio: braciole di cotica. Era il “piatto” dei galeotti alla Darsena

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I “piatti” poveri, come la braciola di cotica, “raccontano” la storia, spesso sorprendente, di un sistema e di classi sociali che non hanno trovato molto spazio nei libri degli storici. Sotto questo aspetto la Taverna della Darsena, nel porto di Napoli, era un luogo importante, perché lo frequentavano i forzati condannati al banco dei remi delle navi da guerra e “gli scaricatori, i vastasi, e il variopinto e pittoresco caravanserraglio al servizio della Real Marina” (G. Porcaro).   Ingredienti: 4 fette di cotica di maiale; 1 cipolla;  2 fette di formaggio pecorino; ½ bicchiere di vino bianco; passata di pomodoro; basilico; olio; pepe; aglio, prezzemolo, sale. Disporre sulle fette di cotica aperte il trito di aglio e prezzemolo, i piccoli pezzi di formaggio e spolverare il tutto con il pepe. Avvolgere in braciole le fette di cotica e chiuderle con spago alimentare. Le braciole vanno rosolate in un tegame, nell’olio e nella cipolla “imbiondita” e vanno “sfumate” con il vino bianco. Quando le braciole prenderanno sapore, aggiungete la passata di pomodoro, il basilico, il sale e un po’ d’acqua, coprite il tegame e lasciate cuocere per circa due ore. Infine, togliete il coperchio e aspettate che il sugo “si restringa” fino a diventare morbido come un velluto. Lo chef Biagio introduce in questa ricetta tradizionale una novità: prima di iniziare la preparazione, bagna le cotiche nel Lacrima Christi rosso (www. osteriadicarmela.it).   La cotica di maiale, ‘a cotena, era un cibo povero, sempre presente nel menù della “plebe”, sollecitata all’acquisto dai chiassosi richiami del “carnacuttaro”, che arrivava di prima mattina con il suo carico non proprio profumato di frattaglie e di freselle, supporto indispensabile per quel cibo composto con i resti del maiale e del bue. “Si’ ‘na cotena” i Napoletani lo dicevano – e ancora lo dicono – alle teste dure, agli avari inguaribili – la cotica non porta con sé nemmeno una briciola di carne – e talvolta alle prostitute che continuano ad esercitare il mestiere anche in tarda età. Ma i “carnacuttari” ricordavano nei loro richiami “pubblicitari” che la cotica era un ottimo rimedio per la tosse. Il “piatto” di cotica e di patate era al centro del misero menù della  Taverna della Darsena, al quartiere Porto: una taverna che agli inizi del ‘600 era amministrata da Francesco Moles, “ Maggiordomo del Re”, “per comodità della gente che travaglia” nell’ Arsenale: solo i maligni e i miseri di spirito potevano sospettare che il Moles, duca di Parete, e gli altri nobili che si abbassavano a gestire cantine, osterie e taverne lo facessero non per il bene degli altri, ma per il vile danaro.  E molto danaro garantiva la “Taverna della Darsena”, frequentata dalla folla di operai che lavoravano nel porto e nell’arsenale, e inoltre non oppresso, come le altre taverne, dal peso dei tributi diretti e indiretti: un Maggiordomo del Re non è tenuto a pagare le tasse. Sarebbe il colmo.  Nel 1786, raccontano gli storici, la Taverna fu presa in fitto da Nicola Di  Costanzo. La cotica e le frattaglie conservarono il loro posto nel povero menù: i rifornimenti venivano garantiti dalla famiglia Paparo di Sant’ Anastasia.  Nicola Di Costanzo, non essendo né duca, né Maggiordomo del Re, pagava tasse, dazi e gabelle, ma conservava dei privilegi:  solo a lui, e a nessun altro, era permesso di vendere vino nella Darsena;  i galeotti, che avevano l’incarico di condurre le galee e di controllarne senza sosta la funzionalità, potevano comprare il vino solo alla Taverna della Darsena: il vino comprato presso altri fornitori era considerato vino di contrabbando e, sequestrato, veniva “donato” al gestore della Taverna.  Nel 1787 Nicola Di Costanzo aveva tanto vino nelle botti che ne vendette 12 barili a Giovanni Paparo, fornitore delle frattaglie: al Ponte della Maddalena le guardie, forse sollecitate da una spiata, controllarono i carri del Paparo e smascherarono l’illegale “movimento” del vino.  Paparo e Di Costanzo ebbero, dalle autorità, solo un solenne “monito” a non ripetere più la manovra: ma è forte il sospetto che abbiano cercato anche in seguito di portare il vino dal porto di Napoli nel territorio vesuviano. Ancora nel primo Ottocento frequentavano la Taverna  i galeotti condannati al banco di voga delle regie galee, i piloti, i nocchieri, i marinai. Frequenti erano le risse: la cotica, si sa, “chiama” il vino e il vino accende cuore e mente. (fonte foto: rete internet)

