A conclusione del primo ciclo di incontri per promuovere nuove alleanze educative, abbiamo intervistato Cesare Moreno, il promotore dell”iniziativa.
Di Annamaria Franzoni
Si è concluso il 15 luglio, presso l”Istituto Italiano degli Studi Filosofici al Palazzo Serra di Cassano a Montedidio il primo ciclo delle giornate di studio Organizzate da Maestri di Strada e Istituto Italiano Studi Filosofici con la collaborazione di NOVERIS srl e NovaMetis srl, sul tema “Saperi di strada e cittadinanza dei giovani: Trame di pensiero e strutture per la promozione di nuove alleanze educative”.
Tale incontro, che ha fatto seguito a intense giornate svoltesi anche presso le sedi universitarie della Federico II di Napoli e in teleconferenza in diverse città d”Italia ha costituito un momento di riflessione intermedia, indispensabile per fare il punto della situazione sull”andamento degli incontri svolti prima della pausa estiva e progettare il futuro di questo gruppo in fieri.
È stato posto il problema di darsi un nome e si è pensato a “Gruppo di Studio Permanente:”, perchè , come ha affermato Cesare Moreno , promotore dell”iniziativa, sembra che sia “il profilo migliore, meno minaccioso e che insiste sul fatto che vogliamo capire e studiare, più che sul fatto che già sappiamo e già vogliamo”.
Ho rivolto, in conclusione di questa interessante giornata di studio, alcune domande a Cesare Moreno, al maestro di strada che con grande impegno e tenacia ha tradotto in realtà una sua bella idea. Cosa ti ha spinto alla realizzazione di questo “convivio” così variegato di esperti?
“Quando nell”agosto dell”anno scorso si decretò, nel solito modo strisciante, che il progetto Chance era finito, ero solo, come in tutte le estati da dodici anni a questa parte, a prendere decisioni di fatto circa la sopravvivenza del progetto. Alcuni mesi dopo diventò chiaro che non solo Chance era finito, ma sarebbe stato fatto a pezzi. Ho cercato disperatamente di trovare punti di appoggio, qualcuno che prendesse le difese sia pure solo intellettuali di una pratica che avevano osannato per anni. Niente da fare. La questione riguardava me: il mio brutto carattere e non so quali altre caratteristiche personali. Dunque ho pensato che il catino era troppo piccolo per la tempesta ed ho cercato di allargarlo”.
Perchè variegato?
“Sono anni che cerco di spiegare che un progetto educativo deve necessariamente essere un progetto di cambiamento sociale. Non nel senso rivoluzionario e neppure riformista, ma nel senso semplice che l”educazione cambia le relazioni umane sociali locali e che è necessario un lavoro consapevole per questo. Dunque le persone convocate in tanti modi avevano avuto relazioni con Chance e con la mia particolare elaborazione. Era necessario che si incontrassero e si rendessero conto che tra discipline e gruppi accademici diversi esiste un collegamento reale che si manifesta in progetti concreti”.
Quale obiettivo lega i componenti del neonato “Gruppo di studio permanente:.”?
“L”obiettivo si va definendo in corso d”opera. Inizialmente credo che tutti sentissero forte l”esigenza di sviluppare un pensiero complesso che aiuti l”educazione ed il cambiamento sociale. Penso che l”obiettivo di fondo debba rimanere questo. Io penso soprattutto al pensiero, perchè in questi anni sia in politica sia in educazione ho visto troppe volte velleità di cambiamento che in realtà percorrono strade già percorse, pensieri che hanno già in sè il germe del fallimento; troppi portatori sani del virus del pensiero unico, del potere concentrato, della scienza per pochi. Siamo abbastanza istruiti da poterci forgiare con le nostre mani gli attrezzi che ci servono a sviluppare un lavoro educativo fatto bene, ma abbiamo bisogno del sostegno di categorie di pensiero nuove rispetto a quelle che sono all”origine del nostro sistema economico sociale e delle forme di pensiero più diffuse, sia quelle dominanti sia quelle di opposizione.
Se si scorrono le pubblicazioni ed i temi di riflessione dei convenuti si vede subito che rappresentano ognuno nel proprio campo il tentativo di uscire fuori da forme di pensiero che hanno fatto non pochi danni negli ultimi due secoli”.
Quando hai parlato del tuo ruolo talvolta il tono è apparso testamentario, era questo il senso?
“Io non faccio testamenti nè lascio eredità , dico solo che un patrimonio di idee e di pratiche esiste se esiste una comunità che li tiene in vita. Una comunità fatta tutta di ultrasessantenni per forza di cose non va lontano. Un singolo meno che mai. Ci sono scelte pratiche che aiutano il farsi avanti delle nuove generazioni e scelte che lo impediscono. Vorrei che qualcuno ragionasse su queste cose invece che – come mi accade da anni – le persone dicano : pensa a campare!”.