Tari, esposto ai carabinieri del responsabile Aicast De Falco

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  SOMMA VESUVIANA – Il responsabile Aicast ed ex consigliere Crescenzo De Falco, già presidente della Commissione Trasparenza del Comune di Somma Vesuviana , ha presentato una denuncia ai carabinieri i merito a delle “ombre” sulla gestione della Tari.   Di seguito il testo della denuncia:     Esposto – Denuncia Il sottoscritto Crescenzo De Falco, nato il 16/08/1965 a Somma Vesuviana, fu Ugo e fu Ida Clementina Barone, residente in Somma Vesuviana (NA) alla Via Aldo Moro n° 90 – Piano secondo int. 5, Codice Fiscale DFL CSC 65M16 I820M, lo stesso già Presidente della Commissione Trasparenza del Comune di Somma Vesuviana nella precedente Consiliatura, nonché più volte Consigliere Comunale, intende rappresentare, alla cortese attenzione di Co-desto Ufficio, quanto di seguito:
  • L’esponente ha appreso, dalla consultazione degli atti pubblicati sul sito istituzionale del Comune di Somma Vesuviana e più precisamente di quelli facenti parte del link Amministrazione Trasparente, oltreché dall’affissione di manifesti murali disseminati sul territorio, dell’avvenuta adozione – da parte del Responsabile della Posizione Organizzativa 2 dott. Francesco Saverio BARONE – della determina gen. n. 1620 del 16/11/2021, con la quale il succitato Responsabile ha provveduto all’approvazione delle “agevolazioni in materia TARI a favore di utenti in condizioni di disagio economico-sociale, per annualità 2021”, disponendo ed adottando anche in termini innovativi rispetto al Regolamento TARI (Cfr. allegato sublettera “A”).
  • Con il predetto atto, pertanto, il Responsabile dianzi indicato ha posto mano in materia Regolamentare, contravvenendo all’evidente principio di ripartizione delle competenze, essendo tale tematica (ovvero quella regolamentare) di stretta ed esclusiva competenza dell’organo consiliare, ovvero del consesso di massima rappresentanza dell’Ente, in tal guisa ed a tal fine individuato proprio nell’ottica della celebrazione di una discussione democratica, svolta con modalità partecipative estese, del corpo rappresentativo eletto dal corpo elettorale, con lo scopo di creare i giusti contrappesi per l’adozione di atti ricadenti sull’intera collettività (ancor più se si discuta di atti regolamentari, afferenti all’accesso ad agevolazioni tributarie a favore della parte di collettività maggiormente attinta da problematiche economiche).
  • A fronte di tale abnormità, il deducente ha inoltrato debita segnalazione, agli organi competenti ed al medesimo Responsabile di P.O. interessato, affinché si procedesse all’annul-lamento in autotutela di quel provvedimento confluito nella determina adottata, ovvero di quella parte di esso che costituisce e costituiva il sostrato di un profondo slabbramento dal dettato legislativo, produttivo di evidenti danni a carico della collettività tutta, sia di quella che sarebbe rientrata nel novero dei beneficiari della prevista agevolazione, sia di quella che ne sarebbe rimasta ingiustamente esclusa, poiché il tutto effettuato e deciso sulla scorta di un sottostante provvedimento, oggettivamente ed indissolubilmente illegittimo e nullo, per essere stato emanato da organo incompetente in via assoluta ad emetterlo (ci si riferisce, ovviamente, al comparto regolamentare, non già attuativo di quello precedentemente adottato dal Consiglio Comunale di Somma Vesuviana, ma del tutto in-novativo ed istitutivo di altri e diversi principi regolatori)  [Cfr. allegato sublettera “B”].
  • Neppure tale atto di diffida sortiva l’effetto sperato, rimanendo del tutto privo di riscontro ed anzi l’Ente – per quanto a conoscenza di una così evidente distonia con il sistema legislativo discendente dal TUEL (Testo Unico degli Enti Locali), come pure di quello ricavabile – aliunde – dallo Statuto Comunale -, dava ulteriore corso alla procedura, disponendo successivamente per l’approvazione dell’elenco degli assegnatari dei benefici e non solo, ma altresì adottando – sempre per il tramite del già citato Responsabile della P.O. 2  – ulteriore determina contenente innovazioni ed istituzioni regolamentari (ci si riferisce alla determina reg. gen. n. 1899 del 30/12/2021, con cui è stata approvata un’ulteriore agevolazione in materia TARI a favore di utenti in condizioni di disagio economico-sociale, per annualità 2021) e procurandosi l’informativa alla collettività attraverso la collocazione di ulteriori  manifesti murali.
  • Con tale ulteriore atto, il Responsabile della P.O. 2 mostra un’evidente propensione ad accaparrarsi delle funzioni altrui, con oggettiva usurpazione della sfera di competenza propria dell’organo consiliare (limitandoci al caso di specie) e così producendo – per tale via – non solo un atto nullo, poiché emesso da organo incompetente a farlo, ma altresì consumando un oggettivo vulnusalla legge, tale da assurgere a sistemica introduzione di un modus operandi, funzionale a perseguire – in maniera impropria (per così definirla) – una finalità locupletativa e dispregiativa di competenze.
  • Si prega di valutare quanto innanzi nell’ottica sottesa al presente esposto, indipenden-temente dai profili amministrativi di cui sono viziati gli atti emessi (aspetti che attengono alla patologia propria degli atti amministrativi), rispetto ai quali l’inerzia mostrata a fronte delle segnalazioni ed inviti fatti, vieppiù acuita dall’adozione di provvedimenti successivi dello stesso tenore, denota un contegno irriguardoso delle normative atte ad evitare la consunzione di provvedimenti che si appalesino in evidente dispregio dei profili di compe-tenza.  
In tale quadro, l’istante – proprio per il rispetto dovuto alla cittadinanza tutta ed alla profonda esigenza che vengano rispettati i principi di legge – rimette il presente esposto, in uno all’intero incartamento riguardante la vicenda innanzi descritta, all’attenzione di Codesto Ufficio affinché voglia vagliare con attenzione l’eventuale consumazione di fattispecie penalmente rilevanti nel caso di specie, stante anche l’utilizzo di fondi pubblici (peraltro attingendo a fondi di diversa natura, come testimonia l’appostamento dell’ulteriore importo di € 40.000,00 di cui alla prima delle determine oggetto di interesse, circostanza che testimonia ancor più quanto innanzi detto), individuando e punendo gli eventuali responsabili. Si chiede di ricevere, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 408, 2° comma c.p.p., comunicazione in ordine all’eventuale archiviazione che dovesse essere disposta in merito al presente atto, e che gli venga notificata, ai sensi dell’art. 406, 3° comma c.p.p., l’eventuale richiesta di proroga delle indagini; si riserva di costituirsi parte civile all’esito delle indagini preliminari e, quale persona offesa, si riserva espressamente di nominare proprio difensore di fiducia. Ai fini delle eventuali comunicazioni di cui sopra, lo scrivente chiede che gli vengano notificate al seguente indirizzo:                                                                                         IN FEDE                                                                        Dott. Crescenzo De Falco                          

Somma. I consiglieri Rianna, Beneduce e Antonio Granato: “Adibire l’ex casa di riposo a scuola”

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Riceviamo e pubblichiamo dai consiglieri Rianna, Beneduce e  Antonio Granato.  

 Una scuola nella mai aperta Casa di Riposo di via Circumvallazione, è la proposta dei consiglieri Domenico Beneduce, Antonio Granato e Salvatore Rianna che hanno firmato e protocollato una mozione chiedendo al Consiglio Comunale tutto di esprimersi in merito e dare così alla Giunta un indirizzo politico che si discosta da quello ipotizzato negli anni scorsi e, comunque, mai realizzato. “A Somma Vesuviana – dichiarano i consiglieri di opposizione – la situazione in cui versa il patrimonio di edilizia scolastica è a dir poco drammatica, pensiamo perciò che meglio sarebbe adibire quell’immobile a scuola. Anzi, a dirla tutta, con tante strutture fatiscenti per i quali il Comune di Somma Vesuviana sborsa fior di quattrini, l’edificio in disponibilità comunale sarebbe davvero una manna dal cielo e una speranza di scuola decente per tante generazioni”.

“La particolare e favorevole ubicazione della struttura – scrivono Rianna, Beneduce e Granato nella mozione – permetterebbe un facile accesso ad una platea scolastica molto numerosa che, ad oggi, fruisce della sola scuola di via Mercato Vecchio, edificio detenuto in locazione”. L’edificio, su un lotto di circa 4200 metri quadri, risale alla fine degli anni ’80, non è mai stato né aperto né completato e nel 2020 l’Amministrazione Comunale aveva avviato un’indagine di mercato per acquisire manifestazioni d’interesse. A Luglio del 2021, la PO4 (Lavori Pubblici), approntò un progetto di fattibilità tecnico – economica per la trasformazione della struttura in Comunità Tutelare e dalla relazione si evince che “l’immobile è in stato di abbandono” e che “la struttura è ampiamente danneggiata a causa di atti di vandalismo e furti”.

“Va altresì precisato – dicono Granato, Rianna e Beneduce – che a tutt’oggi non è stato avviato alcun avviso pubblico a riguardo. Riteniamo, e auspichiamo che tutto il Consiglio Comunale sia d’accordo, che destinare la struttura ad ospitare un’Istituzione Scolastica sia una scelta più socialmente adeguata”.

(fonte foto: Tommaso Rea)

Pompei, entra polizia al bar e trova clienti a consumare senza Green Pass

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    Pompei. Consumano al bar sprovvisti di “green pass”. Sanzionati avventori e titolare. Ieri sera gli agenti del Commissariato di Pompei hanno effettuato un controllo presso un’attività commerciale in via Santa Maria la Carità a Pompei dove hanno sorpreso e sanzionato due avventori poiché privi della certificazione verde (c.d. green pass). Hanno altresì sanzionato il titolare dell’attività commerciale per omessa verifica del possesso del “green pass”.

Somma, arrivano gli ispettori del Ministero: gestione contabile nel mirino

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Somma Vesuviana – Disposta ispezione del Ministero sulla gestione amministrativa e contabile
L’ispettorato generale dei servizi ispettivi di finanza pubblica, settore afferente alla ragioneria generale dello Stato e dipendente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha disposto una verifica contabile – amministrativa al Comune di Somma Vesuviana.
La lettera con la quale si annuncia la verifica, con protocollo del 13 gennaio 2022, è stata inviata al sindaco di Somma Vesuviana, al collegio dei revisori dei conti, alla Regione Campania, alla Prefettura di Napoli e al Ministero dell’Interno.
Una verifica arrivata in un momento storico in cui già i revisori dei conti dell’ente hanno più volte messo in luce criticità. Dalla mancata adozione del Peg a delibere prive di presupposti giuridici, poi annullate.
La verifica, viste le prerogative dell’ispettore, dovrebbe riguardare non solo la mera contabilità dell’ente ma anche la maniera in cui sono state e sono spese risorse pubbliche.
Per approfondimenti l’articolo precedente de Il Mediano => https://www.ilmediano.com/somma-vesuviana-il-sindaco-ammonito-dai-revisori-dei-conti/

Idraulico sangiorgese muore dopo un volo di 6 metri: stava pulendo canna fumaria

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  TRAGEDIA SUL LAVORO. VITTIMA UN IDRAULICO ORIGINARIO DI SAN GIORGIO A CREMANO CHE SI ERA TRASFERITO A PORTO RECANATI. LAVORATORE ONESTO, CONOSCIUTO IN CITTÀ PERCHÉ FIGLIO DI EDUARDO, STORICO OPERATORE ECOLOGICO DELLA CITTÀ SAN GIORGIO A CREMANO – E’ morto a 56 anni in un incidente sul lavoro l’idraulico sangiorgese Luciano Berruto, trasferitosi nelle Marche. Così lo ricorda il sindaco Giorgio Zinno: “Cari concittadini nelle scorse ore si è verificata purtrppo un’ennesima tragedia sul lavoro.Questa volta vittima è un sangiorgese, Luciano Berruto 56 anni, che viveva e lavorava come Idraulico per una ditta privata a Porto Recanati. È qui infatti che si è consumata la tragedia. Berruto, durante un intervento presso la casa di un’anziana sarebbe scivolato dalla scala su cui era salito per pulire una canna fumaria facendo un volo di sei metri. Secondo le prime rilevazioni effettuate sul luogo dell’incidente mortale, l’uomo avrebbe battuto violentemente la testa su un gradino e sarebbe morto sul colpo. Un’ennesimo episodio che lascia tutti sconvolti non solo perché é assurdo continuare a morire, nonostante le continue richieste di provvedimenti e di sicurezza, svolgendo il proprio lavoro, ma ancor di più perché Luciano Berruto, che lascia moglie e due figli, era un concittadino, lavoratore onesto e serio, conosciuto in città prima del suo trasferimento, anche perché il padre, Eduardo Berruto, ha svolto per decenni lavoro di operatore ecologico sul nostro territorio. Dobbiamo impedire che accadano ancora episodi del genere e a nome della comunità sangiorgese, ci stringiamo alla famiglia nel dolore che li ha colpiti.”

Boscoreale, carabinieri aprono mobiletto e trovano cocaina al posto dei farmaci: arrestato

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    BOSCOREALE – Carabinieri arrestano 57enne. Cocaina in contenitori per farmaci I carabinieri  della stazione di Boscoreale hanno arrestato per detenzione di droga a fini di spaccio Francesco Cesarano, 57enne del posto già noto alle forze dell’ordine. Durante una perquisizione domiciliare è stato trovato in possesso di 26 dosi di cocaina termosaldate. La droga era nascosta in due contenitori cilindrici per farmaci sulla cui base era stata incollata una calamita. Questo trucco consentiva al 57enne di nascondere i recipienti dietro i mobili della cucina, dove erano state installati altri magneti. Sequestrati anche un telefono cellulare e 120 euro in contante ritenuto provento illecito. Cesarano è stato sottoposto ai domiciliari ed è in attesa di giudizio.

Sono positivi al Covid ma vanno a passeggio: erano stanchi di rimanere chiusi a casa

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    NAPOLI E POZZUOLI – In strada a passeggiare ma positivi al tampone. Due persone denunciate dai carabinieri Le limitazioni imposte dalla normativa e dal buonsenso non hanno fermato due persone risultate positive al tampone. Affette da covid-19 hanno violato la quarantena domiciliare, pensando bene di andare a passeggio. Il primo caso a Pozzuoli. I carabinieri della locale stazione, durante un servizio di controllo del territorio, hanno identificato un 30enne del posto, positivo il 10 gennaio scorso al tampone molecolare. “Ho bisogno di prendere aria” avrebbe risposto ai militari. Per lui una denuncia penale. Necessità simili rappresentate da un 37enne di Scampia ai carabinieri del nucleo radiomobile partenopeo. Era in Via Marrazzo e passeggiava perché “stanco di rimanere chiuso in casa”.  Il tampone molecolare ha rilevato mercoledì scorso la positività al covid ma nonostante ha abbandonato la propria abitazione, infrangendo la quarantena. Anche per il 37enne è scattata una denuncia in stato di libertà.